Le Olimpiadi del mondo antico

Giochi olimpiciDal 27 luglio al 12 agosto si terrà a Londra la 30ma edizione dei Giochi Olimpici. Una storia antica, da re Ifito (776 a.C.) a Pierre de Coubertin (1896), che qui ripercorriamo.
di Claudio Dutto
È arcinota, superdiscussa, ipermediatizzata: è la trentesima edizione dei Giochi Olimpici, in programma a Londra dal 27 luglio al 12 agosto 2012. Trenta candeline per una manifestazione che ha visto la sua prima edizione moderna nel 1896, ma che discende da un passato molto più lontano e, forse, molto più sentito. Il fenomeno “Olimpiadi” ha infatti avuto origine nella Grecia antica, ma se si va a ben vedere, non è l’unico tipo di giochi che veniva svolto: il calendario greco prevedeva una lunga serie di manifestazioni sportive e, addirittura, veniva scandito da queste ricorrenze. L’inizio dell’epoca greca risale al 776 a.C., anno della prima edizione dei Giochi di Olimpia.

 

Situata nell’area centro-occidentale del Peloponneso, nella regione dell’Elide, Olimpia non fu mai una vera e propria città, ma solo un santuario di notevole importanza dedicato al culto di Zeus e di Era. Ricca d’acqua e di tranquillità, questa zona fu spesso oggetto di contese tra le città circostanti, che si contendevano le ricchezze e il prestigio dei giochi. Questi ultimi, leggende a parte, vennero istituiti da Ifito, re dell’Elide, che intorno all’inizio del VIII secolo a.C. volle rendere ancora più sontuosa una festa religiosa. In questa occasione, e per la prima volta, venne anche imposta la tregua bellica alle città della regione, al fine di consentire un facile arrivo degli atleti e degli spettatori allo stadio. Questa stessa usanza venne in seguito estesa a tutta la Grecia e divenne un vero e proprio marchio di fabbrica delle Olimpiadi.

Le gare avevano luogo ogni 49-50 mesi lunari (all’incirca 4 anni solari) e si svolgevano al primo plenilunio dopo il solstizio d’estate, intorno alla metà di luglio. In un primo tempo essi erano riservati ai soli atleti dell’Elide, poi vennero allargati anche al Peloponneso, quindi a tutta la Grecia (intesa come madrepatria e colonie). Fino al 724 a.C. era in programma solo la corsa dello stadio, cui si aggiunsero il diaulos, due giri dello stadio, e il dolicos, corsa di fondo. Nel corso del tempo il numero di discipline crebbe: la lotta fu aggiunta nel 708 a.C., il pugilato nel 688 a.C., la corsa nei carri nel 680 a.C., il pancrazio e le corse di cavalli nel 648 a.C. Al 628 a.C. risale il pentathlon, una gara che comprendeva prove di corsa, salto in lungo, lancio del disco, lancio del giavellotto e lotta. Anche la durata dell’evento andò crescendo: si partì con sole due giornate di spettacolo, una dedicata agli dei e una alle competizioni, per poi passare a tre e infine a cinque giorni in età classica (V e IV secolo a.C.). Il programma prevedeva manifestazioni di carattere sportivo, culturale e religioso, ma non mancavano gli interventi di intellettuali e filosofi che istruivano la folla in merito ai problemi più scottanti del periodo. Celebre fu l’esempio di Lisia, che pronunciò, forse nel 388 a.C., l’orazione Olimpico per cercare di convincere i suoi conterranei ad abbattere la tirannide di Dionigi di Siracusa, accusato di voler affermare il proprio potere personale anche oltre i confini della Magna Grecia.

Altri giochi vennero organizzati a Corinto, Nemea e Delfi, ma non mancavano manifestazioni di carattere più locale in diverse altre città. Punto di passaggio obbligato per l’accesso terrestre al Peloponneso, ma anche porto di fondamentale importanza per i commerci con l’Asia, Corinto diede luogo a dei giochi di grande risonanza proprio per la posizione cruciale che occupava. I Giochi, definiti “istmici” per via dell’istmo su cui sorge la città, vennero istituiti in onore del dio Poseidone e si distaccavano dagli altri per il loro carattere popolare e semplice. Istituiti nel 582 a.C., erano ripetuti ogni due anni nel mese di aprile e prevedevano il conseguimento di una corona di pino o di sedano. Così come nelle altre località, il premio in sé aveva un ruolo marginale per gli atleti: conquistare la vittoria significava soprattutto veder riconosciuto il proprio valore, essere elevati al rango di “migliori” ed essere portati in trionfo dai propri concittadini. Non mancavano, naturalmente, degli incentivi alla vittoria: i governi promettevano ai propri portacolori premi e riduzione delle imposte, proprio perché i giochi avevano una valenza simbolica e politica molto forte. A immagine delle gare di Olimpia, il programma di Corinto presentava soltanto competizioni ginniche e ippiche e solo nel III secolo furono integrate le esibizioni musicali.

