Il mito di Ulisse
Lunedì 27 Aprile 2009 22:17

Frutto di una civiltà secolare basata sul confronto politico dei partiti della polis, sulle guerre di conquista, sulla superiorità della lingua e dell'arte greche... quell'astuzia raffinata (in greco mêtis) che nell'Iliade aveva caratterizzato, in primis, il personaggio di Ulisse, nell'Odissea prevale decisamente sulla forza bruta di tutti i protagonisti e anche su tutte le altre loro caratteristiche umane.Il carattere dimesso, riservato, da eminenza grigia, da consumato diplomatico che spesso Ulisse mostra nell'Odissea è mera finzione, pura tattica finalizzata in realtà proprio al primato dell'individuo
moderno, avventuriero, capace di sottomettere facilmente il più debole, il meno dotato intellettualmente, il più ingenuo, seppure qui la sopraffazione non possa avvenire in maniera sistematica, in quanto l'eroe acheo della grande epopea militare ora è soltanto un navigatore in cerca della via del ritorno. L'Ulisse dell'Odissea è più un singolo sradicato che membro di un collettivo politico-istituzionale, il che lo obbliga a un largo impiego di parole ambigue, ingannatrici, con cui potersi difendere. Il suo relativismo etico si è accentuato proprio a causa dell'isolamento. Non esistono più ideali comuni (patriottici o bellici) per cui valga la pena combattere, e per i quali, peraltro, neppure nell'Iliade si sentiva particolarmente attratto, se è vero che la sua partecipazione alla grande impresa contro i troiani fu in un certo senso forzata dagli eventi.L'unico valore che sembra sussistere è strettamente privato: quello di ritornare a casa, tra i propri cari, dove poter esercitare il dominio su Itaca. Quei parenti e quei congiunti che in realtà non saranno sufficienti a trattenerlo, proprio perché ciò che più conta nella sua vita non è la pace, il senso della giustizia, ma la fuga dalla realtà, l'avventura fine a se stessa, il rifiuto delle responsabilità morali, le pulsioni del proprio io.
L'Ulisse dell'Odissea è freddo, calcolatore, si toglie sì i panni dello spietato militare, ma solo per indossare quelli dell'avventuriero, dell'esploratore perennemente insoddisfatto, in attesa di diventare (ma questa sarà una caratteristica della moderna civiltà borghese) un vero e proprio uomo d'affari.Se non si comprende bene questa metamorfosi, risulta poi difficile chiedersi quanta parte abbia avuto nell'Odissea il pregiudizio nei confronti delle società pre-greche o pre-elleniche o pre-schiavistiche o, se vogliamo classificarle con una parola generica, "barbare".Non solo infatti si assiste qui al trionfo di un'astuzia che di "umano" conserva assai poco, ma anche al trionfo di un'ideologia (classista) che dà dell'identità altrui (che è nemica per definizione) una rappresentazione del tutto falsata, strumentale all'uso prevaricatore e persino vendicativo della stessa astuzia.L'odio di Ulisse nei confronti p.es. di Polifemo è dettato dal pretesto dell'ospitalità negata. Ulisse non si chiede se l'atteggiamento guardingo, sospettoso di Polifemo possa essere la conseguenza di un passato rapporto conflittuale tra due società tra loro irriducibili: comunitaria e classista.Proprio il drammatico diverbio col ciclope, che è l'incipit di tutto il secondo poema, sembra andare ben al di là dei due protagonisti, rappresentando, in maniera per così dire figurata, la lotta tra una civiltà ormai scomparsa, che sopravvive solo a se stessa, e una che vuole imporsi a tutti i costi, come se si assistesse alla descrizione paradigmatica della diffusione colonialistica della civiltà europea, i cui esordi vanno cercati - come noto - nelle civiltà minoica e micenea.La descrizione sub-umana di Polifemo è tutta funzionale alla legittimazione di una civiltà che in nome dell'astuzia (mêtis), dell'intelligenza acculturata, del linguaggio forbito, della scienza e della tecnica... si ritiene superiore ad ogni altra e quindi autorizzata a imporsi, a diffondersi con ogni mezzo.
DEMITIZZARE ULISSE
Proposta per rivedere alcuni contenuti scolastici in relazione alla classicitàUlisse, in greco Odisseo (il nome latino Ulixes risulta preso da una forma dialettale), è l'eroe più celebre di tutta l'antichità e il più celebrato negli ultimi 27 secoli. Tutti i manuali scolastici presentano l'Odissea come un poema in cui viene narrato il ritorno avventuroso in patria di uno degli eroi della guerra di Troia. In realtà le vicende di Ulisse sono solo il pretesto per raccontare una storia che di avventuroso ha assai poco rispetto al motivo di fondo che la domina e che è eminentemente tragico, come è tragico il suo eroe principale. Tra la fine dell'VIII sec. a. C. e l'inizio del VII furono messi per iscritto, in lingua greca, l'Iliade e l'Odissea, approdo finale di una tradizione orale risalente, probabilmente, all'età dei greci micenei, la cui civiltà era crollata verso il 1200-1100 a. C. Fu nel momento in cui, verso il VII sec. a. C., molti greci cominciarono a migrare verso occidente, portando con sé le loro memorie, che qualcuno mise per iscritto i due poemi. Secondo un'antica tradizione leggendaria Ulisse è un bisnipote di Ermes, il dio delle trasformazioni, che si contrappone ad Apollo, dio semplice, chiaro, unico. E infatti per Omero Ulisse è al vertice delle capacità umane, complessivamente intese: è dotato d'incredibile perspicacia e intuito (polymetis), sa adattarsi alle più inattese emergenze della sua tumultuosa esistenza (polytropos), ha una grandissima astuzia (polymechanos), è capace di mille pensieri (polyphron) ed è in grado di sopportare le più terribili sofferenze (polytlas), è insomma un uomo di mondo, rotto, anzi "navigato" a tutte le esperienze (polyplanes). E' il personaggio più moderno perché il più umano, non ovviamente nel senso "cristiano" o "laico" in cui oggi intendiamo la parola "umano" o l'espressione "senso dell'umanità", poiché Ulisse era anche capace di efferate crudeltà e terribili vendette , ma semplicemente perché incarna tutte le caratteristiche dell'uomo moderno, ed infatti egli è figlio di una grande civiltà antagonistica: passione militare, volontà di comando, astuzia politica e diplomatica, affabulazione e capacità di persuasione, relativismo etico 2, licenza sessuale (note sono le sue amanti: Circe, Nausicaa, Calipso ecc.), coraggio nell'affrontare le avventure, patriottismo 3 e senso di superiorità etnica, di stirpe 4, di civiltà, spirito di sacrificio 5, curiosità intellettuale 6, rispetto formale della religione.
Ulisse in realtà non è mai esistito, se non nella fantasia di un redattore o di più redattori, che volevano convogliare in un individuo isolato quei valori che tutti insieme non realizzarono né avrebbero potuto realizzare alcun ideale sociale, di convivenza pacifica e democratica. Si può anzi riassumere la Weltanschauung di Ulisse nella seguente formula: "Mentire sempre, Rubare quando possibile, Uccidere se necessario". L'Iliade infatti è il fallimento di una civiltà, quella micenea, rappresentata da una polis che vince un'altra polis, senza per questo migliorare il proprio destino, è cioè il simbolo dell'impossibilità di una coesistenza in nome degli ideali e dei comportamenti che furono di molti eroi troiani e greci e che in Ulisse si sommano stupendamente (sul piano artistico delle letteratura) in un'unica persona, che però appare come eroe isolato, i cui compagni di sventura sono soltanto delle comparse. L'Odissea è la sconfitta dell'Iliade, ma in forma sublimata, accentuando al massimo l'umanità di un eroe di carta, che nella realtà non può esistere, perché nessun uomo può essere tutte quelle cose insieme. Lo stesso Omero afferma che oltre il Peloponneso esiste solo l'irrealtà. L'Iliade infatti, trattando il tema della guerra in nome di un ideale di giustizia, suggeriva l'idea che entro certi limiti era possibile sospendere le esigenze della democrazia, in attesa della conclusione del conflitto. Ma l'Odissea è il tentativo di mascherare il fallimento di quegli stessi ideali vissuti in tempo di pace. Ulisse viene fatto vivere in una dimensione surreale proprio perché non sarebbe stato in grado di vivere un'esistenza normale, nella vita reale, nella prosaicità di una vita pacifica, senza conflitti sociali o bellici. La sua personalità è in fondo quella di un disadattato sociale, analoga a quella dei reduci militari di qualunque sporca guerra, di uno che non può avere amici che non siano i propri commilitoni, e che quindi andrebbe rieducato a una vita sociale normale, dedicata al lavoro, al rispetto delle regole di una convivenza civile.
E' raro nella nostra civiltà, che nella sostanza rispecchia molti di quei valori omerici, nonostante i duemila anni di cristianesimo, vedere qualcuno criticare il mito di Ulisse, ovvero riprendere le critiche di Sofocle (Filottete) ed Euripide (Ecuba), e anche di Filostrato (Eroico), approfondendole ulteriormente. Eppure l'umanità di Ulisse è un inganno e dovremmo liberarcene, cioè non dovremmo lasciarci più sedurre dalla sua personalità accattivante, come lui non si lasciava sedurre dal canto delle sirene, perché Ulisse non è un modello da imitare, ma un cattivo esempio per chi vuole fuoriuscire dall'antagonismo sociale. Le sue disavventure non possono più indurci a giustificare il suo egocentrismo, il suo maschilismo, e tutte le debolezze connesse a questi vizi capitali, che dalla cultura della sua civiltà si sono introiettati nel comportamento della sua persona. Ulisse è un personaggio invivibile, è quello che ogni maschio vorrebbe essere e che se vi riuscisse renderebbe impossibile la vita di società. Egli rappresenta il tentativo di voler sopravvivere a se stessi, nonostante le contraddizioni impongano una svolta verso il recupero di una dignità umana autentica. Neppure Penelope è in grado di riconoscerlo (e come avrebbe potuto dopo dieci anni di guerra contro i troiani e dopo altri dieci di peregrinazioni?) e ha bisogno di un segno tangibile, che però, guarda caso, è un'altra prova di abilità: il letto scavato nell'ulivo, mentre a tutti gli altri dovrà dare l'ennesima prova di forza. Ulisse non viene riconosciuto come uomo, ma come artigiano e come militare. La sua personalità di uomo è da tempo scomparsa. Penelope è in fondo la vera eroina (anch'essa molto irreale) che ha sopportato per vent'anni l'egocentrismo del marito, solo che il suo atteggiamento non fa storia, o meglio, non fa il "romanzo d'avventura", non stimola la fantasia, non fa evadere nei sogni irreali.
La sua figura non appare chiaramente come un'alternativa a Ulisse, ma piuttosto come una forma di ripiego. Ulisse torna a casa non perché vuole rivedere la moglie e il figlio, ma perché è stanco delle sue avventure. Torna a casa da vecchio, come se avesse bisogno di farsi compatire o perdonare. La strage dei Proci non è forse servita a tale scopo? Il suo modo di dimostrare la propria utilità è stato, ancora una volta, quello di usare le armi e seminare morte e terrore. S'è fatto perdonare e nel contempo ha fatto capire chi comanda di nuovo a Itaca: di tutti i pretendenti e molestatori di Penelope sono due personaggi minori avranno salva la vita. E così ha dato l'impressione d'essere tornato per rivendicare una proprietà minacciata, di cui moglie e figlio costituivano un mero accessorio 7. In realtà Ulisse non può essere riscattato dal suo ritorno in patria, dalla fedeltà coniugale affermata solo in ultima istanza, dall'amore dimostrato nei confronti di un figlio che è cresciuto all'ombra della sola madre. Non lo riscatta tutto ciò e neppure lo riscattano tutte le sue disavventure, che lui in fondo ha cercato per dare un senso alla sua vita errabonda, vana e vacua, e neppure il fatto ch'egli abbia dimostrato una indipendenza di giudizio nei confronti della religione ufficiale: Ulisse ha un atteggiamento troppo opportunista nei confronti degli dèi pagani falsi e bugiardi. La vita di un uomo non può essere riscattata dalle disgrazie che avrebbe potuto tranquillamente evitare, se avesse vissuto una vita più normale, o peggio dagli ultimi cinque minuti in cui l'ha vissuta, accanto alla moglie e al figlio, da vero marito e da vero padre, perché non saranno questi minuti a porre le basi per un senso alternativo di umanità.
