TwitterFacebookGoogle+

Unioni civili. Elementare spiegazione ad una signora

Una religiosa signora mi scrive: «Elisa, vogliamo difendere, tutelare, ribadire il valore della diversità. E garantire diritti. Perfetto, sacrosanto. Ma garantire diritti tutelando la diversità, non può passare, secondo me, per omologare tutti, per usare le stesse parole per tutti: non si può chiamare “matrimonio” qualsiasi unione. Tra eterosessuali è assolutamente palese che ci sia una differenza tra matrimonio e convivenza: e i conviventi , tra loro, vogliono, spesso – e secondo me giustamente – chiamarsi “conviventi”, “compagni”, ma non coniugi e marito e moglie: chiamarli così ( conviventi, compagni) è esattamente rispettare la loro differenza, non discriminarli». Ed ecco la mia spiegazione elementare.

Il filosofo Ludwig Wittgenstein sosteneva che il contesto è indispensabile per capire il significato di una parola. Una parola acquista il suo vero pieno significato nel contesto in cui è inserita. Se io ti dico: “Dory, ieri sono stato al matrimonio di due miei cari amici”,  tu non sai se sto parlando di matrimonio civile oppure di matrimonio in chiesa. Sai solo che si tratta di matrimonio tra un uomo e una donna. Se però ci troviamo in Spagna, tu non sai se si tratta di matrimonio tra una donna e un uomo, oppure tra due uomini. Se ti dico: “Ieri sono stato in chiesa al matrimonio di due miei cari amici”. Tu capisci immediatamente che si tratta di matrimonio tra due persone di sesso diverso, perché solo loro hanno la possibilità di sposarsi in chiesa. Se ti dico: “Ieri sono stato al matrimonio di Paolo e Francesco”, tu capisci inequivocabilmente che si tratta di matrimonio civile tra due uomini.

Come vedi il termine acquista il suo pieno significato nel contesto in cui è inserito. Ma la realtà non cambia: due persone che si sposano in chiesa, sono due persone che si sposano in chiesa, due persone, maschio e femmina, che si sposano solo in Comune, sono due persone, maschio e femmina, che si sposano solo in Comune; due persone dello stesso sesso che si sposano in Comune, sono due persone dello stesso sesso che si sposano in Comune. La realtà non cambia, sia se tu chiami “matrimonio” la loro unione, sia se tu la chiami con nome diverso. La realtà non cambia.  Le differenze non cambiano.  Il valore della diversità resta.

Detto questo, anche se non si farà ricorso al termine matrimonio, per indicare l’unione tra due persone dello stesso sesso, la gente, come avviene in paesi dove il matrimonio gay è riconosciuto,  continuerà a chiamarlo matrimonio.  E non succede il finimondo. Sono solo fisime, questioni di lana caprina.

Elisa Merlo

P.S. Il blog è “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.