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Unione Europea sui trampoli: gli ultimi caotici, folli, mesi di Bruxelles sono iniziati

Scritto il 16 novembre 2016 by Federico Dezzani –
C’è dell’isteria nella reazione con cui il presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha accolto l’elezione di Donald Trump: “Credo che perderemo due anni, è il tempo che Trump impiegherà per fare il giro del mondo che non conosce”, per poi ribadire, “non riesco a immaginare cosa accadrebbe se mettesse in pratica ciò che ha detto in campagna elettorale, campagna che peraltro ho trovato disgustosa”. Reazione scomposta ma giustificata, quella di Juncker, perché con la nomina di Trump è avvenuta una rivoluzione copernicana: dalla politica monetaria a quella estera, d’ora in avanti gli Stati Uniti non saranno più freno, bensì motore delle forze centrifughe europee. La questione non è più se la UE imploderà, ma di stabilirne con accuratezza la data del collasso.

Se la Casa Bianca incendia l’Europa delle élite

Si respira un’aria frizzante dopo le elezioni presidenziali dell’8 novembre che hanno incoronato Donald Trump: dopo otto anni di Barack Hussein Obama e la prospettiva di altri quattro sotto il giogo di Hillary Rodham Clinton, con tutte le conseguenze del caso (escalation militare con la Russia, terrorismo islamico, immigrazione selvaggia, dittatura della tecnocrazia europea, razione quotidiana di politicamente corretto, etc. etc.), la prospettiva di una presidenza “populista” è un sollievo: è aria fresca e salubre da inspirare a bocca aperta. Donald Trump ha aperto i cancelli della caserma in cui le élite avevano irregimentato l’Occidente (“Trump presidente? Un pericoloso liberi tutti per il resto del mondo” ha commentato significativamente Mario Calabresi) ed ora, come soldati in libera uscita, si può uscire per divertirsi e fare danni: saltano le regole, saltano gli schemi, saltano le gerarchie, salta persino l’abc della diplomazia.

Capita così che un tecnocrate lussemburghese, tale Jean-Claude Juncker che il destino ha paracadutato sulla poltrona di presidente della Commissione Europea, insulti apertamente e ripetutamente (due volte nell’arco di una settimana), il nuovo inquilino della Casa Bianca: “ignorante, incapace, disgustoso” è il succo del pensiero di Juncker sul presidente in pectore. Reazione dell’interessato? Nessuna. Ed il silenzio di Donald Trump è più eversivo che mai: perché sprecare fiato con un tecnocrate alcolizzato che ha i mesi contati? Molto meglio un incontro a quattrocchi con Nigel Farage, l’euro-scettico d’acciaio che ha guidato e vinto la battaglia per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Capita così che il rappresentante europeo per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, convochi una cena a Bruxelles per discutere l’inatteso esito delle elezioni americane e, anziché presentarsi 28 ministri degli Esteri, accettino l’invito solo in 22: Regno Unito, Francia, Malta, Irlanda, Lituania e Ungheria saltano l’appello. Mogherini who? Je ne connais pas Madame Mogherini.

Capita così che il premier-cazzaro Matteo Renzi tenti un’operazione “alla Badoglio”, per unirsi in extremis all’esercito vittorioso che avanza: via le bandiere dell’Unione Europea dall’ufficio della Presidenza del Consiglio e minaccia di veto sul bilancio europeo, perché, come dice il fedelissimo Sandro Gozi, “noi non siamo né nazionalisti né populisti. Noi però siamo molto stanchi delle ambiguità e delle contraddizioni europee”.

L’elezione di Donald Trump è stata in effetti uno spartiacque per l’Unione Europea: è una svolta che avrà effetti dirompenti sulle istituzioni di Bruxelles e ciò spiega la reazione scomposta della tecnocrazia brussellese, la gelida risposta riservata alla Federica Mogherini, la disperata “conversione” di Renzi al populismo montante. Con la vittoria di un candidato “anti-establishment”, la geopolitica dell’Occidente è stata completamente stravolta: Washington, da garante e sostenitrice dell’integrazione europea, si è trasformata in una “centrale dell’eversione anti-establishment”, che alimenta ed incentiva le forze centrifughe in seno al continente. La Casa Bianca è assurta a punto di riferimento per tutti quei partiti nazionalisti ed anti-sistema che lavorano per lo smembramento dell’Unione Europea e la riconquista della piena sovranità: è un concetto ben espresso sia da Mario Calabresi (il sullodato “liberi tutti”), ma ancora meglio da Lucia Annunziata nell’articolo “Nuovo Ordine Mondiale” del 9 novembre1:

