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Povero De Coubertin

Le italiane sul podioDi Piergiorgio Odifreddi
Siamo in tempo di Olimpiadi, e dovrebbe essere il momento in cui gli ideali sportivi vengono esaltati, all’insegna del motto di Pierre de Coubertin: “L’importante non è affatto il trionfo, ma la competizione. L’essenziale non è aver vinto, ma essersi ben battuti”. Più brevemente, anche se meno fedelmente: “L’importante non è vincere, ma partecipare”. Purtroppo, le Olimpiadi testimoniano invece l’anacronismo di questo motto, e dell’ispirazione di colui che le ha rifondate nei tempi moderni.
Fino a qualche decennio fa, gli atleti professionisti erano banditi dalle competizioni, e i dilettanti li consideravano con disdegno dei letterali “banditi”.

Oggi questi ultimi si sono estinti, e i primi sono diventati delle macchine da soldi. La partecipazione si è trasformata in un mero strumento di sponsorizzazione, e lo sport è anch’esso diventato un contenitore per la pubblicità, come tutto il resto in questo nostro mondo malato.

La mancanza di spirito sportivo si manifesta soprattutto nelle cronache degli eventi, in cui imperano provincialismo e campanilismo. A guardare la homepage del sito che ci ospita, ad esempio, si direbbe che a Londra ci sia una sola squadra nazionale, quella italiana, i cui atleti a volte vincono e a volte perdono. Gli altri sono comprimari, che esistono solo come perdenti, o come usurpatori delle “nostre” speranze di vittoria. E i titoli delle notizie sono spesso riservati non alle imprese sportive degli stranieri che le fanno, ma alle recriminazioni di e su gli italiani che non le hanno fatte.

D’altronde, un popolo che vive per quasi tutto l’anno di calcio professionista e campanilista, non può certo essere sensibile agli ideali sportivi e decoubertiniani. Lo testimoniano, anche in questi giorni, le notizie sugli strascichi giudiziari del calcioscommesse. All’allenatore della Juventus, imputato di “associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla frode sportiva”, viene rifiutato il patteggiamento, per motivi facilmente intuibili. E il presidente della squadra, il rampollo di quinta generazione Andrea Agnelli, non trova di meglio che dichiarare che il sistema giuridico sportivo rivela “l’incapacità di interpretare le moderne esigenze del professionismo di alto livello”.

Ecco, sono proprio queste “esigenze”, quelle di cui bisognerebbe esigere la scomparsa. Fino a quando saranno invece esse a dettar legge, lo sport rimarrà una bella memoria dei tempi passati: quelli in cui De Coubertin pensava e sperava che esso sarebbe stato di supporto all’educazione fisica e spirituale, e non sospettava che sarebbe invece diventato un campo di investimento degli operatori economici e della delinquenza organizzata.

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