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"Ma Falcone non fu ucciso per volontà di Cosa Nostra"

Giovanni FalconeCapaci: parla l' autista sopravvissuto
Strage Capaci, dopo vent'anni parla Giuseppe Costanza che non crede alla versione ufficiale: Falcone ormai lavorava a Roma, chissà dove sarebbe potuto arrivare".
di Silvia Mastrantonio
Roma, 23 maggio 2012 - CHI DECISE di eliminare Giovanni Falcone? Da dove partì l’ordine della strage di Capaci? Vent’anni dopo Giuseppe Costanza - sopravvissuto all’attentato - ancora si interroga. Le inchieste non hanno risposto a tutti gli interrogativi. Colui che era l’autista di Giovanni Falcone, colui che divise con il magistrato otto anni di vita, mattina e sera, «perché di me si fidava», non si accontenta delle ricostruzioni di oggi.

Perché ci fu la strage di Capaci?
«Una vendetta della mafia? Io non ci credo. Il giudice Falcone quel giorno tornava da Roma, era alla direzione generale degli affari penali, non si occupava più dei processi mafiosi».

Non fu la mafia, allora?
«Alla mafia appartenevano coloro che hanno eseguito l’attentato, ma dietro... La settimana prima Falcone era venuto a Palermo e mi aveva detto: “E’ fatta, ormai sarò procuratore nazionale”. In quella occasione mi disse pure: “Lei se la sentirebbe di pilotare un piccolo elicottero in grado di atterrare sul tetto del Tribunale? Potrebbe fare un corso”. Tutto questo mi disse, la settimana prima dell’attentato».

Significa che era proiettato altrove?
«E’ una mia supposizione, ma credo che l’attentato sia da mettere in relazione con questo nuovo incarico. Chissà dove sarebbe potuto arrivare...».

Perché ucciderlo a Palermo?
«E’ stata una sceneggiata, si doveva allontanare il sospetto da dove realmente era partito l’ordine di uccidere Falcone. E quell’ordine, secondo me, non è venuto da Palermo. Si doveva dare la responsabilità dell’omicidio alla mafia locale».

Si scoprirà mai il vero regista?
«Io ci spero, spero di conoscere quei nomi prima di morire. Non ci credo ma spero».

La verità l’aiuterebbe?
«Gioverebbe all’intera società».

Come affronta le celebrazioni per i vent’anni dalla strage?
«Nel ’92 sono stato in coma a lungo. Poi è andata meglio e sono tornato in servizio. Speravo, contavo di ricevere un’accoglienza umana. Invece...».

Che cosa è accaduto?
«Ero stato trasferito in ufficio, ma non facevo nulla. E’ stato mortificante. Dieci anni tremendi fino alla pensione».

Ed è cambiato qualcosa?
«Ho avuto la fortuna di incontrare l’avvocato Paolo Guerra che mi ha aiutato a riprendermi. Oggi sono vicepresidente dell’Unione nazionale mutilati per servizio. E’ importante, per me, aiutare persone che si trovano in situazioni difficili come le vittime del dovere. Sa che cosa mi disse una volta l’allora capo della polizia, Parisi? Mi disse: “A te non spetta nulla“».

Perché? In quale circostanza?
«Ero a Roma con i familiari delle vittime. Furono ricevuti tutti tranne me. Bussai alla porta e mi presentai. Mi rispose Parisi, il capo della polizia di allora: “Lei è rimasto vivo, che cosa vuole?“. E’ stato terribile, è una cosa che non si può dimenticare».

Essere rimasti vivi è stata una colpa?
«Bisogna capirsi sul restare vivi. Perché, mi creda, si rimane vivi esternamente ma dentro si muore».

di Silvia Mastrantonio

http://qn.quotidiano.net/cronaca/2012/05/23/717098-strage-capaci-giovanni-falcone-giuseppe-costanza.shtml