Non a caso una leggenda lo fa morire oltre le colonne d'Ercole, alla ricerca di nuove avventure e giustamente Dante lo condanna all'Inferno (canto XXVI), non solo come consigliere fraudolento, ma anche come uomo folle ed egoista che porta alla rovina i suoi compagni, raggirati col miraggio d'una conoscenza illimitata (che nella Commedia appare fine a se stessa, ma che nella realtà storica diverrà occasione di saccheggi e devastazioni coloniali da parte dell'Europa borghese). Ulisse deve smettere d'esserci simpatico. Uno che non ha imparato altro che a uccidere e mentire, uno che odia la cultura perché conosce solo l'uso della forza e dell'astuzia quando la forza non basta, uno che maschera dietro una serietà formale la propria superficialità, per quale motivo deve occupare un posto centrale nella cultura del nostro tempo e soprattutto nella cultura classica delle nostre scuole? 1 P.es. scannò Polissena, figlia di Priamo, sulla tomba di Achille per esaudire un desiderio postumo di costui. Una delle cose più vergognose che fece fu quella di far credere a Clitennestra che Achille voleva sposare sua figlia Ifigenia; invece ne aveva bisogno il padre Agamennone per sacrificarla ad Artemide.2 Ulisse aveva un senso etico così relativo che quando ebbe necessità di trafugare i cavalli di Reso e il Palladio, promise al soldato troiano catturato, Dolone, un'alta ricompensa se li avesse aiutati, ma subito dopo aver ottenuto quanto cercava chiese la testa di Dolone e le sue spoglie le appese alla prua della sua nave. Nella stessa occasione, quasi pugnalò a tradimento il compagno Diomede, che era riuscito a mettere le mani sul Palladio prima di lui.3 Tuttavia Ulisse quando si trattò di entrare in guerra contro Troia, onorando così lo stesso patto che lui aveva richiesto di firmare, si finse pazzo, e mentre stava arando la sabbia, Palamede tolse dalle braccia di Penelope il piccolo Telemaco e lo adagiò davanti all'aratro, costringendo Ulisse a fermarsi. Fu in quell'occasione ch'egli promise di vendicarsi di Palamede, riuscendo a farlo lapidare proprio durante la guerra troiana, dopo averlo fatto passare per un traditore (cfr Filostrato, Eroico).4 A dir il vero esiste una versione sulla nascita di Ulisse che vede non in Laerte ma in Sisifo suo padre, il quale, per vendicarsi dei furti di bestiame che subiva da parte del nonno di Ulisse, Autolico, violentò la figlia di quest'ultimo, Anticlea, mettendola incinta. Fu proprio Autolico che mise a Ulisse il nome di Odisseo, che in greco significa "l'odioso".5 Però volle a tutti i costi le armi di Achille, che invece sarebbero dovute spettare ad Aiace Telamonio, che era riuscito a trascinare il corpo e le armi di Achille dietro le linee. Aiace, umiliato da Ulisse, impazzì e si suicidò.6 Attenzione che in Ulisse la curiosità intellettuale non coincide propriamente con l'esperienza culturale. Ulisse è refrattario alla cultura (p.es., fece di tutto per eliminare Palamede, figlio di Nauplio, molto più colto e geniale di lui).7 Non dimentichiamo che Ulisse voleva sposare Elena, messa all'asta da suo padre Tindaro, e che sposò Penelope solo perché squattrinato. Fu in quell'occasione che chiese a tutti i principi Achei di firmare un patto di alleanza per difendere l'onore di Elena anche dopo il matrimonio; e da qui nascerà, formalmente, la guerra di Troia.
LO SGUARDO ROTONDO DI POLIFEMO
La rappresentazione falsata di Omero dello scontro di due civiltàNel volto rotondodel figlio di Posidoneche tra i belati delle capresi beavail palo aguzzo e rovente della tua civiltàhai infissoIl testo dell'OdisseaNel IX libro dell'Odissea Ulisse racconta ai Feaci la sua avventura con Polifemo, facendo mostra di quelle che comunemente vengono definite le sue migliori qualità: curiosità intellettuale, coraggio e astuzia, che sono poi in questo poema gli ingredienti ideali del buon esploratore, anzi dell'avventuriero.La storia ch'egli narra fa parte di una storia dei Ciclopi molto più antica (come quella dei Titani e dei Giganti), perché connessa alle cosmogonie e teogonie del mondo mediterraneo: infatti nella mitologia greca i Ciclopi erano figli di Urano e Gea, prima ancora che nascessero gli dei dell'Olimpo e a questi per molto tempo furono ostili. La civiltà minoica, che ha segnato di più il passaggio dalla società comunitaria a quella antagonistica, li conosceva assai prima di quella micenea.Kyklops significava anticamente "dal viso o dall'occhio rotondo" (che verrebbe voglia di interpretare con aggettivi come "ingenuo" o "semplice" se non si sapesse di fare delle forzature, e che comunque non volle mai dire "viso monoculare": tutt'al più si può pensare a una semplice caratteristica fisica, analoga a quelle di tante altre popolazioni della terra). Ulisse invece (in cui Omero si identifica) ne fa occasione per una descrizione mostruosa, inverosimile, viziata da pregiudizi ideologici.
Dovendo giustificare, al suo esordio, la rottura col passato comunitario, la civiltà micenea ha avuto bisogno, già nelle versioni orali del poema, di rappresentare i Ciclopi come giganti rozzi e incivili. La descrizione che ne fa Ulisse è molto significativa non solo del pregiudizio con cui si guardava al proprio passato, ma anche dell'ideologia con cui si voleva legittimare il proprio presente.La terra delle Capre (collocata dai critici presso i Campi Flegrei in Campania oppure presso il Vesuvio o infine alle falde dell'Etna) era abitata, secondo Omero, da esseri deformi, violenti e privi di leggi, estranei alla vita sociale, civile, politica e religiosa, incapaci di lavorare la terra o di navigare, quindi dediti prevalentemente all'allevamento o pastorizia (anche se una leggenda posteriore di Esiodo li vede come operai metallurgici al servizio di Efesto, intenti a produrre fulmini per Zeus) e con potere assoluto su mogli e figli. Più avanti Ulisse dirà che erano anche antropofagi.Qui bisogna anzitutto premettere che l'Odissea rappresenta il prosieguo, in tempo di pace, degli stessi valori individualistici affermati nell'Iliade, con la differenza che mentre nell'Iliade il duello fisico degli eroi belligeranti è parte costitutiva dei canti, qui invece si ha a che fare con situazioni più artificiose, con duelli più intellettuali e verbali, dove però a volte l'epilogo è non meno tragico e cruento.
Il caso di Polifemo rientra in quei duelli in cui i contendenti simboleggiano due civiltà opposte, di cui una, per come viene descritta, non può neppure essere considerata una civiltà; è un duello in cui non vi sono semplicemente degli interessi antitetici da difendere (come nel caso di Atene e Troia), ma un abisso di cultura che rende impossibile qualunque forma di intesa, di dialogo, di comunicazione.E' così grande la distanza che il narratore non ha scrupoli nell'utilizzare la caricatura nel descrivere l'avversario, che è incredibilmente mostruoso in ogni suo aspetto, da quello psicofisico a quello sociopolitico. E questo nonostante che l'episodio sia il tema che fa aprire il capolavoro omerico e il leit-motiv di tutto il tragico peregrinare del suo eroe principale, a testimonianza, evidentemente, del fatto che l'azione compiuta ai danni di Polifemo andava considerata molto grave.Il racconto vuole essere emblematico di quanto il narratore va dicendo per tutto il poema, e cioè che l'eroe greco è superiore ad ogni altro abitante del Mediterraneo.
L'astuzia affermata da Ulisse ha la stessa finalità che aveva nell'Iliade: ribadire il primato della forza sulla debolezza, con la precisazione che col concetto di "forza" s'intende non solo quella fisica (come poteva apparire nell'Iliade, in quanto Troia non era meno civilizzata di Atene), ma anche quella morale e intellettuale.L'approdo di Ulisse e dei suoi compagni nella terra delle Capre è quella di un ladro che, da quanto è abituato, non sa neppure di esserlo, di un saccheggiatore che fa sue senza problemi cose che non gli appartengono (da notare che venivano dalla terra dei Ciconi, dopo aver devastato la città, ucciso la maggior parte degli abitanti maschi e stuprato la maggior parte delle donne, cui era seguita un'esperienza di totale evasione tra gli effetti allucinogeni del loto).Appena scesi nella terra del ciclope, gli achei fanno fuori un centinaio di pecore e capre e mangiano a sazietà. Per spiegare tale atteggiamento Ulisse premette subito nel suo racconto, pur senza saperlo al momento dello sbarco, che si trattava della terra dei Ciclopi, fertile di natura, a prescindere dal loro lavoro, che agricolo non è. E poi, dal punto di vista culturale, i Ciclopi sono troppo rozzi perché degli esseri civilizzati si abbassino a chiedere il permesso di trafugare un centinaio di animali per sfamarsi, i quali peraltro vengono detti "selvatici" da Ulisse, cioè di nessuno.I Ciclopi vivono in una terra ricca di suo e non sanno - fa notare Ulisse dall'alto della sua conoscenza agronomica - che potrebbero ricavarne cento volte di più se solo conoscessero scienza e tecnica e se solo sapessero costruire navi con cui scambiare i prodotti, venderli... Ulisse dà per scontato che l'economia di scambio sia nettamente superiore, sotto ogni aspetto, a quella di mera sussistenza.E' sintomatico ch'egli descriva Polifemo con tutti i pregiudizi possibili prima ancora d'aver parlato del dialogo tra i due, e cioè che è un mostro solitario dal corpo talmente grande da non apparire umano, è anzi feroce e ingiusto, privo di affetti, perché non sposato, senza figli, senza amici o parenti, insomma una cosa orripilante.La leggenda in realtà narra che Polifemo amò la ninfa Oceanina Galatea, la quale però gli preferiva il giovane Aci, figlio di Fauno, che, sorpreso con lei dal Ciclope, fu da questi ucciso col lancio d'una rupe.
