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Unioni civili. Il passo in avanti e quello da fare

Articolo di Concita De Gregorio (Repubblica 15.19.14) LEGGI ANCHE IL SUCCESSIVO ARTICOLO

“”Un passo avanti, certo. Bello che il governo stia preparando un testo da mandare in aula nel caso — probabile, visti i precedenti — che la proposta in commissione Giustizia del Senato sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso si impantani nelle sabbie mobili dei veti incrociati, delle suggestioni alfaniane dei principi si suppone etici del centrodestra di governo. Dei no di matrice politica più che cattolica giacché il Sinodo di Papa Francesco è un bel po’ più veloce e capiente sulla «importante sfida educativa» che le unioni omosessuali propongono. Senz’altro più lungimirante della circolare del ministro Alfano che chiede conto ai sindaci della loro improntitudine: come vi permettete di registrare o ratificare le unioni civili fra persone dello stesso sesso, smettete subito, non si può. Invece non solo si può ma si deve, ministro Alfano, c’è una sentenza della Corte costituzionale — la 138 del 2010, senz’altro lei la conosce — che chiede di riconoscere alle coppie gay gli stessi diritti delle coppie sposate. Sono quattro anni che aspetta una risposta. Ora succede questo:
Matteo Renzi, presidente del Consiglio, ha annunciato l’altro giorno a Bologna che una proposta è allo studio. È vero, è così. Ne dà notizia oggi su questo giornale Francesco Bei. Nel caso in cui la proposta di legge di Monica Cirinnà, senatrice Pd, non dovesse uscire dalle secche di commissione ed eventualmente d’aula il governo ha pronto un testo che la recepisce. Lo presenterà dopo la Legge di Stabilità, cioè (anche) dopo aver messo a tacere Alfano e tutto il centrodestra con 500 milioni di euro di sgravi fiscali e sussidi per le famiglie numerose. Qualche soldo in tasca a chi si sposa e fa molti figli in cambio del sì alle unioni civili per i gay. Accordo fatto, sulla parola. Il testo del governo — ci lavora il sottosegretario alle Riforme Ivan Scalfarotto — in estrema sintesi e con qualche approssimazione dice questo: le unioni civili saranno un matrimonio che non si chiama così. Modello tedesco. Le coppie dello stesso sesso avranno gli stessi diritti delle coppie sposate eterosessuali: assistenza sanitaria, asse ereditario, pensione di reversibilità, figli. Avranno la possibilità di adottare i bambini se uno dei due è genitore biologico. Insomma: saranno — come chiede quella sentenza della Corte — in tutto uguali alle coppie unite in matrimonio e lo saranno specialmente riguardo alla domanda fondamentale che ciascuno di noi si pone quando decide di sposarsi anche se non vorrebbe o lamenta di poterlo fare perché non può. La domanda è: se muoio, che succede? Chi subentra nella pensione di reversibilità, la mia prima moglie o la mia attuale compagna, madre dei miei figli? La prima moglie, dunque mi sposo per garantire bambini e madre. Chi subentra nel contratto di affitto? Mi sposo. Chi mi assiste o chi posso assistere nel caso di malattia, poniamo invalidante e grave? Mi sposo. Questi sono gli argomenti di migliaia, centinaia di migliaia di persone che si sposano anche senza essere cattoliche osservanti. Questo quello che le persone dello stesso sesso in Italia fino ad oggi non possono fare, e che invece accade in Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Portogallo, Svezia, Norvegia, Danimarca — matrimoni — e Germania, Svizzera, Irlanda, Finlandia — unioni civili — solo per restare al continente Europa.
Molto bene, dunque. Ora che anche il Sinodo riconosce che «vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un apporto prezioso» anche fra persone di sesso uguale persino Alfano potrà stare più sereno. Si proceda, il Papa ha detto sì. Purché non si chiami matrimonio, ma sì. La domanda, a voler essere pignoli, è perché due persone di sesso diverso — un uomo e una donna — per essere tranquilli di “cosa succede se muoio” ed altro ancora — figli, adozioni assistenza sanitaria ed ogni altra quotidiana vicenda della vita — debbano per forza sposarsi. Una discriminazione nuova si profila all’orizzonte: quando i gay avranno gli stessi diritti degli eterosessuali, evviva, dovremmo provare a fare in modo che fra gli eterosessuali non ci sia differenza fra chi accede al matrimonio e chi, per mille sue personali ragioni, non lo desidera, non vuole. È fermo al Senato, dopo il sì della Camera, il divorzio breve. È ferma la proposta sul “divorzio senza avvocati” per chi non ha figli. Sono una babele le norme per l’adozione, impregnate di matrimonialismo. Mentre si rallegrano per le sorti degli omosessuali ci sono milioni di persone etero che si chiedono e chiedono al presidente Renzi quando, in questo Paese, per essere tranquilli di “cosa succede se muoio” non debbano unirsi in matrimonio secondo Santa Romana Chiesa o con veloce cerimonia in Comune. Un registro delle unioni civili, presidente Renzi, una volta che sarà legittimo per le persone gay francamente sarà difficile negarlo a chi frequenta un sesso diverso dal suo. Giusto per non fare discriminazioni, Costituzione alla mano. In fondo a questo faticoso e lento cammino, ne convenga, sarà bello e persino giusto essere davvero tutti uguali.””

