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Il patto di Varsavia

Kirill e Jozef MichalikDomani (oggi ndr) inizia la visita in Polonia di Kirill I, capo della chiesa russa. Durerà quattro giorni e l’evento è di forte rottura. Non era mai successo che il patriarca di Mosca visitasse la Polonia. Né che la chiesa russo-ortodossa e quella cattolica polacca producessero un documento congiunto strutturato intorno a due concetti quali il mutuo perdono e la riconciliazione, tra i due popoli e tra le due comunità religiose. Accadrà venerdì e a vergare il testo, già messo a punto, saranno Kirill e Jozef Michalik, presidente della Conferenza episcopale polacca.
Il gesto è potente, se si considera che le relazioni tra le due chiese hanno sempre risentito, nel corso dei secoli, delle frizioni politicoculturali tra i rispettivi paesi.

I russi ricordano con fastidio l’ occupazione polacca di Mosca nel 1610 e la guerra del 1919-1921, quando Varsavia prevalse sull’Urss e ottenne il controllo delle attuali fasce occidentali di Ucraina e Bielorussia, più la regione di Vilnius.

I polacchi, dal canto loro, conservano la memoria di eventi forse ancora più drammatici. È il caso delle partizioni settecentesche tra Russia, Austria e Russia, che cancellarono la Polonia dalla mappa geografica. La storia si ripeté nel 1939, quando i sovietici, in virtù del patto Ribbentrop-Molotov, occuparono la Polonia orientale. L’anno dopo, a Katyn, giustiziarono 22mila ufficiali fatti prigionieri.
Poi venne il comunismo. L’occupazione, sebbene l’indipendenza formale della Polonia, continuò fino al 1989. L’arrivo di Kirill a Varsavia fotografa la volontà di fare dialogo. Lo stesso patriarca, a metà luglio, ha voluto lanciare un segnale recandosi a Katyn. Dove ha visitato il memoriale congiunto alle vittime voluto nel 2010 da Mosca e Varsavia. In quell’anno il primo ministro polacco Donald Tusk e Vladimir Putin, allora a capo del governo, oggi tornato presidente, si tesero la mano sul luogo della strage e battezzarono il nuovo corso dei rapporti russo-polacchi, votato a spostare l’attenzione dallo scontro al confronto.

Pochi giorni dopo ci fu lo schianto aereo di Smolensk, in cui morì il presidente polacco Lech Kaczynski, insieme a una novantina di alte personalità. Sarebbe andato a Katyn e avrebbe commemorato la carneficina con un’altra cerimonia, anche allo scopo di distanziarsi dalla politica di Tusk, reputata troppo conciliante. La reazione di Mosca a quella tragedia venne molto apprezzata, sulla Vistola. Fu dichiarata una giornata di lutto nazionale e sulla tv di stato fu trasmesso in prima serata Katyn, pellicola di Andrzej Wajda, decano del cinema polacco.
Questi progressi coronano il lavoro della cosiddetta Commissione congiunta sugli affari difficili, incaricata di fluidificare i rapporti bilaterali a partire proprio dalle strozzature della storia. L’organo, promosso dopo l’ascesa al potere di Tusk nel 2007, testimonia che da ambo le parti c’è la consapevolezza che tutto sommato ci si deve parlare. L’arrivo di Kirill I a Varsavia, dove incontrerà tra gli altri il capo dello stato Bronislaw Komorowski e il presidente del Senato, Bogdan Borusewicz, è un altro tassello di questo processo.

Ma attenzione: non è in arrivo la pace perpetua. Ci sono temi che rimangono sensibili. Uno è l’Ucraina. Varsavia, in prospettiva, la vede nello spazio euro-atlantico. Mosca la considera parte del proprio cortile di casa. Un’altra questione è lo “scudo stellare”. I polacchi, dopo che Obama ha rielaborato le scelte di Bush, ipotizzano addirittura di costruirselo da soli, se la Nato, che adesso ne ha la competenza, tarderà a sviluppare il progetto. Il Cremlino continua invece a ribadire che lo star shield lede la sua sicurezza nazionale. Infine, Smolensk. Dopo il momento emotivo successivo all’incidente aereo ci sono stati scambi d’accuse. Varsavia è dell’avviso che la torre di controllo non abbia fornito ai piloti dell’aereo presidenziale tutte le informazioni necessarie in vista dell’atterraggio; Mosca mette l’accento sul solo errore umano. Il documento che Kirill I e Jozef Michalik firmeranno rimarca la volontà di riappacificarsi (c’è chi dice che preannuncia pure una schiarita tra patriarcato e Vaticano), ma non puntualizzerà alcunché su Katyn, guerre e occupazioni. Sebbene l’indiscutibile valore, non eguaglia il peso della celebre lettera inviata dai vescovi cattolici polacchi a quelli tedeschi nel 1965, che qualcuno ha tirato in ballo a mo’ di precedente. Con quell’iniziativa, disconosciuta dal Partito operaio unificato polacco (Poup), la curia di Varsavia gettò la prima pietra sulla strada del dialogo polacco-tedesco, oggi solida realtà, al netto dell’occupazione nazista del paese slavo e dell’espulsione da parte polacca di milioni di tedeschi dopo il 1945. «Perdoniamo e chiediamo perdono». Così s’apriva la missiva.
Il viaggio di Kirill non sarà tutto in discesa. Venerdì, mentre verrà siglato a Varsavia l’importante documento, sarà emessa a Mosca la sentenza nei confronti delle Pussy Riot. Il processo alla punk-band anti-Putin tutta al femminile ha catalizzato l’attenzione dei media di mezzo mondo, inclusi quelli polacchi.

Che c’entra Kirill, viene da dire? Il punto è che il patriarca bollò la performance delle Pussy Riot all’interno della cattedrale del Cristo salvatore, dello scorso febbraio, come atto di «blasfemia» che non può passare «inosservato». Dato che è quello il fatto che ha portato le musiciste sul banco degli imputanti, molti opinionisti – anche in Polonia – hanno ravvisato nel giudizio patriarcale, non senza qualche forzatura, una richiesta di condanna. Il rischio, così, è che a Varsavia si parli poco di cooperazione e molto di Pussy Riot. Senza contare che in vista dell’arrivo di Kirill alcuni esponenti della destra nazionalista polacca, tra cui l’ex ministro degli esteri Anna Fogyta, hanno rispolverato la tesi secondo cui il patriarcato sarebbe una longa manus del Cremlino, attivo nell’imporne l’agenda imperialista.
Ma Kirill può evitare che la sua visita venga “dirottata” dalla faccenda delle Pussy Riot. La condizione, come ha scritto il giornalista Dmitry Babich ha scritto sul sito della radio Golos Rossii (Voce della Russia), è che la lettura della sentenza si protragga al giorno successivo. Non è da escludere che vada a finire così.

Matteo Tacconi

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/136594/il_patto_di_varsavia