Ulisse stranamente racconta che s'era portato con sé il vino perché sapeva che ne avrebbe avuto bisogno, lasciando così credere ch'egli già sapesse dell'esistenza del ciclope nell'isola.Anche quando entrano nella sua grotta, la prima cosa che viene in mente agli achei è quella di rubare formaggi e animali.Ulisse invece, curioso di natura e pronto a tutte le sfide, preferisce mangiare i formaggi direttamente dentro la grotta, per vedere se Polifemo vorrà ospitarlo, e per mostrare che lui, l'eroe militare, era l'umano, mentre l'altro, il pecoraio analfabeta, il ferino, e precisa, nel racconto ai Feaci, con tutta l'ipocrisia che sempre lo contraddistingue in questi casi, che una parte dei formaggi, essendo egli un uomo "pio" e "religioso", fu dedicata agli dèi.Quando Polifemo li vede è lui che ne ha paura. Teme infatti che siano pirati o stranieri venuti lì per qualche loro interesse, che non lo riguarda. Ha timore d'essere raggirato o saccheggiato.Ulisse gli risponde con un'altra richiesta ipocrita, quella di rispettarli in nome del loro dio, secondo le regole della loro religione, della loro cultura.La risposta di Polifemo è uno dei motivi per cui verrà ucciso: egli dichiara il proprio ateismo, e non sarà per rispetto alla religione achea se deciderà di ospitarli o meno.Ma l'astuto Ulisse lo è anche quando affabula i Feaci; infatti fa loro capire che l'ateismo di Polifemo era rozzo, triviale, era l'ateismo di un bruto, come d'altra parte è ogni forma d'ateismo, in quanto l'ateismo è volgare per definizione e comunque sono "barbari" coloro che lo professano. L'ateismo è di per sé immorale perché suppone un'autonomia dell'uomo dalla divinità.E siccome Ulisse equipara l'ateo al selvaggio tiranno e menzognero, subito si sente indotto a difendersi rispondendo a una domanda di Polifemo che la sua nave era già affondata. E di ciò accusa, con poca diplomazia in verità, lo stesso protettore del ciclope: Posidone.Perché dunque meravigliarsi se al sentire quelle cose, Polifemo reagì uccidendo due suoi compagni? Il motivo è che ora Ulisse deve descrivere l'aspetto più ripugnante di Polifemo, quello in virtù del quale egli potrà legittimare la sua terribile vendetta: il cannibalismo.Ma non è forse vero che tutti gli uomini primitivi vengono descritti come antropofagi da tutte le popolazioni civili al loro primo incontro?Per mostrare l'inaudita ferocia forse un secondo redattore ha aggiunto altri quattro pasti ferini.Quanto disti la letteratura pagana da quella cristiano-primitiva lo si comprende bene dal pensiero immediato che viene in mente all'eroe Ulisse, religioso e civilizzato: la vendetta.E per metterla in pratica continua a mentire dicendo che aveva portato il vino per fargli piacere. Lo prende in giro, trattandolo come un idiota; e mentre gli offre il vino lo offende di nuovo, mostrando di non avere di lui alcuna paura: "tu non vivi da giusto" (la "giustizia" del primitivo interpretata secondo i canoni di quella ritenuta più avanzata).Il ciclope promette di dargli ospitalità, ma Omero, non volendo rischiare che noi si sia indotti a credere nella buona fede del ciclope, fa parlare quest'ultimo con lo stesso atteggiamento astuto di Ulisse, solo che il suo è ovviamente limitato, infantile, essendo quello di un uomo preistorico.Polifemo promette di dargli ospitalità perché ha apprezzato il vino, ma in cambio vuole sapere come Ulisse si chiama, e questi, siccome non può scendere a patti con un essere così spregevole e inferiore, fa leva sulla propria superiorità linguistica e mente un'altra volta, abbindolandolo: "Mi chiamo Nessuno".Si noti come in questa ambiguità terminologica si celi anche, psicologicamente, un rapporto falsato che Ulisse ha con la realtà e col suo interlocutore, qui come altrove. Assai raramente si fa riconoscere o svela le sue origini: dà sempre l'impressione di essere un uomo privo di identità, senza un passato. A forza di mentire, d'ingannare, di tradire sembra che si vergogni di essere quel che è, cioè da un lato sembra che l'umano sia un sentimento del tutto atrofizzato, dall'altro però proprio questo continuo bisogno di negarsi svela indirettamente un certo senso di colpa.La distanza tra i due è comunque incolmabile e il delitto dell'istintivo ed esasperato Polifemo rende vana qualunque possibilità di intesa.
Nella mente di Ulisse frulla solo un'idea: come eliminare l'avversario.Omero a questo punto ha gioco facile: Polifemo si rimangia la promessa non perché Ulisse ha mentito, ma perché sin dall'inizio la sua promessa era falsa.La descrizione dell'accecamento deve necessariamente essere molto dettagliata, perché deve suscitare da parte del lettore-ascoltatore il gusto di una rivincita.Al sentire le sue urla gli altri Ciclopi accorsero subito, smentendo così che Polifemo vivesse una vita del tutto isolata.Qui il racconto cade nel ridicolo. Polifemo non apre la porta della grotta, ma spiega agli amici che "Nessuno" lo ha reso cieco. Al che è naturale che gli altri lo ritengano come uscito quasi di senno e se ne vadano immediatamente. I consigli che gli danno sono gli stessi che avrebbero potuto dargli gli uomini civilizzati. Tutto il suo male gli viene dal suo ateismo, che è in definitiva protervia. Solo con la fede potrà risanarsi, cioè recuperare il senno.Ulisse è soddisfatto e di fronte al dolore di Polifemo se la ride.Poi di nuovo l'inganno, questa volta per difendersi dall'inevitabile rappresaglia: Ulisse lega i suoi compagni al ventre degli arieti che, una volta usciti dall'antro, verranno poi trafugati dagli achei.E continua l'oltraggio a Polifemo, unendo alla vendetta la beffa. Ulisse si permette di fare la predica del moralista: è stato Zeus a punire l'arroganza e la brutalità del ciclope.Pur con tutta la sua civiltà o forse proprio per questa, Ulisse appare come un uomo vendicativo, iroso, beffardo, cinico e crudele. Avverte fortemente il bisogno di rivelare al debilitato Polifemo quale sia il suo vero nome. Ha bisogno di sentirsi grande.E Omero non vede l'ora di scrivere che la fine ingloriosa di Polifemo era stata predetta dagli dèi, per cui andava considerata sommamente giusta. Il che, tra l'altro, pare sia messo per giustificare il bisogno d'infierire, con gusto sadico, sul nemico ferito, anche se non sarebbe sbagliato chiedersi se questa esagerazione non sia un'aggiunta posteriore, poiché Polifemo sembra pentirsi ed essere disposto a ospitare Ulisse e a pregare Posidone, affinché lo guarisca, essendo di lui figlio.Tuttavia Ulisse è irremovibile nella sua spietatezza e gli augura di restare cieco tutta la vita, perché se avesse potuto l'avrebbe addirittura ucciso.Il racconto si conclude con la supplica di Polifemo a Posidone, che Ulisse non possa tornare più a Itaca o, che se vi riesca, trovi grandi sciagure nella propria casa, senza amici che possano aiutarlo. Singolare una maledizione del genere, da parte di un protagonista dipinto come un energumeno antisociale.
E a Ulisse il gioco diventa facile: gli ci vuol poco a incolpare Polifemo e suo padre-protettore dell'incapacità della sua missione di civilizzare il mondo intero.Appare dunque chiaro che questo episodio riflette la transizione dalla cultura pre-schiavistica, che i micenei (specie i coloni) possono aver incontrato in alcune zone della parte occidentale del Mediterraneo e quella più propriamente schiavistica e razzistica ch'essi avevano creato sulle fondamenta di quella minoica. In generale esso indica il passaggio dalla civiltà basata sull'allevamento a quella basata sull'agricoltura organizzata, sull'artigianato raffinato e sulla commercializzazione dei rispettivi prodotti.Il racconto è insomma un'anticipazione della moderna rivoluzione borghese.LA GRANDE SIGNORA CIRCELibro X dell'Odissea L'approdo sull'isola e l'incontro dei compagni di Ulisse con CirceDopo essere riusciti a evitare il primitivismo dei sardi Lestrigoni, Ulisse e i suoi 46 compagni approdano all'isola Eea, presso il capo Circeo o in un promontorio del Lazio, un tempo lagunoso. (1)L'isola era abitata da Circe, figlia, secondo alcuni, del Giorno e della Notte; secondo altri, del Sole e della Luna (Ecate) o della ninfa Perse, "sorella germana di Aiete pericoloso"(137), "dea tremenda con voce umana"(136). Aiete o Eeta fu padre di Medea e traditore degli Argonauti.Secondo una leggenda Circe sarebbe stata innamorata di Glauco, senza esserne corrisposta, perché egli amava Scilla, che Circe, per gelosia, cambiò in un mostro marino, dopo avere avvelenato la fonte presso la quale i due amanti erano abituati a ritrovarsi insieme.Gran carattere, questa Circe "dai bei riccioli"(136, 220), che Omero e tutte le leggende qualificano come "maga", perché così appariva, ad una società non più "naturalistica", come appunto quella omerica, chiunque avesse grandi conoscenze delle proprietà terapiche o venefiche di erbe e radici, di cui l'isola peraltro era ricca.Circe viveva in luoghi remoti, non civilizzati, "tra la fitta macchia e la selva"(150), in un'economia basata sull'autoconsumo di prodotti della terra, del mare, della cacciagione (156-186), anche se i suoi "bei riccioli" fanno pensare a una donna dell'alta società, ma che in realtà nel contesto indicano soltanto una simbologia standardizzata di "bellezza femminile".Quando i compagni di Ulisse la incontrano scoprono che sapeva anche "tessere" perfettamente (222), come Penelope, Calipso..., e che aveva una "voce bella" quando cantava (221). Altrove si dirà che aveva conoscenze anche nel campo della marineria, in quanto insegnò un nodo a Ulisse (VIII, 447-8).Ulisse e i suoi compagni approdano casualmente nell'isola, essendosi perduti in mezzo al Tirreno, e quando la comitiva di 23 uomini, andata in perlustrazione, s'accorge delle abitazioni costruite "con pietre squadrate"(211) e "porte lucenti"(230) in cui viveva Circe (2), subito rimane colpita da un fatto molto strano: i lupi e i leoni che vi fanno la guardia sono del tutto mansueti.Euriloco, che comandava la spedizione, s'insospettisce di questo ma anche del fatto che, abituato a distinguere il sacro dal profano, abituato a considerare la religione come qualcosa di specifico, di oggettivamente determinabile e di sicuramente contestualizzabile in uno spazio urbano, le "porte lucenti", tali perché rivestite di bronzo, gli sembrano essere l'ingresso non di un palazzo residenziale ma di un tempio sacro, cioè di un contenitore il cui contenuto non gli è familiare.Avendo perso la memoria di una religione i cui misteri altro non erano che conoscenze naturalistiche, e non riuscendo a spiegarsi il contrasto tra ferocia innata e mansuetudine acquisita da parte degli animali di guardia, decide di rifiutare l'invito ad entrare fatto loro da Circe.
Successivamente verremo a sapere dallo stesso Euriloco che non erano animali feroci fatti diventare mansueti dalla maga, ma uomini trasformati in docili bestie (433). Dalla paura del confronto al pregiudizio: il passo, come si vede, è breve.Lupi e leoni erano stati messi lì per scoraggiare i pavidi, per tenere alla larga i curiosi. Sono mansueti a causa dei "filtri maligni" di Circe (213) - scrive il misogino Omero -, ma a lei servono semplicemente come forma di allarme: il fatto che si comportino esplicitamente come animali domestici è indicativo della presenza di un carattere non ingenuo da parte dei marinai, che avrebbero dovuto andarsene, vinti dalla paura, ma che invece, abituati alle mille difficoltà di una vita travagliata, non si lasciano intimorire più di tanto.Il superamento di questa prova, unitamente al vociare roboante e corale con cui chiamano Circe, è motivo sufficiente per farla agire nel modo come vedremo."Diamole una voce"(228) non vuol dire semplicemente "chiamiamola", ma "facciamoci sentire", ed è frase detta da Polite, che qui stranamente Ulisse definisce "il più caro e fidato tra i compagni"(225), pur avendo egli affidato la missione a Euriloco, il quale non rimase fuori per paura ma perché sospettoso di trame e inganni, proprio come Ulisse.Polite invece qui rappresenta, in quanto "capo di forti"(224), il tipo spaccone, lo smargiasso, che non si lascia impressionare né dalle belve che in teoria avrebbero dovuto essere feroci, né dalla lucentezza di un portone che avrebbe dovuto indicare la riservatezza di un luogo sacro (forse dedicato ad Atena).E' Circe che, vedendo questo, ha già capito con chi ha a che fare, memore di amare esperienze passate: se quegli uomini vogliono entrare solo perché vedendo una donna sola in un palazzo del genere pensano di poterla circuire come vogliono, fare di lei oggetto del loro arbitrio, avranno - secondo una felice legge del contrappasso, visibile anche laddove viene usato lo strumento della "verga" - ciò che meritano.Poiché sa cosa piace agli uomini: avere potere e godere, Circe offre loro di sedersi su "troni e seggi"(233) e di cibarsi a sazietà con "formaggio, farina d'orzo, pallido miele, vino di pramno"(234-5), cioè in sostanza una dolce torta accompagnata con vino rosso e asprigno, facendo loro credere che il "bello" deve ancora venire.Circe sa di non potersi difendere in altro modo che con l'inganno: è troppo grande la sproporzione tra la sua cultura, le sue forze, la civiltà ch'essa rappresenta e il mondo del nemico che la circonda; l'uso stesso della verga appare come un tentativo un po' puerile di dimostrare che dietro gli effetti dell'infuso di bromuro si celava una sorta di magia.Curioso che come conseguenza della trasformazione in porci, Omero ponga la dimenticanza della "patria" (qui del tutto fuori contesto) e non la perdita della virilità maschile, il che poi lo fa cadere in palese contraddizione quando da un lato dice che dovevano "obliare del tutto la patria"(235-6) e dall'altro che avevano "la mente ben salda"(240).