Non molto distante dall’istmo sorgeva poi la città di Nemea, teatro, secondo il mito, della prima fatica di Eracle. All’eroe è attribuita l’istituzione di questo evento, che di fatto era organizzato e gestito dalla città di Argo, capoluogo della regione. La prima edizione si svolse nel 573 a.C. e fin da allora venne assegnata ai vincitori una corona di sedano.
L’unico centro agonale situato fuori dal territorio peloponnesiaco era presso il santuario di Apollo a Delfi, nella regione della Beozia. Zona sacra e rispettata, Delfi diede origine a dei giochi basati fortemente sulle esibizioni musicali. Questo indirizzo faceva dei giochi, chiamati “pitici” per via di un appellativo del dio Apollo, Pizio, un complemento dei più sportivi Giochi Olimpici. Ciò nonostante, per poter partecipare gli atleti e gli artisti erano tenuti a rispettare l’ideale greco del kalos k’agathos, letteralmente “bello e buono”, cioè rientrare nei canoni di bellezza esteriore e interiore richiesti. È per questo motivo che autori del calibro di Omero (cieco) e di Esiodo (non sapeva suonare la cetra) secondo la tradizione vennero rifiutati. La cadenza di ogni manifestazione era originariamente di otto anni, ma visto il grande successo ottenuto a Olimpia, si passò a una ricorrenza quadriennale, in particolare nel mese di agosto del terzo anno di ogni Olimpiade. Premio del vincitore era una corona d’alloro, pianta sacra ad Apollo, e la dedica di componimenti poetici da parte di Pindaro e altri poeti celebri in tutta la Grecia.

In un panorama piuttosto articolato, comunque, la parte del protagonista era sempre ricoperta dalle Olimpiadi. Le vicende della Grecia vennero segnate in maniera decisa da eventi che accaddero durante i giochi e l’inizio del Medioevo ellenico può essere segnato quasi un secolo prima della data convenzionale. Se l’Alto Medioevo viene datato 476 d.C., anno della caduta dell’Impero romano d’Occidente, infatti, in Grecia la civiltà era finita almeno ottant’anni prima, quando l’imperatore Teodosio aveva chiuso definitivamente le gare. Ma per capire fino in fondo quale significato ricoprissero, è utile vedere l’evoluzione che hanno avuto nel corso del tempo.

In una prima fase, che va dal VIII al VI secolo a.C., furono istituite le feste e furono regolarizzati e definiti i programmi; in una seconda, nell’arco di tutto il V e fino al 338 a.C., si registra l’apogeo delle manifestazioni. Una terza fase, di declino, avviene infine sotto la dominazione macedone e in seguito sotto quella romana.

Inizialmente il diritto di partecipare ai giochi panellenici fu concesso soltanto ai greci continentali, di qualunque estrazione sociale, purché liberi e con diritto di voto (a tutti i πολίται, politai). Ciò restringeva notevolmente il numero dei potenziali atleti, perché non erano ritenuti cittadini né le donne né gli schiavi né tutti gli stranieri presenti o residenti nella regione. Questo vincolo faceva dei giochi un evento privato ed elitario nel mondo antico. In seguito, però, con l’espansione delle città e la fondazione di colonie, soprattutto in Asia Minore e Italia, tale diritto fu allargato a tutti gli appartenenti alla cosiddetta “stirpe greca” (venivano cioè esclusi tutti coloro che erano definiti “barbari”). Ma quando Filippo II fu insignito del titolo di comandante della Lega di Corinto, anche ai macedoni, riconosciuti come di stirpe ellenica, fu concesso di partecipare. Gli stessi Filippo e suo figlio Alessandro (che alla morte del padre venne chiamato “Il Grande”) vi presero parte, vincendo alcune gare. Alessandro, però, mal sopportava le gare atletiche, poiché le considerava inutili e fini a loro stesse, ma ne riconosceva l’importanza sociale e politica. Per questo motivo organizzò egli stesso delle manifestazioni in Macedonia, dove furono premiati poeti tragici, musici e rapsodi (cioè cantori professionisti), ma anche i vincitori di battute di caccia, gare di scherma e scontri oplitici (tra atleti che indossavano le armature e l’equipaggiamento militare). Queste nuove discipline furono introdotte perché vennero considerate più utili per un soldato e propedeutiche per il piano di conquista che il generale Alessandro voleva intraprendere.