“La vittoria di Trump è la prima affermazione di un movimento anti-sistema che porta un suo leader al vertice. È un voto che istituzionalizza nel punto più alto del sistema il rifiuto del sistema stesso. In questo senso il voto americano legittima e tracima le stesse istanze in movimento in vari paesi – Europa e Italia incluse. Questa legittimazione sarà la singola più importante influenza che gli Stati Uniti di Trump eserciteranno sul resto del mondo negli anni a venire.”

Stati Uniti d’America, quindi, non più come garanti dell’ordine liberale post-45, basato sui pilastri NATO-CEE/UE, bensì come potenza “anti-sistema”, che legittima i movimenti nazionalisti, ostili alla globalizzazione e alla diluizione degli Stati-Nazione in organismi sovranazionali. Nel mutato contesto, la UE è poco più che un rudere di una fase storica archiviata: fa bene Jean-Claude Juncker ad agitarsi, perché la sua poltrona di presidente della commissione europea equivale al trono francese nel 1789.

Per capire come l’elezione alla Casa Bianca di un “populista” dia lo slancio finale alla dissoluzione della UE, bisogna ricordarne brevemente le origini. Il processo di federazione del continente è foraggiato e supervisionato sin dal 1945 (in realtà, fin dal primo dopoguerra attraverso figure del calibro di Richard Coudenhove-Kalergi) dall’élite finanziaria che vive tra la City londinese e Wall Street: progressista, liberista, mondialista, quest’oligarchia sogna gli Stati Uniti d’Europa, così da ancorare saldamente il continente all’Atlantico, dissolvere le Nazioni e contenere/isolare la Russia, grande potenza terrestre storicamente temuta dall’impero marittimo, prima inglese e poi angloamericano.

Collassata l’URSS (1991), l’oligarchia atlantica preme l’acceleratore, introducendo la moneta unica che, come disse già nel 1998 Milton Friedman, è il frutto di una impostazione non realistica, di una spinta elitaria di chi vuole usare la moneta unica per arrivare all’unione politica”. Di fronte al conclamato fallimento del progetto (databile 2013, in coincidenza della prima introduzione del “bail-in” nella crisi cipriota), le élite euro-atlantiche non hanno migliore idea che resuscitare la Guerra Fredda (unita alla strategia della tensione targata ISIS), così da sedare le spinte centrifughe in seno alla UE e riproporne l’originale funzione anti-russa. Non c’è alcun dubbio che l’elezione di Hillary Clinton avrebbe portato alle estreme conseguenze la strategia, incendiando i confini orientali dell’Europa.

Donald Trump è estraneo all’establishment liberal e pro-Unione Europea che si era raccolto dietro Hillary Clinton: è l’establishment, per fare qualche nome, del New York Times, del Financial Times, dell’Economist, del TIME, del Bilderberg, del Council on Foreign Relations, di Soros, dei Rothschild, degli Agnelli-Elkann, etc. etc. In quanto “nazionalista” e fautore di una politica protezionistica ed isolazionista, Trump è ostile a qualsiasi organismo “massonico-mondialista” sponsorizzato dalle élite, che si chiami Unione Europea od ONU (si ricordino i pesanti attacchi piovuti contro Trump dalla Nazioni Unite durante la campagna elettorale2). Per Trump, vale la definizione sopracitata dell’euro: la moneta unica è il frutto di una impostazione non realistica, di una spinta elitaria di chi vuole usare la moneta unica per arrivare all’unione politica”.

Accantonati i progetti di una federazione del continente, svanita l’esigenza di sedare le forze centrifughe con la “rinata minaccia russa”, la necessita di fomentare la tensione tra Occidente e Russia si dissolve, come, a maggior ragione, il bisogno di alimentare pericolosissime guerra per procura in Siria o Ucraina: se Trump ignora i tecnocrati di Bruxelles, si affretta però a telefonare a Vladimir Putin, concordando un incontro appena insediato alla Casa Bianca. Lo sconcerto nell’establishement euro-atlantico, dal ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen, al segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, è grande: c’è il timore che i due presidenti trovino un accordo sopra le loro teste, condannando la NATO alla fine del vaso di coccio tra due vasi di ferro, gli Stati Uniti “nazionalisti ed isolazionisti” e la dinamica Russia di Vladimir Putin.

