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Un’etica senza Dio 

Eugenio Lecaldano – 

Collana “I Robinson/Letture”, Laterza, Bari-Roma 2006, pp. 108, 12,00 €. ISBN 8842080004.

Il titolo di quest’opera richiama quello del libro pubblicato nel 1991 da Paolo Flores D’Arcais, Etica senza fede. Tuttavia, mentre il direttore di MicroMega allargava la sua attenzione a temi quali la guerra, la democrazia e la dottrina sociale della Chiesa cattolica, Lecaldano ha voluto soffermare il proprio pensiero sull’etica, con uno sforzo che non ha alcun precedente recente in Italia (si deve semmai risalire a Ethics Without God di Kaj Nielsen, tra l’altro mai tradotto nella nostra lingua). Lo sforzo di Lecaldano è ancor più interessante perché concentra la propria riflessione in una cinquantina di pagine, riuscendo nell’impresa di presentare in maniera sistematica ed efficace l’etica atea per la quale rivendica, direi anche orgogliosamente, che «non solo non è vero che senza Dio non può darsi l’etica, ma anzi è solo mettendo da parte Dio che si può veramente avere una vita morale».

Peraltro, tale obbiettivo appare ambizioso solo a prima vista, perché l’autore trova le sue “radici” nel pensiero filosofico europeo fiorito tra il XVII e il XIX secolo (in special modo Hume, Kant e Mill). Se ne deduce che agli atei non mancano certo le basi per elaborare un’etica credibile, anzi: manca semmai la consapevolezza di averla, così come mancava una sistemazione filosofica autorevole di tale pensiero. Il libro di Lecaldano è un importantissimo sforzo in questa direzione.

La prima parte del libro è a sua volta divisa in due sezioni. La prima sezione è una sorta di pars destruens, dedicata agli «errori in cui cadono coloro che sostengono che Dio è necessario per l’etica». Gli errori sono soprattutto di tre tipi: essere sicuri che Dio esiste; concepire un’etica che, rifacendosi a un’entità sovrannaturale, è priva di autonomia; ritenere che l’esistenza di Dio sia compatibile con l’esistenza del male.

Sull’esistenza di Dio l’autore si rifà ai classici argomenti di Hume e Kant, non dimenticando di ricordare che «un’etica che trova il suo fondamento in un Dio inteso come causa prima o Autore della Natura non può essere universale perché escluderebbe gli atei, mentre è evidente che se l’etica deve essere una risposta alla comune umanità di tutti noi non deve escludere nessuno».

Il secondo errore è confutato sottolineando che «chi arriva all’etica attraverso il comando divino finisce con il ridurre la moralità a qualcosa di simile alle regole di un’etichetta», mentre «il suo vero fondamento risiede nel carattere autonomo della scelta di un individuo di evitare quelle condotte che producono danni o sofferenze agli altri suoi simili»: e chi si aggrappa alla nota formula «se Dio è morto tutto è possibile» rende manifesto il fatto che «non è riuscito a liberarsi dell’erronea concezione che fa dipendere l’etica dai comandi divini e, in mancanza di questo sostegno, non trova nella sua persona alcuna risorsa per distinguere tra giusto e ingiusto».

Sul problema del male Lecaldano, a mio avviso, non deve nemmeno impegnarsi più di tanto: è, in effetti, da sempre (fin dal primo “ateo” noto come tale, Diagora) il principale argomento usato per motivare la negazione di Dio. Un tema su cui gli atei vanno come sul velluto.

Viene poi la vera e propria pars construens, in cui Lecaldano si domanda «come può essere costruita un’etica senza alcun riferimento a un Dio?». Qui l’autore mette a punto la sua ambiziosa tesi: «solo colui che è agnostico o ateo può effettivamente porre al centro della sua esistenza le richieste dell’etica, e solo colui che è senza Dio può attribuire alla morale tutta la portata e la forza che essa deve avere sia nelle scelte che riguardano la sua propria esistenza, sia un quelle che riguardano l’esistenza altrui. […] L’ateismo è la cornice intellettuale più favorevole all’affermarsi di una moralità». Non solo, ma rivendica anche il diritto che gli atei esprimano il loro punto di vista, «uscendo dalla condizione subalterna in cui sono attualmente confinati».

Le cosiddette “leggi naturali” sono difficilmente esperibili, e la pluralità di concezioni del mondo testimonia l’impossibilità di farne eventualmente discendere una morale condivisa. Non bisogna peraltro dimenticare la bizzarria di tale argomento: già Hume notava che, se fossimo conseguenti, non dovremmo curare le malattie, perché esse sono naturali, così come non dovremmo cercare di sottrarci a una catastrofe “naturale”. L’assunzione di Lecaldano, che vi ravvede quel carattere universale necessario per individuare un’etica condivisa, è che «la capacità degli esseri umani di farsi guidare da distinzioni tra bene e male, giusto e ingiusto, virtuoso e vizioso è radicata nella loro natura biologica. Se così è, allora l’etica non è altro che una pratica volta a risolvere le questioni di interazione privata e pubblica tra gli uomini e su questa terra […] Per il non credente, il premio per la sua condotta morale deriverà principalmente dalla consapevolezza di aver fatto ciò che è bene, giusto e doveroso».

Chi non crede può dunque far ricorso sia ai sentimenti, sia alla ragione quali fondamenti di un’etica radicata nella natura umana, percorrendo (e tracciando) un sentiero più sicuro di quello affrontato dai credenti: «è tempo di rifiutare l’invito di chi vuole che noi si continui a evadere dalla realtà e dalle nostre responsabilità in attesa di soluzioni che verranno da un deus ex machina il cui volere – affidato all’interpretazione di una casta speciale – non è sempre garanzia di miglioramento e tutela delle nostre esistenze ed esigenze». Di qui nasce la convinzione che un’etica non religiosa sia uno strumento migliore e più universale dell’alternativa teista, perché solo essa «sarà in grado di riconoscere la varietà e la relatività culturale e storica delle prese di posizione morali e di promuovere l’universalità di alcune regole, quale ad esempio quella costitutiva della moralità di evitare azioni che provochino a un altro essere umano sofferenze non volute per sé»: similmente, un’etica senza Dio consente più agevolmente di distinguere tra moralità e legge.

La seconda parte del libro è costituita da un’antologia di citazioni tratte da testi classici del pensiero laico e razionalista e da una densissima bibliografia ragionata: entrambe seguono l’ordine di esposizione degli argomenti presentati nella prima parte. Una sezione altrettanto utile, perché non è facile trovare pubblicazioni che prospettino in maniera così organica la ricchezza della riflessione filosofica laica.

Un’opera, dunque, che combina completezza ed essenzialità; una lettura stimolante per chiunque sia desideroso di riflettere sulla validità delle proprie convinzioni. Non dovrebbe mancare nelle biblioteche “atee” che si rispettino.

Raffaele Carcano
Ottobre 2006

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