La condanna in realtà era proprio questa, ch'essi dovevano sentirsi uomini solo nella mente, mentre nel corpo erano diventati come eunuchi, anche se simbolicamente trasformati in maiali. (3)Euriloco, rimasto fuori, non può aver visto la metamorfosi ferina dei suoi compagni; al massimo si era impensierito del fatto che non erano più tornati indietro, e per questo s'era convinto che fossero tutti misteriosamente morti. Qui ci sono due versetti che cozzano tra loro: il 244, ove si dice che "in fretta tornò alla nave", col che il lettore può anche pensare ch'egli avesse visto la suddetta trasformazione, e il 260, in cui al contrario è scritto che "rimase a lungo a spiare" (con le porte serrate "spiare" qui vuol dire semplicemente "attendere").Sia come sia, è qui interessante il fatto che l'intrepido Euriloco, "simile a un dio"(205), una volta ritornato alla nave, appaia come un codardo: Circe l'aveva talmente terrorizzato, senza peraltro fargli nulla, ch'egli non ha neppure la forza di riferire i fatti, e quando Ulisse gli chiede di accompagnarlo sul posto, egli declina immediatamente l'invito temendo di fare la stessa fine.Non si tratta solo di un escamotage dell'autore di far risaltare l'eroismo di Ulisse, nel confronto coi suoi compagni (sotto questo aspetto la cosa, pur avendo un contenuto drammatico, appare quasi divertente), ma si tratta anche del fatto che qui Euriloco rappresenta la coscienza moderna che teme il passato o un presente non facilmente decifrabile e lo fugge senza soluzione di continuità.Egli ha paura che il passato prenda il sopravvento sul suo presente e supplica Ulisse di lasciarlo sulla nave, cioè di non riportarlo in un luogo e in un tempo le cui coordinate semantiche gli sfuggono completamente. Ulisse insomma se la deve veder da solo con Circe.L'incontro di Ermes con UlisseIl "fermo" o "duro dovere"(273) che impone a Ulisse di andare - da solo - a recuperare i compagni, non è che un mix di responsabilità nei confronti dei suoi subordinati e di spirito d'avventura, la ricerca di emozioni forti, la curiosità di misurarsi con un nuovo pericolo, di mettersi alla prova. (4)L'incontro con Ermes (Mercurio), protettore dei ladri e dei mercanti, servo fedele e anzi figlio di Zeus, è significativo, perché qui Ermes rappresenta il rivale n. 1 di Circe, colui che le ha già prospettato la fine sicura dei suoi poteri, l'inutilità della sua resistenza (331).Ulisse sa avvalersi dei nemici di Circe, specie di quelli che conoscono bene il territorio in cui essa opera: una conoscenza che è scienza delle cose evolute, opposta alla magia, all'animismo o alla conoscenza del mondo naturale data da tradizioni secolari. (5)Ermes non ha paura di Circe perché conosce l'antidoto alle sue erbe paralizzanti e nel contempo presume di possedere una visione religiosa superiore a quella naturalistica di lei, sebbene sia, la sua, una visione "di primo pelo, la cui giovinezza è leggiadra"(279), cioè una visione per così dire "neonata", che ha bisogno di tempo per imporsi e che comunque sa riconoscere in Ulisse un validissimo supporto.L'eloquente Ermes, colui che conduce le anime dei morti sino alla barca di Caronte, non ha una spada ma una "verga d'oro": egli infatti è la neovisione intellettuale e individuale che, per imporsi, ha qui bisogno della volontà forte di un eroe.
Ed è proprio lui che, per primo, svela a Ulisse che i suoi compagni sono stati narcotizzati, metaforicamente trasformati in maiali.Mentre con la vicenda di Polifemo si era in presenza di uno scontro globale di civiltà: mercantile-schiavistica da un lato, agricolo-pastorale dall'altro, qui invece lo scontro è di un solo elemento di quelle civiltà: la religione, impersonata da una donna, che è antica, ancestrale, primordiale, la cui cultura deve essere superata da una nuova religione, più astratta, più ambigua, più moderna, in quanto ha come scopo la legittimazione di rapporti sociali fortemente antagonistici.Ulisse, non essendo ateo coerente, dichiarato (come Prometeo che, guarda caso, fu incatenato proprio da Ermes), non può vincere da solo la forza di Circe; essendo un uomo formalmente religioso, cioè devoto alla religione dei potenti, anche se nella pratica è artefice di inganni, ha necessariamente bisogno di un alleato, che, quanto a scaltrezza, simbolicamente gli somiglia.Pur essendo un giovincello, Ermes è già abbastanza smaliziato, com'è giusto che sia nelle civiltà più avanzate; pertanto non ha difficoltà, conoscendo le umane debolezze, a mettere in guardia Ulisse dalle provocazioni erotiche di Circe, che si difenderà invitandolo a giacere con lei (296). Potrà sì accettare il suo letto (297), ma a certe condizioni, quelle per cui riuscirà ad ottenere i compagni sani e salvi.Tuttavia questo, di coricarsi con lei, era stato il desiderio anche dei suoi compagni: dunque perché lui sì e loro no? Per il semplice motivo che qui il "saggio" Omero insegna che il passato va superato rispettandolo formalmente: non ci può essere rottura violenta.I compagni d'Ulisse s'erano comportati in maniera precipitosa, irruente; lui invece, che è astuzia per antonomasia, non avrà bisogno che del proprio self-control, non gli servirà neppure di sguainare la spada, gli basterà minacciare di farlo: gli argomenti per vincere saranno altri.Da notare che esistono interessanti sfumature tra ciò che gli chiede di fare Ermes e quanto Ulisse effettivamente farà. Ermes dice testualmente: "lei impaurita t'inviterà a coricarti; tu non rifiutare, né allora né dopo, il letto della dea, perché i compagni ti liberi e aiuti anche te. Ma imponile di giurare il gran giuramento dei beati, che non ti ordirà nessun altro malanno: che appena nudo non ti faccia vile e impotente"(296-301).Ora, posto che per un tipo come Ulisse la fedeltà coniugale doveva essere un valore alquanto relativo, indubbiamente gli sarà apparsa con un certo favore la prospettiva di potere ottenere da Circe quanto desiderato semplicemente andandoci a letto. Tuttavia, ciò che più stupisce, ma sino a un certo punto, è che qui Ermes fa passare Circe per una ninfomane o, se si preferisce, per una prostituta di lusso (e c'è chi l'ha scambiata per la tenutaria di un bordello da marinai), anticipando per così dire il fatto ch'essa deciderà di liberare i compagni solo dopo aver soddisfatto la propria libido. E siccome Ermes presume di conoscere le debolezze dell'uomo "civilizzato" e di Ulisse in particolare, lo invita a chiedere a Circe il solenne giuramento.
Vedremo però che Ulisse si comporterà diversamente.Il farmaco-antidoto che Ermes suggerisce a Ulisse di mangiare non era che una pianta officinale del Circeo, già conosciuta dagli antichi romani: il suo nome, "moly", indica semplicemente un'erba dalla radice nera e dal fiore color latte. Era chiamata così dagli dèi (305), perché qui deve apparire chiaro che se Circe possiede la conoscenza dei poteri della natura, non può però competere con la nuova civiltà che avanza, basata sulle scienze e le arti e soprattutto sull'astuzia e sull'inganno. Ulisse sa più cose di quanto lei possa immaginare e può persino ucciderla.Anche Circe è dea, ma limitata nei suoi poteri: "gli dèi invece possono tutto"(306).L'incontro di Ulisse con CirceCirce, al vedere Ulisse superare l'inganno grazie all'aiuto di Ermes, chiede di congiungersi con lui perché spera di poterlo "raggirare" con l'ultima chance che le è rimasta: "saliamo sul letto, perché congiunti nel letto e in amore ci si possa l'un l'altro fidare"(334-5).Ma Ulisse non cede al ricatto sessuale, poiché egli sa dominare i sensi con l'astuzia dell'uomo che prima do tutto deve salvaguardare l'interesse: "Come puoi chiedermi d'essere mite con te, che nella casa m'hai fatto maiali i compagni, e qui tenendomi adeschi anche me, insidiosa, a venire nel talamo sopra il tuo letto, perché, appena nudo, mi faccia vile e impotente? Sul tuo letto io non voglio salire, se non acconsenti a giurarmi, o dea, il gran giuramento che non mediti un'altra azione cattiva a mio danno"(337-44).Nella seconda sequenza abbiamo creduto di ravvisare una sottile differenza tra quanto richiesto da Ermes e quanto invece messo in pratica da Ulisse.Alla richiesta di Ermes di cedere, previo giuramento, al ricatto sessuale per la liberazione dei compagni, Ulisse darà un'interpretazione leggermente diversa: "Lei giurò subito come volevo... allora io salii sul bellissimo letto di Circe"(345-7).In pratica Ulisse accetta l'invito di giacere con Circe prima ancora che i compagni siano stati liberati, semplicemente con la promessa, sotto giuramento, che lei non avrebbe tramato altri inganni a suo danno. Nel consiglio di Ermes vi era invece la liberazione dei compagni, anzitutto, come motivazione dell'amplesso.Qui, a proposito del giuramento, delle due l'una: o Ulisse impone a Circe un giuramento che non appartiene alla cultura di lei, sacerdotessa sicuramente più "laica" del "servo fedele" Ermes, per farle capire che se l'avesse trasgredito la vendetta sarebbe stata terribile; oppure le chiede un giuramento antico, che per Circe aveva un valore assai maggiore di quelli che si facevano ai tempi di Ulisse.Il giuramento in questione veniva comunque pronunciato chiamando a testimone il Cielo, la Terra e lo Stige, cioè valori in cui, a parte l'ultimo, anche Circe avrebbe potuto credere.In effetti lo Stige, il fiume infernale, nel nome del quale gli dèi pronunciavano i loro giuramenti, sembra essere una categoria appartenente più alla cultura di Ermes, con cui questi chiede a Ulisse di sottomettere Circe.Uno spergiuro faceva decadere gli dèi, per un periodo di cento anni, dal dono privilegiato della divinità. Sulle rive di questo fiume, Caronte prendeva in consegna dalle mani di Mercurio le ombre ch'egli, poi, dallo Stige sospingeva, sulla sua barca, nell'altro fiume infernale, l'Acheronte.Si può quindi supporre che in quel giuramento vi fosse in realtà un'ammissione di sconfitta culturale di Circe non solo nei confronti di Ulisse ma anche nei confronti di Ermes, suo principale rivale.Comunque nella letteratura antica troviamo molti esempi che ci testimoniano l’importanza della pratica del giuramento. Il fatto stesso che garanti del giuramento fossero gli dèi, la dice lunga sulla difficoltà che una cultura naturalistica e agro-pastorale come quella rappresentata da Circe potesse sopravvivere nel confronto, anche violento, con la nuova cultura emergente di Ermes e, qui, del suo emissario, Ulisse, entrambi esponenti di una cultura urbana, mercantile, individualistica...Non dimentichiamo che anche Ermes faceva addormentare o risvegliare gli uomini con la sua verga e che conduceva le anime nell'Ade, cioè in un inferno non meno avvilente del porcile della maga. La religione di Circe è indubbiamente più primitiva: la sua magia è legata ai segreti della natura e non a una rappresentazione intellettuale dell'oltretomba, con cui i sacerdoti del mondo ellenico potevano spaventare gli sprovveduti o illudersi di tenere a freno i potenti.Ma la cosa più interessante di questa sequenza è che Ermes ha avuto bisogno di Ulisse per imporsi su Circe, non avendo le sue qualità fondamentali, a testimonianza che nell'area geografica in cui è ambientata la vicenda, i valori culturali non erano stati ancora così profondamente alterati dai rapporti schiavistici e mercantili tipici della società ellenica.Ulisse infatti è il "multiforme", il "versatile"(330), l'uomo rotto a ogni esperienza, disposto a tutto pur di primeggiare, ma capace di farlo con astuzia, lungimiranza... A lui non basterà neppure fidarsi della parola data, come vedremo nella sequenza successiva.Il bagno di UlisseCirce dispone di quattro ancelle che qui, invece di apparire come "schiave", vengono definite come "ninfe", in quanto nate da "boschi, fonti, fiumi". Le loro funzioni sono tipiche della servitù domestica. Non sono a disposizione come frutto di un bottino di guerra, e Omero, per il quale una qualunque forma di servizio domestico è necessariamente legata all'istituto della schiavitù, preferisce rendere misteriosa la provenienza di queste ancelle, piuttosto che ammettere una società diversa da quella in cui lui era vissuto.A parte questo, ciò che qui non si riesce a comprendere è se il rito del bagno purificatore e il pranzo precedano l'atto sessuale o lo seguano, considerato che al v. 347 Ulisse ricorda d'essere salito "sul bellissimo letto di Circe" appena questa fece la solenne promessa di non macchinare contro di lui.La domanda è legittima, perché nel primo caso Ulisse apparirebbe più vicino all'uomo comune, con le sue debolezze, mentre nel secondo caso, visto che il bagno prosegue col rifiuto del pranzo, Ulisse apparirebbe come un uomo integerrimo, preoccupato anzitutto del dovere di liberare i compagni dalla schiavitù.Ha dei risvolti quasi comico-erotici tale questione, in quanto, ad un certo punto viene detto che il bagno ristoratore tolse all'eroe "la snervante fatica"(363), che pare sia quella di un amplesso con una donna da troppo tempo digiuna.
