Dio non abita più lassù
Di Roberto Rivosecchi
Nella religione tradizionale è tutto un far finta. Un “facciamo finta che”. Facciamo finta che esiste un Dio che abita lassù, nei cieli, che scende sulla terra di tanto in tanto ad occuparsi di noi. Facciamo finta che da quell’affidamento a quel Dio dei cieli dipende la soluzione dei nostri problemi. Facciamo finta che un Padre sacrifichi il Figlio per la nostra redenzione e salvezza, decaduti e votati alla morte come siamo, per causa di un peccato, non nostro, ma dei nostri progenitori. Addirittura riattualizziamo quotidianamente questo sacrificio. Tant’è che il teologo Josè Comblin si chiede, “come poter spiegare che Dio esiga la morte di suo figlio per poter perdonare”?
E tutti noi ci chiediamo, quale congruenza ci può essere tra una salvezza ottenuta dal sangue sacrificale e l’amore divino che invece tutto comprende e che viene concesso in modo gratuito, senza richiesta di corrispettivo? Contraddizioni insanabili tra la tradizione consolidata nel rito attraverso il mito e il moderno sentire. Ma continuiamo a far finta. Facciamo talmente finta che ci siamo dimenticati di far finta. La finzione è diventata realtà, consolidata nella quotidianità.
Ovunque i rappresentanti di questo far finta li vediamo sedere, tronfi e ingombranti, a fianco di chi governa, di chi gestisce la giustizia o il suo braccio armato. In questo far finta abbiamo delegato il sacro a uomini in carne e ossa. La delega li ha innalzati a ministri di Dio al servizio dell’uomo. Ma il ministero li pone, agli occhi dell’uomo comune, più vicini a Dio che all’uomo.
E quando qualcuno di questi viene risucchiato nei miasmi terreni, quali la pedofilia, il trauma è grande. È un brutale richiamo alla realtà. È il crollo della finzione, è il crollo del mondo sacrale prima percepito come distinto da quello terreno, mondo a cui abbiamo affidato il nostro destino e la crescita dei nostri figli. La pedofilia nel clero diventa ulteriore dimostrazione che occorre abbandonare i piani della finzione metafisica e tornare alla realtà. L’imposizione delle mani, la consacrazione, tutti gli atti magici del “far finta che”, ne escono ridimensionati. Sono la prova provata della non autosufficienza del mondo sacro. Questo mondo perde la sua specificità di separazione e di incontaminatezza e non può essere più supporto e conforto alla finitezza e insignificanza umana. Mondo sacro e mondo umano ora si compenetrano nel trauma dello smarrimento.
La caduta deve invitarci a riprendere la ricerca di senso, orientandoci al riconoscimento della piena autonomia del nostro mondo, di questo mondo. La finzione deve far posto alla consapevolezza: l’ultraterreno, frutto forzato del “ far finta che”, ha dato cattiva prova di sé, oltretutto è superato dal progredire della scienza e della tecnologia, che ci spiegano i fenomeni a prescindere dalla presenza divina. Grozio è il primo a reclamare la dimensione della autonomia a proposito del diritto naturale, che rimarrebbe egualmente in vigore qualora Dio non esistesse. Bonhoeffer più tardi affermerà la necessità di vivere come se Dio non ci fosse, rivendicando la piena autonomia dell’uomo, l’uomo nella sua pienezza. Ma il suo conterraneo, l’attuale Benedetto, persistendo nel “far finta che” e spacciandolo per la grande sfida lanciata nell’era del relativismo, toglierà la negazione e inviterà a vivere come se Dio ci fosse. Ma quale Dio? Certamente non più il Dio che abita lassù. Il Dio delle rappresentazioni cristiane tradizionali che postula la dipendenza del nostro mondo dal Suo mondo. Seguendo l’anziano gesuita belga Roger Lenaers e il vescovo episcopaliano John Schelby Spong questo Dio “teista” non c’è più, come non ci sono più due mondi paralleli collegati in una dipendenza eteronoma. Va rivendicata l’autonomia nostra e di questo mondo, addirittura la non esistenza dell’altro mondo. Esiste solo questo mondo, che pur tuttavia è sacro quale autorivelazione continua del mistero divino. La “teonomia”, che riconosce in Dio la dimensione profonda del cosmo e dell’umanità, invita ad una riconciliazione tra l’autonomia dell’essere umano e la fede in Dio.
In questa prospettiva dunque vanno rilette tutte le formulazioni eteronome della dottrina. Pensare ad esempio che l’eucaristia si trasformi realmente o che Gesù abbia lasciato la tomba o che la moltiplicazione dei pani sia un fatto reale significa negare l’autonomia della natura, del nostro mondo e ricadere sotto la visione tradizionale eteronoma che, invece, andiamo rifiutando come non più consona ad una cultura moderna. Così, continua Lenaers, se mi oppongo all’eutanasia, perché trasgredisce la proibizione di toccare una vita umana, sto facendo riferimento ad un comandamento, la legge eteronoma, retaggio dell’altro mondo, del quale invece mi voglio disfare. Così, si potrebbe dire, per tutti i valori non negoziabili e per la sessualità e le sue manifestazioni non in linea con i percorsi del diritto naturale fatto proprio dalla Chiesa-istituzione. Cioè, i riferimenti e i canoni operativi e di valutazione non sono più quelli del mondo del Dio nei cieli, della Legge calata dall’alto, ma quelli di questo mondo, di questa terra, che è santa di suo, per un principio divino che è stato sempre dentro di noi. L’etica della legge viene cancellata dall’etica della teonomia, l’Amore primordiale che si esprime nella evoluzione del cosmo sotto forma di impulso ad amare e che quindi tutti comprende e giustifica. La polemica sull’esistenza di Dio non ha più senso. Abbattendo il Dio “teista” dai cieli, non si dà più l’alternativa dell’ateismo, ma il post-teismo o il non-teismo: tutte compatibili, dice Josè Maria Vigil, con l’esperienza spirituale dell’uomo.
Grandi motivi di speranza. Forse il problema è insito proprio nel significato etimologico del termine, un po’ sospetto: il richiamo alla legge. Ci sarà sempre qualcuno che vorrà ricondurre questa legge, sia pure dell’amore, nell’alveo della convenienza e del potere, dunque del “far finta che”.
http://www.italialaica.it/news/articoli/36991
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