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Una storia della contraccezione in Italia, tra falsi moralisti, scienziati e sessisti

Cover LoconsoleFemmine quindi madri. Ancora oggi l’identificazione tra potenzialità biologica e ruolo sociale della donna trova sostegno non solo tra gli oltranzisti cattolici della “difesa della vita” ma anche, più sorprendentemente, tra gli eredi delle battaglie femministe degli anni Settanta. Dal Fertility Day del ministro Lorenzin al “dipartimento mamme” del Pd, il messaggio, seppur celato dietro allarmi di denatalità o tutela della maternità, è sempre lo stesso: la piena realizzazione della donna passa attraverso il suo essere madre.

L’origine culturale di questo binomio che ha ingabbiato per millenni le donne in un modello di riferimento subordinato e lesivo della loro libertà è noto, ma poco si sa del dibattito che la “questione femminile” ha scatenato nella società italiana a cavallo tra Ottocento e Novecento con l’affermarsi del neomalthiusianesimo, il movimento che ha ereditato e rilanciato, se pur con diverse conclusioni, la teoria di Robert Malthus sulla sovrappopolazione. Un dibattito importante, riportato con precisa e attenta documentazione nel breve saggio di Matteo Loconsole “Storia della contraccezione in Italia tra falsi moralisti, scienziati e sessisti” (Pendagron, 2017).

Malthus proponeva il controllo delle nascite come mezzo per arginare la povertà, diretta conseguenza, secondo l’economista inglese, dello squilibrio tra il ritmo di crescita della popolazione e quello dei mezzi di sussistenza. In linea con i suoi precetti religiosi, il controllo si sarebbe dovuto esercitare tramite continenza sessuale e ritardo dell’età nuziale. Le teorie demografiche di Malthus e le ripercussioni dell’evoluzionismo darwiniano sulle scienze biologiche e sociali (che si concretizzarono nell’esigenza di prevenire la diffusione di malattie a trasmissione sessuale o ereditaria) hanno dato la spinta all’aprirsi della discussione scientifica sulla “questione sessuale”, di cui l’autore propone un’ampia carrellata di interventi.

Al centro di tutto la donna e la sua libertà, tra chi spingeva per svincolare la sessualità dalla riproduzione (i neomalthusiani, appunto) e chi invece, appellandosi indebitamente al concetto di natura, stabiliva il confine tra normalità e perversione. Neanche a dirlo, la donna “normale” era quella che seguiva la sua missione biologica di generare figli. Al piano scientifico subentrava cioè, e in modo prepotente, quello morale.

Curioso come, leggendo alcuni stralci della documentazione che Loconsole analizza (tratta da saggi, articoli, convegni), si abbia la sensazione che su alcuni fronti nulla sia cambiato. Sia per i cavalli di battaglia dei bigotti, che ieri negavano alle donne la contraccezione e oggi vorrebbero negare loro il diritto all’aborto, sia per quanti chiedono, allora come oggi, corsi di educazione nelle scuole per aumentare la consapevolezza delle nuove generazioni e al tempo stesso combattere il fenomeno della violenza sulle donne, strettamente legato a quella mentalità patriarcale che trova nella sessualità il suo massimo strumento di ricatto. Dopo un secolo ci troviamo, e ancora a vuoto, a chiedere le stesse cose.

Cecilia M. Calamani

(23 gennaio 2018)

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