L'erotismo sta nel fatto che non sembrano essere le quattro ancelle a lavare Ulisse, ma la stessa Circe, almeno stando a quanto si deduce dal v. 361: "mi fece sedere nella vasca e me la [l'acqua] versò dal gran tripode... m'ebbe lavato e unto con olio copiosamente, mi gettò un bel manto e una tunica indosso, mi guidò e fece sedere su un trono..."(361-6).E' solo a questo punto che Ulisse di nuovo parla esplicitamente di un'ancella (368) che "gli versa dell'acqua da una brocca... perché mi lavassi" - come se un uomo appena uscito dalla vasca avesse bisogno di lavarsi le mani per sedersi a tavola...Questo rimescolio ambiguo di atti e funzioni, su cui si insiste compiaciuti, con particolari osé, è strumentale all'ideazione di un'atmosfera magica, per la quale l'ascoltatore o il lettore di questi versi doveva sicuramente provare piacere. Un costrutto ammiccante del genere sarebbe stato impensabile in un testo cristianamente ispirato.Forse si può presumere che i versetti relativi all'ancella che gli versa l'acqua invitandolo a lavarsi siano stati aggiunti proprio per attenuare il livello piccante di una descrizione in cui la protagonista è la stessa Circe.Questi versi infatti sono contraddittori a quello (364) in cui viene detto che l'eroe fu "lavato e unto con olio copiosamente", avverbio, quest'ultimo, che lascia immaginare più di quanto dica.La liberazione dei compagni di UlisseE' difficile dire se la richiesta di liberare i compagni dalla schiavitù sia precedente o successiva al rapporto sessuale di Ulisse con Circe.Qui i tempi, ovvero la sequenza delle azioni, potrebbero anche avere un certo peso nel determinare la psicologia dell'eroe, la sua scala di valori.Non sarebbe infatti stata la stessa cosa vederlo chiedere quella liberazione dopo un certo tempo passato tra le braccia della maga, e vederlo invece porre come condizione dell'amplesso proprio quella liberazione.E' intanto possibile anticipare che Ulisse e i suoi compagni rimasero con Circe per più di un anno e, secondo una leggenda, egli ebbe da lei un figlio, chiamato Telegono. Costui, successivamente, sarebbe stato mandato da Circe alla ricerca del padre, che, dopo l'approdo a Itaca, non s'era fatto più vedere nell'isola di Eea (a parte il breve soggiorno di XII,1-141); e, senza saperlo, Telegono sarebbe sbarcato proprio a Itaca, dove avrebbe saccheggiato l'isola insieme ai suoi compagni, imitando, in questo, le gesta di chi l'aveva generato.Assalito ad un certo punto da Ulisse e da Telemaco, egli avrebbe ucciso lo stesso Ulisse, dopodiché, per ordine di Atena, avrebbe sposato Penelope, da cui avrebbe avuto Itaco, fondatore di Tuscolo e di Preneste (ma altre leggende sostengono che non ci fu alcun matrimonio e che il fondatore di Tuscolo fu lo stesso Telegono).Una versione, questa, che viene per così dire incontro alla tesi di un ennesimo risentimento, peraltro giustificato, che Circe provò nel momento in cui, dopo essersi concessa nonostante le numerose delusioni, dovette nuovamente subire l'amarezza dell'abbandono.Amarezza tanto più grande quanto più si considera che le parole che lei dice a Odisseo (378-381), con "soave voce" o "alate parole", standogli a fianco, sono indubbiamente qualcosa di molto poetico, che lascia presumere un'intesa forte di coppia, come se le due rispettive intelligenze e sensibilità non avessero avuto bisogno di molto tempo prima di intendersi.Circe parla come se Ulisse fosse già divenuto il padrone di casa, l'amante fedele, l'amico fidato, il partner da lei sempre desiderato.In realtà Ulisse è troppo pieno di sé per potersi fermare in un medesimo luogo ed amare chi gli sta vicino. La richiesta di ritrovare la patria nasce in realtà dall'insoddisfazione di una vita non abbastanza movimentata.Non a caso quando tornerà a Itaca, il suo volto, il suo stesso corpo saranno talmente sfigurati che stenteranno a riconoscerlo. Sarà il ritorno di un uomo senza pace, sconfitto dalla sua stessa ansia di vivere, dalle sue insondabili contraddizioni. Ulisse non può amare nessuno, proprio perché ama solo se stesso, che è un sé vuoto di vero contenuto umano.La richiesta di liberare i compagni s'interseca, qui come altrove, con la sua insoddisfazione per la vita in generale, con la sua incapacità a vivere relazioni stabili, normali. Egli sembra già essere stanco di Circe, al punto che non vede l'ora di andarsene. Il fatto è però che le esigenze narrative dell'episodio impongono coerenza con la trama apologetica di questo eroe (di carta).
Quando Circe ritrasforma i porci in esseri umani vien detto, stranamente, che gli animali erano di "nove anni"(390), cioè piuttosto anzianotti, e che i marinai tornarono "più giovani di come erano prima, e molto più belli e più grandi a vedersi"(395-6). Evidentemente avevano riacquistato la virilità perduta.E' comunque da escludere che dal primo amplesso con Circe alla richiesta di liberare i compagni sia passato molto tempo, poiché l'altra metà della ciurma lo attendeva al largo. E quando lo vedrà ritornare saranno tutti così contenti - scrive Omero - come se fossero già arrivati a Itaca (415 ss.). Il che fa appunto pensare che un certo tempo dovette essere trascorso.Non solo, ma è evidente che se Ulisse ha preteso la liberazione dei compagni come condizione per restare sull'isola per non più di un certo tempo, il suo scopo era quello di far innamorare Circe di lui, o comunque quello di far credere che lui lo era di lei, e anche questo, naturalmente, per essere dimostrato, avrebbe richiesto del tempo.Interessante è notare che Circe per la prima volta qualifica con l'appellativo di "astutissimo"(401) il laerziade solo dopo che questi le aveva chiesto di liberare i compagni, i quali, in seguito, gli moriranno tutti, a testimonianza che Ulisse non nutriva nei loro confronti una stima superiore o anche solo uguale a quella che nutriva nei confronti di se stesso.I suoi compagni d'avventura sono tutte comparse mediocri, scarsamente caratterizzate sul piano psicologico e che nel complesso hanno una funzione strumentale all'esaltazione delle sue virtù individuali.In questo libro X l'unico vero compagno di Ulisse è Circe, nei cui confronti egli si deve sforzare di trovare delle giustificazioni almeno formalmente etiche, per potersi "liberare" di lei e riaffermare così il proprio egocentrismo.Circe, che qui rappresenta il rifiuto di una civiltà più "moderna" della sua, vive in una sorta di riserva naturale, lontana dal mondo cosiddetto "civilizzato", arroccata in una specie di fortilizio, in cui cerca di portare avanti un'ultima disperata difesa.Tutto sommato Omero è piuttosto indulgente nei confronti di questa "amica-nemica" del protagonista, che presenta molti lati affascinanti, capaci di giustificare l'atteggiamento remissivo di Ulisse e che, se fosse stata di sesso maschile, probabilmente avrebbe ricevuto un trattamento meno riguardoso.In effetti Circe non è una figura come le altre, è un personaggio centrale del poema (più di 700 versi le vengono dedicati), in quanto rappresenta la possibilità di una sintesi, di una mediazione, nello scontro tra le due civiltà rivali. E' lei che spiegherà a Ulisse come comportarsi nell'Ade, per interrogare Tiresia, come agire con le Sirene, come difendersi da Scilla e Cariddi, come comportarsi nell'isola di Trinacria dove pascolano le mandrie eterne del Sole, che lei conosce bene, essendo figlia stessa del Sole.Circe toglie a Ulisse gli atteggiamenti violenti, vendicativi, maschilisti e Ulisse fa uscire Circe dall'isolamento, riconciliandola con la nuova realtà ch'egli stesso, insieme ad Ermes, rappresenta.Tuttavia, e su questo Omero difficilmente avrebbe potuto transigere, Circe non ha la forza di trattenere Ulisse, perché Ulisse non può essere trattenuto da nessuno, essendo egli l'archetipo di una civiltà senza pace, che insegue la pace come appagamento della sete di dominio, di conoscenza, di avventure, in cui poter misurare le proprie risorse, fisiche intellettuali morali.Ulisse è colui che sospetta la presenza di "inganni"(380): Circe lo conosce di fama ed ora ha la conferma di quanto egli sia incredibilmente "astuto"(401). Lo è talmente tanto ch'egli non si fida neppure del giuramento che da lei ha preteso, la quale, proprio per questo, non può che rimproverarlo; al che Ulisse ribatte dicendo d'essere sì convinto che lei non voglia più raggirarlo, ma al tempo stesso di non essere del tutto persuaso che il giuramento abbia un effetto positivo sui compagni che languiscono nel porcile.Cioè in sostanza Ulisse non riesce a dare per scontata l'efficacia estensiva del patto con la maga e vuole per così dire mettere nero su bianco.Volendo restare fedele al suo clichè di uomo accorto sino all'inverosimile, Ulisse deve continuare a sospettare, perché il "sospetto" e non tanto l'astuzia è il leit-motiv del poema. E' proprio questa caratteristica psicologica dominante che rende Ulisse un personaggio modernissimo.Essendo abituato a vedere il prossimo come un potenziale nemico, Ulisse era diventato un maestro nel tendere tranelli, nel tramare complotti e terribili vendette. Il suo atteggiamento ha fatto ricche le classi mercantili e le strategie politico-militari di ogni epoca e latitudine.Anche Circe è una donna sospettosa, ma perché vorrebbe rimanere quel che è, strettamente legata al proprio passato. A differenza di Ulisse, che è sempre in "posizione di attacco" e tutto quello che tocca subisce spesso radicali trasformazioni, Circe si pone invece sulla "difensiva", anche se qui gli eventi la portano a un ripensamento notevole della propria concezione di vita.
