Sumeri: il pensiero religioso
La religione fa parte integrante della cultura sumerica e permea tutti i più importanti aspetti della vita delle persone, delle città e dei regni. Non esiste una religione distinta dalla società e dallo Stato e, infatti, non esiste un termine sumerico per «religione».
Le riflessioni dei sumeri sulla religione si sviluppano in almeno due distinte fasi: nella prima, la divinità è identificata con gli eventi naturali e i corpi fisici animati e inanimati, come il vento, la pioggia, il fuoco, gli animali, le montagne, i fiumi, le nuvole, gli astri e molto altro ancora; [...]
nella seconda, che corrisponde all’età storica, le divinità acquistano un aspetto personale e antropomorfo. In entrambi i casi, i sumeri concepiscono anche tutta una serie di esseri che stanno a metà strada tra il divino e l’umano, eroi divinizzati, superuomini, semidei, mostri, demoni o angeli. Nel pantheon sumerico c’è posto per un indefinito numero di divinità (si conoscono circa 500 divinità sumeriche!), anche se tre di esse occupano i gradini più alti, e sono, in ordine di importanza: An, il quale esercita una sorta di autorità morale, Enlil, che è il sovrano effettivo, ed Enki, che è una sorta di primo ministro (Bottéro, Kramer 1992: 53-5).
Ma come sono concepite esattamente queste divinità? Innanzitutto, esse hanno un inizio, perciò non sono eterne, inoltre provano gli stessi sentimenti umani, hanno desideri e passioni, ricorrono all’inganno, mangiano e bevono, si accoppiano e hanno figli. La loro vita è segnata da successi e insuccessi, come avviene per gli uomini, con l’unica differenza che gli dèi sono immortali. Oltre ad preghiere e sacrifici a queste divinità, ogni sumero ama indossare amuleti contro le malattie, recitare formule ed eseguire atti di scongiuro, il tutto allo scopo di tenere lontane le potenze del male, di cui crede che l’universo sia popolato.
Nella sua forma più matura, la religione sumera si presenta “come un politeismo gerarchicamente strutturato, espresso marcatamente in forma antropomorfica” (Mander 2009: 23). Gli dèi provano gli stessi sentimenti umani, ricorrono all’inganno, mangiano, bevono, si sposano, si riproducono, hanno progetti, strategie, disavventure, bisogni e sono soggetti a trionfi e rovesci di fortuna, allo stesso modo degli uomini. La ragion d’essere del tempio è che “il dio ha bisogno di una casa per sé e per la sua famiglia” (Aymard, Auboyer 1955: 131). Analogamente, le offerte dei fedeli e il sacrificio degli animali si spiegano perché il dio ha bisogno di nutrimento e di culto. I sumeri riconducono il male che incombe sugli uomini a due principali cause: il mancato rispetto della volontà divina e le azioni di spiriti maligni, di cui è riccamente popolato l’immaginario sumerico. I sumeri credono che tutto ciò che accade dipenda dalla volontà degli dèi, non da quella degli uomini, e perciò ignorano l’idea di peccato e il principio di retribuzione.
È molto diffusa presso i sumeri la concezione, secondo la quale gli dèi sono altrettanti monarchi, che, stanchi di provvedere a se stessi col proprio lavoro, un bel giorno decidono di creare gli uomini affinché lavorino per loro e si pongano al loro totale servizio. Il dio-padre è il sovrano della città e vive nel tempio, insieme alla sua consorte, ai suoi figli, ai suoi funzionari, allo stesso modo in cui un re vive nel proprio palazzo, con la propria famiglia e la propria corte.
Secondo i sumeri, le vicende umane e la «storia» sono decretate dagli dèi, i quali accordano i loro favori a coloro che ne osservano la volontà. È qui che entra in campo quella “tecnica di comunicazione con la divinità” (Oates 1984: 250), che è la divinazione. Essa era un tempo officiata dallo sciamano, che era un personaggio singolare e unico, adesso è officiata dal divinatore. La divinazione rappresenta, per l’uomo sumero, ciò che la scienza sarà per l’uomo moderno, e coloro che la praticano (che possono essere privati cittadini, anziani, dignitari di corte, funzionari dello Stato) sono tenuti in alta considerazione e vengono regolarmente consultati in ogni occasione importante, sia dal sovrano che dalle persone comuni. E se i presagi fossero funesti? Niente paura: si può sempre ricorrere ad un qualche rito di purificazione e ad altre misure idonee a scongiurare le previsioni.
I sumeri credono che la creazione dell’uomo faccia parte di un piano imperscrutabile degli dèi e ritengono che l’uomo possa contribuire a realizzare quel piano attraverso l’obbedienza nei confronti dell’autorità costituita (vale a dire il re, coi suoi rappresentanti) e dei propri genitori. Inoltre, pensano che, lavorando, l’uomo non solo provvede al proprio sostentamento e a quello dei funzionari, ma si assicura anche la benedizione degli dèi. Ritengono, infine, che, dopo la morte, la vita continui, seppure in una forma grigia e di scarso interesse, che potrà essere alleviata dalle offerte funerarie, in mancanza delle quali, i morti stessi potrebbero rendersi minacciosi attraverso i loro spiriti. Ne consegue che, per i sumeri, quello che più conta è la fortuna in questa vita, fortuna che bisogna guadagnarsi attirandosi i favori degli dèi attraverso la buona condotta e le pratiche cultuali.
Al di là delle particolari considerazioni dottrinali, la religione serve ai sumeri sostanzialmente per costituire grandi comunità solidali e coese e per creare un’identità nazionale.
Tratto da: http://libroapertosugliebrei.blogspot.com/2010/07/ii3-i-sumeri.html
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