Ultimi articoli

Principi etici e tabù

NarcisoChe la società cambi è un fatto scontato. Lo è molto meno la direzione del cambiamento.

Quando Freud aveva analizzato il complesso di Edipo, la società borghese aveva adattato il modello della famiglia patriarcale alle nuove condizioni di vita urbane.

Quell’ Edipo che poteva emanciparsi dalla famiglia solo uccidendo il padre e sposando la madre, non era altro che il riflesso della cultura paternalistica dalla culla alla tomba, in cui il patriarca aveva la responsabilità della conduzione domestica e non lasciava libertà alla moglie né tantomeno ai figli. Ma oggi il figlio, per emanciparsi, ha bisogno solo di soldi: che provengano dal lavoro onesto, dall’eredità, dalla fortuna al gioco, dal malaffare.

Quindi il complesso di Edipo ha trovato nuove forme patologiche di comportamento nella morale vittoriana.

In questo mutamento della cultura, anche la definizione stessa di famiglia va trasformandosi in qualcos’altro di ancora indefinito: come classificare i figli unici, le coppie di fatto, l’ omosessualità, la libertà sessuale, alla luce della psicanalisi contemporanea? Insomma: quanto c’è di naturale e quanto di compulsivo nel mutamento?

Una chiave di lettura è quella proposta dal mondo clericale: la famiglia tradizionale composta da padre, madre e una numerosa discendenza sarebbe la sede naturale della società e le sue varianti comporterebbero disturbi psicologici. Vi si menzionano studi psicologici per afferire che al di fuori della monogamia uomo/donna crescono le devianze: alcoolismo, droga, violenza, scarso rendimento scolastico, disagio adolescenziale, sesso compulsivo…

Se i dati forniti sono corretti, però, lo sono meno le interpretazioni. Infatti il rapporto tra causa ed effetto non è così lineare. Prendiamo il dato statistico più noto perché molto importante per lo studio demografico: chi non è sposato tende a vivere di meno. Vero: ma di chi è la colpa? Secondo il ragionamento clericale, sarebbe di chi non vuole sposarsi o di chi divorzia, o della società che non autorizza l’unione. Ma pensiamoci un attimo: i matrimoni combinati o infantili sono peggiorativi per la salute della coppia, quindi la libertà di scegliere il partner è il prerequisito affinché il dato statistico sopra menzionato sia valido; che poi si riesca a trovare un coniuge “appetibile” è un altro discorso, infatti i canoni di bellezza, di appagamento sessuale, di comunicabilità, insomma di feeling sono soggettivi. Un paziente con grave patologia mentale raramente si sposa, idem per chi è semianalfabeta o è un criminale che bazzica nel degrado, o chi ha una malattia che lo debilita fino alla morte precoce. E questi sono solo gli esempi estremi di come una predisposizione a morire in età giovanile porti automaticamente a far alzare l’indice di mortalità tra i single. D’altro canto è valido anche sostenere che il reciproco sostegno tra i coniugi porti a un innalzamento dell’età media alla morte, ma i demografi non sanno quale delle due cause sia più incisiva, cioè se sia il matrimonio a portare alla riduzione dei decessi o se la predisposizione a morire precocemente impedisca di sposarsi. Poi ovviamente i clericali forzano la mano quando insistono sui vantaggi della convivenza: infatti anche una coppia di fatto o un’unione gay comportano un reciproco sostegno, così come un feeling tra colleghi, o un affiatamento tra militari in guerra, o una vasta rete di welfare state.

Bronislaw Malinowski, antropologo che visse in mezzo agli indigeni, constatò in “Sesso e repressione sessuale tra i selvaggi della Melanesia” (Bollati Boringhieri) che nella vita quotidiana era molto forte l’influenza della tribù rispetto alla famiglia. Detto in altri termini: la proprietà della terra era in comune, i figli avevano il solo dovere di coltivarla, quindi non era ammessa l’eredità paterna; i figli, quando crescevano, dovevano abbandonare la tribù del padre e ritornare nel villaggio materno dove dovevano obbedire allo zio, fratello della madre, che era garante della indivisibilità della proprietà della terra. Sul piano psicologico, il ruolo di padre nella storia di Edipo era sostituito da quello dello zio orco. Non solo: l’impossibilità di ereditare i beni indivisi della tribù comportava un altro tabù, quello dell’incesto tra fratello e sorella. Cioè: mentre nella società patriarcale analizzata da Freud era la madre a essere tabù perché intaccava la proprietà del padre (e all’opposto un matrimonio tra cugini stretti garantiva l’integrità della terra in capo alla famiglia), al contrario nella società matriarcale era tabù la sorella proprio perché sposarla significava violare la sacralità della proprietà comune dei beni.

Qui arriviamo al nocciolo della psicanalisi moderna. Il grande sforzo degli esperti, nel corso dei decenni fin da quando Freud pose le basi, è quello di semplificare gli schemi di pensiero umano. Sono due le categorie: l’Io e l’Altro. O, più volgarmente, quello che è il mondo interiore e gli obblighi del mondo esterno. L’Io non è così rigido, anche perché ciò andrebbe contro l’istinto di sopravvivenza. Troppo tecnicistico? Pensiamoci su: chi è narcisista ama vestire bene, ma se si trova sbalzato in mezzo a una giungla è obbligato a non fare lo schizzinoso per non invischiarsi nei guai. Il nocciolo duro dell’Io (che Freud definirebbe il Super-Ego) quando è leso porta alla psico-patologia, ma per il resto gli individui hanno una cognizione del mondo molto elastica: assimilano tutto quello che la società insegna, o meglio quello che l’Altro inculca attraverso un sottile “lavaggio del cervello”. Se nella società la gerarchia di valori mette al primo posto la famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, allora il forte disagio ne viene rivelato attraverso le indagini psicanalitiche tanto amate dai clericali summenzionati. Ma se i valori sono diversi, il denaro, la tribù, il conformismo, la solidarietà, allora un giudice laico può benissimo affermare che sia un mero pregiudizio ritenere dannosa la convivenza omosessuale per lo sviluppo psicofisico del bambino (sentenza della Corte di Cassazione n. 601 del 10 gennaio 2013). La prova ulteriore, qualora ce ne fosse bisogno: anche una società perfetta produce i suoi complessati, cittadini che ricercano forti emozioni per sfuggire a una quotidianità fin troppo prevedibile, e la colpa non è della società perfetta bensì del tabù dell’imperfezione. Qualsiasi sia il principio etico di una società, il suo contrario (il tabù) troverà sempre i suoi sostenitori. Il grande merito della psicanalisi, più che quello di intuire la complessità della mente, è stato quello di ridimensionare il dogma classico della perfezione. O per dirla nel linguaggio oscuro degli addetti ai lavori: il potere non è una ricerca della perfezione quanto un tentativo di mascherare i propri limiti. Il potere come un atto compulsivo: un complesso edipico insomma.

http://www.italialaica.it/news/40011