La liberazione dei compagni di Ulisse dalla schiavitù (dei sensi) comporta infatti una grande metamorfosi, che non riguarda soltanto il loro aspetto fisico, di nuovo umano e ringiovanito, ma anche la coscienza morale della maga, poiché se nei compagni il pianto liberatore ha la funzione di esprimere chiaramente gioia per il "corpo" ritrovato, in lei invece ha come una funzione catartica, di liberazione dal pregiudizio anti-maschile, di riconciliazione morale col sesso opposto, che va oltre l'attrazione fisica, che pur essa provava per Ulisse, intenzionata com'era a volerlo sposare (IX, 31-32).Tant'è che appena liberati i compagni, propone a Ulisse di andare a prendere gli altri e di restare tutti ospiti della sua reggia. E' evidente ch'essa può aver pensato alla porcilaia come arma di ricatto contro eventuali ripensamenti da parte di Ulisse a suo danno. Ed è altresì evidente il suo timore di perderlo, ora che ha voluto soddisfare quello che per lui era il desiderio principale.Ma Circe è una "gran signora"(394), sia nei poteri della conoscenza che nella profondità d'animo, qui testimoniata dalla commozione interiore. E' capace di rischiare una soluzione a lei sconveniente, proprio perché in fondo sa come rispettare la libertà umana.Il diverbio tra Euriloco e UlisseDopo la liberazione dei compagni, Ulisse avrebbe anche potuto rifiutare l'ospitalità e la sostanza del racconto sarebbe rimasta inalterata. Egli non aveva un debito di riconoscenza nei confronti di Circe, benché qui l'accettazione dell'ospitalità, e per così tanti mesi, lasci supporre ch'egli provasse nei suoi confronti una certa attrazione.Circe era riuscita a "persuadere il cuore superbo"(406) di Ulisse, a raddolcire, coi suoi modi gentili, il suo "animo altero", fiero d'aver ottenuto tutto quanto s'era promesso. Una qualche trasformazione morale era avvenuta anche in lui.Ed Euriloco, che qui rappresenta la coscienza intransigente, schematica, lo mette sull'avviso, ma inutilmente: Ulisse aveva già deciso di restare ospite di Circe.Il diverbio tra Euriloco e Ulisse è particolarmente significativo, poiché forse per la prima volta qualcuno dell'equipaggio ha il coraggio di dire quello che pensa dell'"impavido Ulisse"(436), il temerario irresponsabile che aveva portato a morte alcuni compagni nell'antro di Polifemo. Praticamente Euriloco, qui suo rivale, stava minacciando un ammutinamento.Tuttavia Omero - ovviamente per non smentire la tesi che il suo eroe è intoccabile, in quanto al di sopra di ogni critica - dirà che sarà proprio Euriloco a dare ai suoi compagni il consiglio più funesto di tutta la spedizione: quello di uccidere le vacche sacre (XII, 340 ss.), che in pratica vorrà dire violare delle tradizioni religiose consolidate usando lo strumento della forza. Un consiglio che porterà tutti inesorabilmente a morire.Qui intanto il permaloso Ulisse, che non tollera osservazioni sul proprio operato (specie se fatte in pubblico), sarebbe pronto a far fuori il suo stretto parente se le "dolci parole"(442) dei compagni non lo facessero desistere e accettare l'idea che Euriloco resti a guardia della nave.Ma Euriloco, che ben conosceva lo spirito vendicativo di Ulisse, la sua "terribile furia"(448), alla fine cede e prende a seguirli.La richiesta di andarseneLe parole di Circe, alla vista del secondo pianto dei compagni di Ulisse, testimonia una grande saggezza e sobrietà: standogli vicino, chiede al suo amato che la si smetta di lasciarsi così tanto condizionare dagli affanni patiti e dalle offese subite, e si provveda a rifocillarsi, a rinfrancarsi con cibo e vino, per guardare avanti e tornare a vivere una nuova vita.E' così persuasiva che Ulisse non può fare a meno di considerarla come una "dea risplendente"(455), molto "chiara" nel suo parlare. Virgilio provvederà a costruire sulla falsariga di questa donna il personaggio di Didone.Circe mostra d'aver capito molto bene l'origine del dolore di quei guerrieri-marinai: "non avete mai l'animo in pace, perché molto avete sofferto", a causa dell'"aspro mare"(464-5) e degli "uomini ostili"(459).Tuttavia, se tale interpretazione del dolore si addiceva bene alla psicologia di quei navigatori, sinceramente desiderosi di tornare a casa, risultava ancora insufficiente per un personaggio complesso, contraddittorio, psichicamente instabile come Ulisse.Qui è evidente che Circe, pur essendo consapevole che la loro origine è nel Mediterraneo orientale, propone loro di restare per sempre con lei, ricostruendosi una nuova vita.Ora spera che non si ricordino più del loro passato, non come prima, usando droghe soporifere, ma in virtù di una vita sicura, serena, lontana dai pericoli della cosiddetta "moderna civiltà". Circe propone loro di vivere un'esistenza più "naturale" e meno "artificiosa".I marinai e soprattutto Ulisse si lasciano sulle prime convincere: gli uni perché stanchi di peregrinare a vuoto, l'altro perché vuole misurarsi anche in questa esperienza, verificando sino a che punto sarebbe in grado di resistere lontano dall'antagonismo, dai contrasti tipici delle società divise in classi, ceti, stirpi contrapposte.E' singolare che in questo frangente, ad un certo punto, non sia Ulisse a chiedere ai compagni di riprendere il cammino, ma il contrario.Si ha come l'impressione ch'egli si fosse trovato così bene con Circe che forse sarebbe stato anche disposto a dimenticare patria e famiglia. Ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze.Anzitutto perché quand'egli le chiede di lasciarli andare, fa riferimento a una promessa di lei (483), che non si evince dal contesto del libro, per cui si deve presumere sia stata fatta privatamente.La stessa richiesta di partire dall'isola, per fare ritorno in patria, viene fatta privatamente dal solo Ulisse, mentre tutti i suoi compagni dormono profondamente (479).
Ulisse prese una decisione di comune accordo con tutti i compagni, ma per non ferire la sensibilità di Circe, la comunicò a quest'ultima come se fosse stata una sua iniziativa e come se lei dovesse fargli un ultimo piacere.Evidentemente Ulisse si sentiva in colpa, ma voleva far capire a Circe che la decisione era stata presa solo da lui, forse al fine di evitare ogni possibile ritorsione a danno dei compagni. Egli sapeva bene di essere amato da Circe e che questa, per amore, non gli avrebbe negato nulla.La comitiva era consapevole di avere un debito di riconoscenza nei confronti della maga, in quanto li aveva ospitati per più di un anno, e, per tale ragione, nessuno si sarebbe arrischiato di tradire le sue aspettative.La chiusa di questo libro è evidentemente posticcia, in quanto serve per giustificare il comportamento strumentale di Ulisse, che si è servito dell'ospitalità di Circe per rimettersi in sesto e riprendere con maggior vigore il viaggio di ritorno.Una leggenda posteriore allo stesso Omero vuole che Circe lasci andare Ulisse perché quest'ultimo ha un compito molto importante: quello di entrare nel regno dei morti per sapere, dall'indovino Tiresia e dalla madre Anticlea, il futuro che l'attende. Col che egli sembra qui anticipare, vagamente, i racconti non meno mitologici delle apparizioni del Gesù post-pasquale, nonché le sue discese agli inferi.In realtà Ulisse non sa qui che pesci pigliare e visibilmente cerca di arrampicarsi sugli specchi, attribuendo ai suoi compagni un'esigenza che invece è tutta sua. Il fatto che ne voglia parlare a Circe privatim testimonia proprio della sua paura di non poter reggere apertamente il confronto con loro.E Circe, che non è certo stupida, anche questa volta è costretta a rivolgersi a lui con l'epiteto che meglio lo qualifica: "astutissimo"(488), e lo rassicura di nuovo con "chiaro" linguaggio: "non restare più in casa mia contro voglia"(489).Si rivolge a lui direttamente, senza usare il plurale maiestatis, perché sa bene che il "problema" è più del suo amato che non dei suoi compagni. E non è un problema relativo alla patria o alla famiglia, ma alla sua stessa instabile identità, che trova pace solo nel conflitto, soddisfazione solo nel pericolo.A questo punto Omero ha buon gioco nell'attribuire alla stessa Circe l'idea della partenza, come se lei già si aspettasse una richiesta del genere, e sulla base di una motivazione molto impegnativa (il viaggio nell'Ade), toglie Ulisse dall'imbarazzo di dover giustificare il proprio egocentrismo. E' Circe che indica a Ulisse la meta da seguire, come nessun altro personaggio del poema sarà mai capace di fare.Fondamentali sono i versetti 496-98: "a me si spezzò il caro cuore: piangevo seduto sul letto e il mio cuore non voleva più vivere e vedere la luce del sole".Ulisse si trova in questa lacerazione interiore perché da un lato non ha motivazioni plausibili per lasciare Circe (e Telegono), dall'altro non può tergiversare col proprio egoismo da eroe insoddisfatto, insaziabile d'avventure, che gli impone appunto d'andarsene.Qui la psicologia è fine, perché Ulisse non è affatto intimorito dalla prova che l'attende, ma semplicemente imbarazzato dalle pulsioni del proprio individualismo, che devono tener conto in qualche misura del bene ricevuto.Tant'è che ad un certo punto pone una domanda che chiarisce bene il suo vero stato d'animo: "chi lo guiderà questo viaggio?... non arrivò mai nessuno da Ade"(501-2). Cioè Ulisse non si preoccupa più di tanto dei sentimenti di Circe, di ciò ch'essa provava per lui, ma piuttosto di sapere come organizzarsi per intraprendere una nuova avventura, in cui forse avrà il privilegio d'essere il primo in assoluto.La sua sensibilità, la sua psicologia è quella di uno schiacciasassi: i movimenti sono lenti, studiati, calcolati nei particolari, ma inesorabili. Sotto il suo peso, tutti i sassi sono uguali.E quanto sia astuto è ben visibile anche laddove, con fare molto diplomatico, racconta l'atteggiamento ch'ebbe nei confronti dei suoi compagni: "li incitai con dolci parole stando accanto a ciascuno: - Non cogliete più il dolce sonno, dormendo, ma andiamo: me l'ha consigliato Circe possente"(546-9).Il che contraddice visibilmente quanto già affermato prima da Omero, secondo cui furono i suoi compagni a redarguirlo del fatto che presso Circe stava godendosi la vita dimenticando il dovere di tornare in patria (472-4).Ora invece si ha l'impressione che Ulisse debba convincerli di nascosto, uno per uno, e che riesca ad ottenere il loro consenso dopo non poche difficoltà. Tant'è che mentre questi vengono presentati come disposti a tornare a casa, Ulisse invece brama una nuova avventura: incontrare Tiresia nell'Ade.Sarebbe forse un'ipotesi inverosimile sostenere che intorno all'improvvisa morte di Elpenore, che, stando alla versione ufficiale, sarebbe caduto dal tetto perché ubriaco vi era andato a riposare, vi è la mano di Ulisse? Il dissidio tra lui e i compagni non poteva forse aver raggiunto livelli insostenibili, specie in considerazione del fatto che ogniqualvolta Ulisse voleva intraprendere una nuova missione, il rischio per i suoi compagni era sempre quello di morire?Il testo dice, ad un certo punto, che i compagni cominciarono a "piangere" e a "strapparsi i capelli"(567-8), proprio come prima Ulisse, solo che Omero, essendo il suo eroe uno che vuol farsi rispettare, non può che affermare perentorio: "nessun vantaggio però gli veniva piangendo"(568). E' l'epilogo di una certa, grave doppiezza.Mentre se ne vanno piangendo verso la nave dalla chiglia nera, Circe, di nascosto, vuol lasciar loro un ricordino: "un montone e una pecora nera"(572), perché non si dimentichino di lei.La chiusa omerica è altamente poetica: "un dio che non voglia, chi potrebbe vederlo con gli occhi mentre va qui o là?"(573-4).Quei due animali non erano che un simbolo della relazione tra i due protagonisti: l'uso religioso che lui avrebbe dovuto farne è un altro discorso (527).[1]