È questo uno scenario che non vale solo per la NATO, ma anche per il suo risvolto politico ed economico, l’Unione Europea. Se la Casa Bianca fomenta i “nazionalismi” europei, se nello studio ovale siede un “populista” che legittima i movimenti anti-establishment, anti-euro ed anti-immigrazione, se Washington è interessata ad un accordo di ampio respiro con Mosca e a riconoscerle una sfera d’influenza in Europa, ci può ancora essere un futuro per l’Unione Europea? La risposta è no e, come sempre capita, i primi ad accorgersi del mutato contesto politico sono gli Stati alla periferia del sistema: non ci riferiamo soltanto all‘Ungheria del nazionalista Viktor Orban che ha esultato per la vittoria di Trump, ma anche e soprattutto alla Bulgaria ed alla Moldavia, i cui elettori hanno ritenuto più opportuno alle consultazioni del 13 novembre sostenere i candidati filo-russi, invertendo così il processo di espansione della UE/NATO culminato nel febbraio 2014 col golpe che depose Viktor Yanukovich.

Il grande deflusso è quindi ufficialmente partito.

Dall’inizio dell’eurocrisi abbiamo assistito ad una Casa Bianca che si è fatta garante dell’integrità della moneta unica e della UE: è stata la FED nel settembre 2011 a concedere prestiti d’emergenza alle banche europee, è stato il FMI a studiare le ricette d’austerità per “risollevare” l’europeriferia, sono stati i servizi atlantici a fornire la lista Falciani con cui si è ricattato George Papadreou pronto a lasciare l’euro, è stata Washington che ha insistito affinché la Grecia restasse nell’eurozona, è stata l’amministrazione democratica a stigmatizzare gli squilibri prodotti dall’export tedesco, è stata sempre la Casa Bianca a caldeggiare la vittoria del “sì” al referendum costituzionale italiano per scongiurare un effetto domino sull’eurozona.

Ora, con l’elezione di Donald Trump, tutto è cambiato: alla Casa Bianca siede un un “populista” incendiario che lavora per la deflagrazione dell’Europa. In un contesto, per di più, dove incombe il rialzo dei tassi della FED, con tutte le  (drammatiche) conseguenze del caso.

Rialzo dei tassi ed appoggio ai populismi, come gli USA porteranno al collasso la UE

Qualcuno si sarà accorto che dopo la vittoria di Trump si è riprodotta, seppure su piccola scala, la stessa dinamica vissuta all’apice dell’eurocrisi: il differenziale tra Bund tedeschi e titoli periferici si è improvvisamene allargato (toccando i 180 punti base nel caso italiano) e l’euro si è indebolito, scendendo fino a 1,07 sul $. Nel frattempo, anche il rendimento dei titoli di Stato americani, i Treasury a dieci anni, è balzato, come è ben visibile nel grafico sottostante, portando con sé il rendimento di tutte le obbligazioni europee.
treasury

Che è successo?

Il mercato comincia a scontare la prossima mossa della FED: creata la più grande bolla azionaria ed obbligazionaria della storia, grazie a otto anni di denaro a costo zero, uscita dalla Casa Bianca l’amministrazione democratica che ha nutrito la bolla e spalleggiato prima Ben Bernanke e poi Janet Yellen, la Riserva Federale si prepara ad accogliere il “populista” Donald Trump con il rialzo del saggio di risconto, annunciato dal lontano 2013 e mai attuato.

Una simile prospettiva rafforza il dollaro (ed è quello che sta già avvenendo) e deprime il valore dei titoli di Stato, aumentandone il rendimento (idem). C’è una serie di drammatiche controindicazioni in questa strategia: i capitali, attratti dai tassi della FED più alti, defluiscono dal resto del mondo verso gli USA (e ciò spiega l’indebolimento dell’euro e l’improvviso aumento del rendimenti europei) e, soprattutto, la bolla azionaria ed obbligazionaria arriva al capolinea, secondo uno schema già sperimentato nel 2000 e nel 2008 (e se gettiamo lo sguardo al XX secolo, nel 1929). La FED, in sostanza, sta gettando le basi per una Lehman Brothers 2.0 che investirà un’eurozona molta più indebolita del 2008/2009, quando i differenziali tra Bund e titoli periferici conobbero la prima impennata3: le possibilità dell’eurozona di sopravvivere all’effetto combinato di un rialzo dei tassi della FED e dello scoppio della bolla azionaria, rasentano lo zero.

