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Un salasso “concordato”

Articoli di Luca Kocci e di Alessandro Santagata (manifesto 11.2.17) LEGGI DI SEGUITO

“”Sua Santità il Sommo Pontefice Pio IX e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato, nominando a tale effetto due Plenipotenziari, cioè, per parte di Sua Santità, Sua Eminenza Reverendissima il signor Cardinale Pietro Gasparri, Suo Segretario di Stato, e, per parte di Sua Maestà, Sua Eccellenza il signor Cavaliere Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo».
Comincia con queste parole, lettere maiuscole incluse, il Trattato tra Santa sede e l’Italia, primo atto dei Patti lateranensi – che comprendevano anche Concordato e Convenzione finanziaria –, firmati da Mussolini e dal cardinal Gasparri l’11 febbraio del 1929. Si chiudeva così la “questione romana”, apertasi nel Risorgimento. Ma, al di là degli elementi storico-politici della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 Craxi-Casaroli – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.
Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. Apparentemente trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – quelle dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016 la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato in una casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando – grazie ad una sorta di “premio di maggioranza” da far impallidire qualsiasi Italicum – i quattro quinti delle risorse, ovvero 1 miliardo e 18 milioni di euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).
Se l’otto per mille è la principale fonte di introito economico per la Chiesa italiana, un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.
I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro.
Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.
Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi, sono 200, ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Marcianò, in passato lo fu anche il card. Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.
Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato ma la parità scolastica di Luigi Berlinguer nel 2000), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono scelti dai vescovi diocesani – che possono ritirare loro l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: separazione matrimoniale, convivenza, omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica, per una spesa annua di circa 800 milioni.
Trovano esclusivo fondamento nel Concordato invece una serie di privilegi ed esenzioni fiscali, come per esempio la fornitura gratuita dell’acqua per la Città del Vaticano oppure l’esenzione dal pagamento delle tasse per tutti gli immobili e le attività commerciali e turistiche (per esempio quelle dell’Opera romana pellegrinaggi) con sede legale nei palazzi che godono del regime di extraterritorialità e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.
Una conciliazione pagata cara.””

“Craxi-Casaroli, il «nuovo» che non avanza” di Alessandro Santagata

“”È opinione comune che il testo uscito dagli Accordi di Villa Madama del 18 febbraio 1984 sia un «nuovo Concordato». È corretto dal punto di vista giuridico, dal momento che stiamo parlando di un accordo che ha portato modifiche rilevanti ai Patti Lateranensi firmati dal cardinal Gasparri e da Benito Mussolini. Non c’è dubbio però che la permanenza stessa dello strumento concordatario, sebbene con contenuti rivisti, abbia segnato un elemento di forte continuità nella storia della Repubblica – e prima ancora nel passaggio dal regime alla democrazia – alimentando polemiche intense a valle dell’istituzione dell’otto per mille (entrato in vigore nel 1990) e andate progressivamente scemando in tempi più recenti.
Con la scomparsa o il declino di alcune formazioni politiche che avevano tenuto alto lo scontro sulla laicità sembra di assistere a una stagione in cui determinati privilegi accordati alla Chiesa cattolica non incontrano più opposizioni nell’opinione pubblica.
Eppure, senza le battaglie iniziate negli anni Sessanta neppure la pur discutibile revisione del 1984 sarebbe stata possibile.
Si trattò di un processo calato dall’alto e non poteva che esserlo alla luce di quanto acquisito dall’articolo 7 della Costituzione sulla necessità di una trattativa bilaterale per procedere alle modifiche. Se fu possibile sbloccare la situazione lo si deve a una molteplicità di fattori. Già alla fine degli anni Sessanta, sull’onda dell’aggiornamento conciliare nel mondo cattolico, erano arrivate le proposte di revisione presentate da Lelio Basso poi cadute nel pantano dell’attività parlamentare.
Nella società civile i toni dello scontro erano ancora più alti dato che il riferimento del Concordato veniva utilizzato strumentalmente dalla Chiesa contro il diritto al divorzio. Cresceva intanto la contestazione dei gruppi spontanei di matrice cattolica che chiedevano l’abrogazione e lo smantellamento di tutti i privilegi ecclesiastici.
Nel 1974 la sconfitta referendaria degli antidivorzisti rilanciava la battaglia anticoncordataria assegnando un ruolo da protagonista al Partito radicale.
La riapertura delle trattative con la Santa Sede nel 1976 si spiega dunque in un processo complessivo di trasformazione che riguardava anche i vertici della Chiesa italiana, indirizzata dal segretario della Cei monsignor Bartoletti verso un vero ripensamento post-conciliare. Sarà necessario però attendere l’insediamento del primo governo Craxi nel 1983, a due anni dal primo governo non democristiano, perché il percorso giunga finalmente a termine dopo ben sei bozze di revisione.
Le novità più rilevanti presentate dal nuovo testo, detto anche il concordato Craxi-Casaroli, consistevano nella drastica riduzione del numero degli articoli, nel riconoscimento della reciproca sovranità e indipendenza della Santa Sede e dello Stato italiano (con un peloso richiamo però alla «reciproca collaborazione»); nell’abrogazione della definizione della religione cattolica come religione di Stato; e nel riconoscimento del carattere non-obbligatorio dell’ora di religione. Il nodo degli enti ecclesiastici, affrontato nell’art. 7, era rimesso in parte alle competenze di una commissione mista che avrebbe messo a punto il meccanismo dell’otto per mille, rivelatosi negli anni il frutto peggiore della revisione.
Nelle intenzioni di Craxi, del resto, c’era soprattutto la volontà di intestarsi un risultato ormai maturo.
Per certi aspetti fu dunque un tentativo di rispondere, parzialmente e con molte contraddizioni, alle istanze di trasformazione sociale. Da un altro punto di vista, fu un’opera di contenimento delle spinte modernizzatrici che venivano dalla società e dallo stesso mondo cattolico.””

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