Relativamente alla posizione e alle caratteristiche geografiche dell'isola Eea viene detto nel sito www.circei.it/leggenda/maga/maga.htm: Già all'inizio del VII secolo a.C., in seguito alla navigazione dei Calcidici, l'Isola Eea viene identificata col Circeo. Le affermazioni di Omero sono state avvalorate da altri storici, poeti e scrittori di scienze naturali, come Esiodo nella sua Teogonia, Eschilo, Teofrasto, Presudo-Scylax, Apollonio Rodio nelle Argonautiche. Infine Strabone in età augustea, il quale asserisce che al Circeo i sacerdoti mostravano sia il sepolcro di Elpenore che la coppa di Ulisse e i rostri della nave. Nel libro V° della "Geografia" egli scrive che "a 290 stadi da Antium c'è il monte Circeo, che sorge come un'isola sul mare e sulle paludi. Dicono che sia anche ricco di erbe... Vi è un piccolo insediamento, un santuario di Circe e un altare di Atena; viene anche mostrata una tazza che, a quanto dicono, sarebbe appartenuta ad Odisseo...".Diversa era la conformazione delle dune che oggi dividono il mare dal lago di acqua salmastra denominato "Lago di Paola". (mappa grotte)Le dune, nel 3200 a.C., si distribuivano su due grandi linee parallele alla costa di Sabaudia, come, in egual modo, erano le altrettante posizionate dal lato della costa che separa San Felice Circeo da Terracina (quest'ultime sono ormai scomparse e non esiste più alcun lago salmastro, ma ricchi documenti fotografici ne avvalorano la passata esistenza).Le file di dune più arretrate costituivano piccole catene di colline (nella località Molella e Ceraselle si possono ancora oggi vedere dei piccoli colli che si ramificano man mano che si estendono lungo la direttrice che porta verso Sermoneta). Queste colline erano ricoperte di lecci e sughere, come ancor oggi se ne vedono in località "La Bagnara".Le dune si univano sotto il monte Circeo collegandolo alla terra ferma con una bassa lingua di sabbia. Era un fragile e sottile istmo, l'attuale località "La Cona": il mare lambiva questa terra e la modificava ad ogni suo cambiare di correnti. Per brevi periodi venivano asportate dai flutti le sabbie rendendo periodicamente il promontorio un'isola.Avvenne poi la definitiva saldatura con la creazione di due grandi insenature, una di levante e l'altra di ponente, tanto che le stesse rendevano al promontorio l'aspetto illusorio di un'isola.Avvicinarsi troppo alla costa era un problema. Infatti la particolare tecnica di navigazione e la tipologia delle vele delle fragili imbarcazioni di allora, in caso di tempo cattivo, non permettevano di doppiare il Monte Circeo, tanto che molti si schiantavano sulle sue coste. Fu proprio per risolvere questo problema che i Romani costruirono un canale interno che evitava il periplo del promontorio.Il porto di Paola doveva servire come approdo di emergenza da utilizzare per lo stretto necessario. Dopo il cattivo tempo, rimanere a lungo in questo porto poteva essere rischioso per il pericolo dell'occlusione dell'accesso al golfo a causa del depositarsi di sabbie.Esistono inoltre delle strutture, denominate "Ciclopiche", individuate in lunghi muraglioni (in parte ormai scomparsi di cui ne rimane traccia di fondamenta), con spessore di vari metri. Queste strutture discendono dai versanti del promontorio del Circeo per collegarlo al versante marino di Levante e alla pianura Pontina (scavalcando la collina di Monticchio), nonché per unire gli estremi apicali opposti del Promontorio.Ulisse, partendo dalle sponde del lago di Paola, seguirà i larghi muraglioni, attraversando le colline di lecci e sughere per giungere, dopo aver superato il fiume di Mezzo Monte, sul Promontorio del Circeo.Potenzialmente l'antica città dei Circei doveva essere abitata ancora dai suoi costruttori che periodicamente diminuivano di numero, in quanto dovevano badare alle greggi che stagionalmente facevano transumare nei vicini monti al di là della pianura Pontina. Rimaneva a guardia della rocca un gruppo di uomini, forse comandati da una regina o sacerdotessa. Questo nucleo suppliva alla sua ridotta entità numerica con l'astuzia e l'approntamento di trappole, l'uso delle quali, da parte di un popolo comandato da una regina-sacerdotessa, rimase impresso tra i navigatori di allora, quali Fenici e Greci. Si raccomanda anche la lettura di questo file: Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale in età romana: geografia storica ed economia (pdf-zip). (torna su)[2] Il palazzo ha fatto pensare alle strutture delle regge micenee, ma anche ad antichi monumenti di tipo religioso (dolmen?). (torna su)[3] Il farmaco narcotizzante o paralizzante di Circe (225-6) è simile a quello usato da Elena (IV, 219-30) e lo si pensa proveniente dall'Egitto. (torna su)[4] Prima di questo episodio Ulisse è sì rammaricato quando perde qualcuno dei suoi compagni, ma certamente non esita a trascinarli con sé nel pericolo, anche quando questo è perfettamente evitabile (come nel caso dell'incontro con Polifemo), proprio allo scopo di dimostrare, come esigenza vitale irresistibile, la sua superiorità sotto ogni aspetto. Tuttavia Ulisse non ha mai avuto occasione di salvare i suoi compagni da una situazione pericolosa ormai compiuta, nella quale lui stesso non sia causa o concausa. In questo episodio non è stato lui ad aver trascinato loro nei guai, ma il contrario, sicché qui viene rappresentato l'eroe che rischia la vita per il bene dei suoi compagni. (torna su)[5] Da notare che quando Ermes scenderà dall’Olimpo per parlare con Calipso avrà prima consultato gli altri dèi e agirà per volere di Zeus; in questo episodio invece troviamo un Ermes assai poco definito e molto irreale. Non è tipico degli dèi omerici, e dell’Odissea in particolare, apparire all'improvviso, apparentemente senza una ragione, per aiutare un personaggio o un eroe. Qui la figura di Ermes è quindi un espediente narrativo per far sì che Ulisse riesca a superare la sua “prova”.Vi è comunque una certa differenza di stile tra l’Ulisse che attribuisce le proprie vittorie al favore degli dèi, anche se in definitiva se la cava con la propria astuzia, e questo Ulisse, un po’ fiabesco, che sarebbe finito richiuso in un porcile se non avesse ricevuto un aiuto privilegiato dal cielo.A dir il vero tutto l’episodio di Circe sembra immerso in un'atmosfera fiabesca, che forse riprende tradizioni secolari di narrazione orale di favole con al centro maghe e incantesimi. Il che non significa che non vi sia un fondo di realtà vera.
ARGO, OVVERO LA GIUSTIFICAZIONE DELLO SCHIAVISMO
Quelli di Argo, il cane di Ulisse, sono sempre stati dei versi (290-327 del c. XVII) ben presenti nei manuali scolastici di epica classica. Eppure tutto il canto che li contiene, ivi inclusi i detti versi, solo in apparenza ha per tema l'ospitalità, nelle sue varie articolazioni. Nella sostanza esso è un manifesto a favore della schiavitù come condizione sociale, e della vendetta come forma privata di giustizia.La vicenda è nota: il porcaro Eumeo e Odisseo, travestito da mendicante, giungono alla reggia, ove i Proci attendono che la regina Penelope scelga il proprio consorte, rinunciando definitivamente ad attendere il ritorno del marito.Proprio davanti alla soglia, sul mucchio di letame di muli e buoi, destinato ad essere trasferito su un grande podere, per la concimazione, giaceva il vecchio cane di Ulisse, che, come minimo, doveva avere vent'anni.Argo s'accorse di loro due mentre stavano parlando e sollevò il capo e le orecchie. Non è chiaro se si comportò così perché sentì i due parlare o perché riconobbe in qualche modo la voce del suo padrone, che l'aveva allevato da piccolo.Certo è che quando Argo lo vide, cominciò a scodinzolare e a piegare le orecchie, senza però aver alcuna forza per spostarsi di lì.La scena, descritta in pochi versi, è sicuramente toccante, poiché, pur in presenza di un reciproco riconoscimento, nessuno dei due può far nulla per l'altro, né il cane, fisicamente troppo debole, né il suo padrone, moralmente impegnato a non farsi scoprire, onde poter realizzare al meglio l'imminente carneficina.Anche nel momento in cui più facilmente avrebbe potuto dimostrare d'essere una persona di sentimenti, rinunciando ovviamente all'idea della vendetta privata, di fatto Ulisse non vi riesce. Nonostante la fine della guerra e delle peripezie relative al ritorno a casa, in cui tutti i compagni erano deceduti, egli resta una persona emotivamente deficitaria, psicologicamente tarata, il cui unico vero desiderio di vita è la rivalsa violenta su chi ha approfittato della sua lunga assenza, come se non fosse stato lui stesso la causa del proprio male. E a tale scopo ha continuamente bisogno di apparire diverso da quel che è, di nascondersi dietro false identità, celando anche ai più cari le proprie intenzioni.Egli può soltanto accennare, di nascosto, a una sentita commozione, con tanto di lacrima furtiva, restando però formalmente impassibile; viceversa il suo cane, che come Penelope e Telemaco aveva atteso una vita il ritorno del padrone, non può rinunciare ad essere se stesso e per questo il destino lo segna: la forte emozione gli sarà fatale.A dir il vero non si comprende bene se Argo sia morto per la contentezza d'aver rivisto il proprio padrone, o per la delusione provata di fronte al fatto che il suo padrone, pur avendolo riconosciuto, fece finta di nulla e, invece di andargli incontro e accarezzarlo, preferì entrare nella reggia.Un redattore avrà probabilmente notato che ogniqualvolta Ulisse pare vestirsi di umanità, succede qualcosa che gli impedisce una naturale coerenza, una consequenzialità tra sentimento e azione; sicché avrà trovato necessario precisare, a mo' di scusante, che Argo era pieno di zecche, trasmissibili da animale a uomo.Ma l'aspetto apologetico più significativo di questi versi non sta tanto nella giustificazione dell'impotenza ad amare, quanto piuttosto in qualcosa di più oggettivo, di più politico. Omero deve difendere il suo eroe dall'accusa di cinismo, di indifferenza, di crudeltà mentale. E la sua prima difesa, in tal senso, è abbastanza perentoria: mentre i padroni "normali" allevano cani così belli per tenerseli in casa, ostentando il loro proprio lusso; per un padrone "speciale" come Ulisse, invece, Argo era stato cresciuto e allevato allo scopo di cacciare, nel fitto dei boschi, "capre selvatiche, daini e lepri".La seconda difesa del comportamento di Ulisse è il clou di tutti i versi dedicati ad Argo. Odisseo non può essere coerente coi propri sentimenti non tanto a causa della propria cattiva volontà, quanto a causa del fatto che i propri servitori, da quando lui se ne è andato, non hanno più avuto a cuore ciò che