Sempre, ovviamente, che l’eurozona sopravviva abbastanza da vedere il nuovo corso della banca centrale statunitense: arriviamo così all’altro canale con cui gli Stati Uniti lavoreranno, d’ora in avanti, per la dissoluzione dell’Unione, quello politico.

L’Europa va incontro ad una serie di delicatissimi appuntamenti elettorali, dove il nuovo inquilino della Casa Bianca, il candidato che ha sdoganato su scala mondiale “i populisti”, non eserciterà più nessuna azione frenante sulle forze centrifughe dell’Unione Europea. Supponiamo di rivivere un momento simile alla crisi greca dell’estate 2015: davvero qualcuno crede che Trump farà pressione sulla Germania per tenere nell’eurozona questo o quel membro? Davvero qualcuno crede che il prossimo presidente degli Stati Uniti si opporrà all’uscita di un Paese dall’Unione Europea, dopo essersi consultato con Nigel Farage? Decisamente, no. Non c’è più nessun Barack Obama od Hillary Clinton ad affrontare l’imminente calendario infuocato per l’Europa.

Si è detto delle recenti elezioni in Bulgaria e Moldavia che hanno decretato la vittoria del candidati filo-russi ed anti-UE. Si prosegue il 4 dicembre con il doppio appuntamento del referendum costituzionale italiano e la ripetizione delle presidenziali austriache, invalidate dai brogli elettorali che regalarono la vittoria al candidato europeista: una vittoria del “No” in Italia e l’affermazione del populista Norbert Hofer in Austria, avrebbe pesanti ricadute sui rispettivi esecutivi, aprendo lo scenario di una “Italexit” e di una “Austriaexit”. Tocca poi all’Olanda che il 15 marzo vota per le legislative: il partito anti-europeista di Geert Wilders sarà determinante nei nuovi assetti dell’esecutivo. Si procede con la Francia che tra aprile e maggio terrà le due tornate delle presidenziali: la vittoria al primo turno di Marine Le Pen è certa e resta solo da stabilire chi, tra Nicolas Sarkozy e Alain Juppé, sarò lo sfidante al ballottaggio. I sondaggi danno per certa l’affermazione del repubblicano, ragion per cui è lecito supporre che si ripeta la stessa dinamica che ha regalato la vittoria a Trump, nonostante tutti i pronostici contrari.

A fine agosto, infine, è la volta del rinnovo del Bundestag: Angela Merkel, ufficialmente candidatasi per il quarto mandato, è l’ultima speranza delle élite euro-atlantiche e la garante della sopravvivenza dell’euro e delle politiche pro-immigrazione. Non a caso, è stata eletta dal New York Times come “Liberal West’s Last Defender”, “l’ultima paladina dell’Occidente liberale”, in un editoriale del 12 novembre4: non è azzardato ipotizzare, quindi, che la nuova amministrazione di Trump farà di tutto per sabotare la riconferma della “Hillary Clinton europea”, residuato di un’epoca di immigrazione selvaggia e aperta ostilità tra Occidente e Russia. E se affiorasse improvvisamente dagli archivi qualche incartamento che dimostri la collaborazione dell’ex-ricercatrice della DDR con il repressivo apparato di sicurezza della Stasi?

L’onda lunga del populismo, partita in Regno Unito ed ingrossatasi negli Stati Uniti, ha quindi dinnanzi a sé diverse occasioni per tracimare e sommergere l’Europa: entro la fine del 2017, grazie all’azione congiunta della FED e dello sdoganamento dei partititi populisti operato da Trump, l’Unione Europea e l’eurozona saranno solo un ricordo. La reazione isterica di Jean-Claude Juncker è più che comprensibile, riconosciamolo.

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1http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/nuovo-ordine-mondiale_b_12878384.html

2http://www.ansa.it/usa_2016/notizie/2016/10/08/e-mosca-difende-trump-allonu-troppe-critiche_d2bad4f0-149e-4486-83c4-81eb714cf438.html

3http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/01/spread-bond-europa-bund.shtml?uuid=d3a8f598-e184-11dd-8573-891a1fb2d03c

4http://www.nytimes.com/2016/11/13/world/europe/germany-merkel-trump-election.html

Unione Europea sui trampoli: gli ultimi caotici, folli, mesi di Bruxelles sono iniziati

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