Leggi anche l’articolo “Sui temi etici la Chiesa batte la politica” di Luigi La Spina (Stampa 15.10.14)

“”Il contrasto non potrebbe essere più stridente. Da una parte, un percorso lento, molto sofferto, pure duramente contrastato e lacerante, segnato da bruschi avanzamenti e da improvvise fermate, ma con una marcia rettilinea e comprensibile.
Dall’altra, capovolgimenti di fronte repentini, uno zizzagare impazzito di opinioni, a pronto uso per l’ultima dichiarazione in televisione o sui giornali, nel segno della strumentalità più cinica.
In questi giorni, sulle questioni etiche più delicate, quelle in cui la coscienza di tanti cittadini si confronta con la concretezza di una vita che spesso non obbedisce più non solo alle norme, ma anche alle consuetudini, quelle sulla famiglia o sulle famiglie, sull’amore o sugli amori, sulla nascita e sulla morte, colpisce il confronto tra gli uomini della Chiesa e quelli del nostro Stato.
La relazione sulla prima parte del dibattito che si sta svolgendo al Sinodo documenta, con trasparente evidenza, non solo le importanti novità, persino con toni linguistici sorprendenti, di una Chiesa cattolica impegnata in un serio cammino di apertura anche agli aspetti più controversi della modernità, ma anche i turbamenti, le divisioni, le perplessità che tale riflessione suscita nella comunità dei vescovi e dei cardinali. Pare proprio che siano state accolte pienamente le raccomandazioni di Papa Francesco all’apertura dei lavori, quelle di parlare con sincerità e senza troppe diplomazie verbali, ma, e soprattutto, quelle di ascoltare con animo privo di pregiudizi e disponibile al convincimento.
Ecco perché la discussione sembra vera e profonda, come quando non viene mai meno il rispetto per se stessi, sia fra coloro che rivendicano la coerenza di una vita pastorale spesa per difendere la dottrina da più comode e ambigue interpretazioni modernizzanti, sia fra quelli che si rendono conto di un distacco crescente e forse irrimediabile tra la coscienza di tanti cattolici e la rigidità di precetti che finiscono per negare il primo e fondamentale precetto, quello della comprensione e dell’accoglienza per ogni essere umano. Così, il contrasto tra i cosiddetti conservatori e i cosiddetti progressisti al vertice della Chiesa non si maschera nell’ipocrisia, né si confonde in una ambigua trasversalità di posizioni, ma permette di trovare una sintesi, se vogliamo pure un compromesso, che consenta comunque un avanzamento collettivo verso una realtà profondamente mutata e incoraggi un forte stimolo alla sua comprensione.
Se guardiamo, invece, al «dibattito», chiamiamolo pure così, tra la nostra classe politica su questi temi etici, lo spettacolo è davvero desolante. Amore, figli, famiglia, sentimenti che accompagnano tutta la vita dei cittadini, tra meravigliose consolazioni e squassanti dolori, vengono palleggiati, con superficiale disinvoltura e spietata ricerca della convenienza elettorale, per immediate esigenze di schieramento. Questioni così delicate servono per regolamenti di conti nel centrodestra, tra un Berlusconi, fino a poco tempo fa, orgoglioso di un maschilismo esibito per vellicare gli istinti più conservatori del suo elettorato e, ora, accogliente padrone di casa di Luxuria e un Alfano che cerca di trasferire nel suo partito la parte più tradizionalista di quello schieramento, probabilmente sconcertata dall’influenza che la giovane fidanzata riesce ad avere nei confronti del leader di Forza Italia. Ma anche a sinistra, le cautele di Renzi di fronte alle sollecitazioni che gli arrivano da molte parti del suo partito, ultime quelle del presidente dei democratici, Matteo Orfini, perché acceleri il varo di una legge più aperta ai gay e alle adozioni di figli tra omosessuali, sono significative delle sue preoccupazioni di non ostacolare il travaso di simpatie che, dal centrodestra, si sta convogliando verso di lui e verso il suo governo.
L’atteggiamento della Chiesa e quello della nostra classe politica offre una dimostrazione da manuale della differenza tra realismo e opportunismo. Sia l’una sia l’altra cercano il consenso, la prima quello dei fedeli, la seconda quello degli elettori. Sia l’una sia l’altra rincorrono i mutamenti della realtà, degli umori, delle speranze dei cittadini. Sia l’una sia l’altra tentano di modellare antichi precetti e vecchie concezioni del mondo alle attese di ascolti sempre più distratti e sfiduciati. La Chiesa dimostra di farlo con dignità e sofferenza, tra lacerazioni di coscienze e faticosi ravvedimenti, ma con la confortante sicurezza di chi crede in un approdo provvidenziale. La politica brancola alla ricerca affannosa dell’ultimo sondaggio, perché, oltre alle morte delle ideologie, ha perso anche la forza di un serio e moderno pensiero laico sull’esistenza. Senza il quale, il credente è solo costretto a obbedire e il non credente trova impossibile capire il significato della propria vita.””

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