In seguito alle espansioni territoriali del Regno di Macedonia, sempre più popolazioni, ritenute fino a quel momento barbare, poterono partecipare alle gare. Molti atleti stranieri, come testimoniato dai registri che sono stati ritrovati, risultarono vincitori in numerose discipline.
Con l’avvento dei Romani, infine, i giochi divennero ancor più internazionali: nel 228 a.C. fu concesso ai cittadini romani di prendere parte alle competizioni, come segno di gratitudine per aver fermato le razzie dei pirati illiri. Nel 196 a.C., poi, proprio in occasione dei Giochi Istmici, il console Tito Quinzio Flaminino proclamò la liberazione della Grecia dalla tirannia macedone. Ciò nonostante anche i Romani disprezzavano le Olimpiadi perché le trovavano prive di ogni applicazione pratica e vergognose agli occhi degli spettatori, visto che gli atleti gareggiavano praticamente nudi. Da dominatori del Mediterraneo e poi d’Europa, però, ciò che meno tolleravano era l’idea di una gara tra persone di pari diritti e dignità. I giochi che i Romani presentavano al proprio pubblico erano semplici esibizioni, prive di qualsiasi premiazione, inscenate da attori o atleti comprati per lo più sul mercato degli schiavi e considerati alla stregua delle bestie tropicali.

Nel periodo repubblicano, dunque, gran parte del popolo romano guardò i Greci e i loro costumi con tono dispregiativo, ma con l’avvento dell’impero le cose cambiarono. L’imperatore Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) e tutta la sua gens si dimostrarono ammiratori delle tradizioni elleniche. In questo periodo i giochi vennero rivalutati, vennero costruiti nuovi ginnasi in tutto l’impero e i membri stessi della famiglia imperiale furono invitati a partecipare alle Olimpiadi: Tiberio, figlio adottivo di Augusto e suo successore (14 d.C. – 37 d.C.), risultò vincitore nella corsa dei cocchi. Non sempre, però, l’ammirazione del princeps nei confronti della cultura ellenica risultò vantaggiosa per quest’ultima: Caligola (37– 41 d.C.) tentò di trasportare a Roma la statua di Giove Olimpico, ma essa risultò troppo pesante e non poté essere rimossa; Nerone (54 – 68 d.C.) depredò Olimpia di centinaia di opere d’arte e poi le gettò nelle fogne dell’Urbe in segno di disprezzo. Questi, inoltre, pretese di gareggiare in tutte le prove di tutte le manifestazioni ufficiali greche, dove risultò sempre vincitore per l’evidente corruzione dei giudici che volevano ingraziarsi le alte sfere dell’impero. L’imperatore, per nulla imbarazzato dagli eventi, sfilò trionfante in molte delle principali città d’Italia, divenendo così oggetto dello scherno e della derisione di molti epigrammatografi e dello stesso Seneca, suo maestro e mentore. Con Adriano (117 – 138 d.C.) l’ideale ellenico tornò in auge e l’imperatore stesso si prodigò affinché l’antico costume della Grecia classica, al quale era molto legato, non andasse perduto.

L’avvento del Cristianesimo, però, mise sempre più in crisi le feste atletiche greche, considerate centri di paganesimo e dunque ostacoli da rimuovere per il pieno sviluppo del rito monoteista. Costantino il Grande (306 – 337 d.C.) fece smantellare Delfi e confiscò tutti i suoi tesori per decorare Costantinopoli. Teodosio (379 – 395 d.C.), come detto, fu responsabile della fine di Olimpia nel 393 d.C. Erano passati millecentosettantanove anni e duecentonovantuno edizioni dalla gara indetta da re Ifito e occorrerà attendere altri millecinquecentotre anni per trovare un altro uomo, Pierre de Coubertin, che sappia far rivivere il mito dei Giochi Olimpici.

(23 luglio 2012) 

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