gli apparteneva.Qui Omero non ha alcuno scrupolo a sostenere (e lo fa per di più per bocca di un servo), che "quando i padroni non ordinano, i servi non vogliono più lavorare a dovere".Infatti un servo, proprio perché tale, è incapace di fare le cose per sentimento o per dovere morale; soltanto sotto costrizione può farle, proprio perché "Zeus, che vede ogni cosa, toglie metà del valore a un uomo, appena il servaggio lo coglie". Dunque, Argo era stato abbandonato perché gli schiavi, non avendo più un aguzzino che li comandasse, avevano mostrato tutta la pochezza morale della loro condizione sociale.L'autore di questi versi apprezzava di più, dello schiavista Ulisse, il fedele cane che non gli infedeli servi, salvo mettere in risalto il modello servile da imitare, quello di Eumeo, che teneva ben ordinati il recinto e la stalla, anche senza l'occhio vigile del padrone.Omero considerava la schiavitù come un evento ineluttabile, inevitabile, indipendente dalle ragioni storiche degli uomini; e il fatto che tale condizione fosse "meritata" dagli schiavi è dimostrato proprio dall'indifferenza con cui avevano allevato un cane prestigioso come Argo, e quindi dalla crudeltà con cui l'avevano abbandonato.E' singolare come Omero voglia presentarci in maniera del tutto naturale il fatto che un uomo infedele per così tanto tempo, pessimo padre e pessimo marito, pretenda da parte dei suoi schiavi quelle virtù che lui stesso, da persona libera, non è mai stato capace di avere.Rebus sic stantibus, appare evidente che il desiderio di vendetta che muove la coscienza torbida di Ulisse non potrà trovare il proprio appagamento sterminando unicamente gli ottanta Proci; anche le ancelle-schiave, a causa della loro promiscuità col nemico e della loro colpevole trascuratezza nei confronti dell'amato Argo, dovranno pagare.Dopo un ventennio di assoluta e immotivata assenza, senza che parenti, amici, congiunti, servitori sapessero alcunché circa la sua sorte, il re-schiavista di Itaca pretende che tutto sia rimasto esattamente come l'aveva lasciato. Il cane non è morto per raggiunti limiti d'età ma per la protervia dei servi, che in assenza del padre-padrone l'hanno abbandonato a se stesso.Per le ancelle, indolenti, che non si sono curate di lui, non ci può essere perdono o una qualche forma di mediazione, meno che mai da parte di un eroe senza macchia e senza paura. Col nemico e coi traditori occorre essere spietati. Alle ancelle infatti, dopo aver ordinato di pulire la reggia dal sangue dei Proci, serberà una condanna a morte per impiccagione.Ora, c'è forse qualche manuale scolastico che non veda in Ulisse un modello per l'uomo occidentale? Considerando che la trattazione dell'altro grande personaggio mitico, Gesù Cristo, resta di esclusiva pertinenza dei manuali di religione cattolica, esiste forse in quelli non confessionali un mito che possa stare al passo di quello di Ulisse? Gesù in fondo era dio, almeno stando all'interpretazione clericale: poteva anche farsi ammazzare, tanto sapeva che sarebbe risorto, senza poi considerare ch'egli era venuto sulla terra proprio per morire in croce e vincere così la maledizione del peccato originale.Ma Ulisse è soltanto un uomo! Nessuno può fargli una colpa se nelle occasioni più difficili della sua vita si è sempre comportato peggio di una bestia.Il protagonista dell’Odissea? Filottete!Presentazione del libro Ulisse, Nessuno, FilotteteStrana storia, quella di Ulisse. Possibile che uno se ne stia lontano per vent’anni, struggendosi dal desiderio di rivedere la sua patria, abbandoni una bellissima ninfa immortale per tornare da una moglie non più giovane, rientri a casa dopo una pericolosissima traversata in solitaria, nessuno lo riconosca, neanche il padre o la moglie stessa, ne ammazzi tutti i pretendenti rischiando di provocare una mezza rivoluzione, e finalmente, quando avrebbe tutto il diritto di starsene un po’ tranquillo, decida di ripartire di nascosto lasciando tutti con un palmo di naso? D’accordo, è un racconto mitologico, però, insomma, non è molto... logico!Una possibile ricostruzione realistica della vicenda ci arriva dal formidabile "Omero nel Baltico", saggio sulla geografia omerica di Felice Vinci, di cui potete trovare un’ampia analisi critica nell’appendice di questo volume. Quasi di sfuggita, tra le pieghe del discorso, Vinci ipotizza che il figlio di Ulisse, Telemaco, abbia ingaggiato un mercenario per interpretare Ulisse e fare strage dei Proci, i pretendenti alla mano della madre Penelope.Lo stesso Telemaco avrebbe poi scritturato un poeta per raccontare una fantasiosa storia che potesse giustificare tutti gli anni di assenza del padre; oggi forse un avversario politico invidioso definirebbe quel poeta un "pennivendolo di regime" (esistevano già allora, a quanto pare!). Tutto ciò allo scopo di liberare la reggia dai pretendenti che gli stavano mangiando tutte le sostanze; si aggiunga poi che se qualcuno ne avesse sposato la madre, Telemaco avrebbe perso il diritto alla successione e al regno; era lei infatti di stirpe nobile, essendo figlia del potentissimo re Icario, mentre Ulisse era un "parvenu" che si era arricchito con l’arte dei commerci, della pirateria e del saccheggio. I pretendenti stessi, poi, stavano tramando per toglierlo di mezzo, e quindi bisognava anticiparli al più presto.Stavo rimuginando sulla faccenda, quando improvvisamente una possibile soluzione ha attraversato la mia mente come un lampo. Oh perbacco, io so chi era quel mercenario! Riuscite a immaginarlo? Provate a pensarci...eppure ce lo suggerisce Ulisse stesso...quando si trova nella terra dei Feaci. Ulisse afferma di essere il migliore degli Achei nel tiro con l’arco, subito dopo Filottete!Filottete, chi era costui? L’Iliade ci narra che egli era a capo di un contingente degli Achei che andavano alla guerra di Troia. Ma era stato morso ad un piede da un serpente che gli aveva causato un grave ferita. La lesione si era infettata tanto da costringere i compagni ad abbandonarlo sull’isola di Lemno. La tradizione mitica, ripresa da Sofocle in una sua opera teatrale, racconta che, secondo una profezia, Troia sarebbe caduta solo con l’aiuto delle armi di Ercole. Filottete era stato allievo di Ercole e ne aveva ereditato l’arco e le frecce, per cui venne recuperato sull’isola e curato dal medico acheo Macaone; poi, proprio Filottete avrebbe ucciso Paride, dando un contributo determinante alla sconfitta dei Troiani.Ma certo! Il mercenario era Filottete! Questo spiega molte cose: conosceva da tempo Ulisse, e quindi si prestava bene ad interpretarlo, inoltre era "amico di famiglia", e dunque poteva essere disposto a rischiare la pelle in una impresa così pericolosa; era poi un abilissimo arciere, evidentemente abituato a un "numero da circo" come quello di attraversare con una freccia gli anelli di dodici scuri allineate, il che presuppone anche un certo allenamento, cosa che Ulisse non poteva più avere dopo tanti anni per mare. Ammesso poi che fosse realmente dotato di questa abilità, visto che in tutta l’Iliade, poema che è molto più realistico dell’Odissea, lo stesso Ulisse non usa mai l’arco, neanche durante i giochi in onore di Patroclo, nei quali vince invece le gare di lotta e di corsa.Logicamente, i giovani di Itaca non conoscevano Filottete, ma certo qualcuno dei vecchi avrebbe potuto riconoscerlo, per cui sarebbe stato necessario eclissarsi al più presto a missione compiuta. Come abbiamo detto, egli era stato ferito gravemente al piede dal serpente, il che doveva avergli lasciato una evidente zoppìa. E infatti Omero, pur senza dirlo apertamente, fa di tutto per farci capire che il misterioso straniero zoppica, fino alla trovata davvero geniale della vecchia nutrice che riconosce "Ulisse" dalla ferita al ginocchio causata da un cinghiale (cosa che non viene mai accennata né nell’Iliade né nel resto dell’Odissea, in cui le gambe del corridore Ulisse sono assolutamente perfette). Però Filottete non si accontentava di una cospicua ricompensa, ma voleva anche la gloria eterna! Ma siccome non si poteva rivelare l’inganno, ecco l’idea di cantarlo come "il migliore degli arcieri achei", a detta addirittura del grande Ulisse.Ma vi pare che lo stesso Ulisse, che si potrebbe definire quasi un "miles gloriosus" ante litteram, avrebbe ammesso, nel poema a lui dedicato, che c’era qualcuno più bravo di lui?? La sua frase, più che un lapsus freudiano è un vero e proprio "messaggio in bottiglia" lanciato ai posteri, come a dire "chi ha orecchie per intendere, intenda!". E Omero ha lasciato una miriade di messaggi simili in tutto il poema, per farci intuire il reale svolgimento della vicenda.Quanto ad Ulisse, probabilmente doveva essere morto da tempo, ucciso in battaglia o annegato sulla via del ritorno. Lo si può dedurre dal fatto che, in tutta l’Odissea, l’idea che l’eroe sia ormai defunto viene ripetuta più volte in modo deciso, mentre l’ipotesi che possa essere ancora vivo viene posta in modo dubitativo. La stessa dea Atena, sotto l’aspetto del mercante Mente, si contraddice in modo palese, quando afferma di non essere un indovino, ma che vuole formulare lo stesso una profezia, per annunciare che Ulisse tornerà. Ma Mente... mente!Ed anzi esorta Telemaco a pensare egli stesso a come cacciare i Proci, essendo ormai diventato grande, per cui il figlio di Ulisse parte a cercare notizie del padre proprio dai suoi migliori alleati. Che dire poi del fatto che Ulisse ad un certo punto discende nel mondo dei morti? O che nell’episodio di Polifemo dichiara di chiamarsi Nessuno, per cui il ciclope ripeterà che Nessuno lo acceca, Nessuno lo uccide? Altri messaggi in bottiglia! E ancora, non appare molto sospetta la straordinaria coincidenza temporale, per cui Ulisse torna ad Itaca dopo vent’anni, e dopo poche ore suo figlio sbarca sulla stessa spiaggia, situata dalla parte opposta rispetto al porto principale? E poi, cosa dovremmo dedurre dalle tradizionali biografie, secondo le quali Omero era cieco?Vediamo di ricostruire con ordine la vicenda, come potrebbe essersi svolta nella realtà. Il principe Telemaco, adolescente complessato con qualche problema con la madre, si annoia a Itaca e sta meditando il modo di liberarsi dai Proci, prima che loro si liberino di lui. E’ arrivato a corte un vecchio cantore cieco o quasi, affetto da cataratta oppure vittima di una ferita, che ai tempi della guerra aveva assistito agli avvenimenti. Magari è stato chiamato, ironia della sorte, dai Proci stessi per il proprio divertimento. Telemaco ascolta la storia dell’Iliade e gli viene in mente un piano diabolico: partire con la nave e andare a cercare un arciere abilissimo, killer infallibile, per eliminare la concorrenza. Che poi passi dalla reggia di Nestore, sapendo di trovarlo lì, che l’idea gli venga dallo stesso Nestore o da Menelao, oppure si rechi direttamente da Filottete, e inventi una storia per giustificare la sua partenza improvvisa, questo non è dato sapere, ma ha poca importanza.Durante il viaggio di ritorno, Filottete e Telemaco perfezionano il piano: metteranno assieme una serie di racconti e leggende di marinai, ambientati in terre lontane, per giustificare la lunga assenza di Ulisse. E così, Filottete viene sbarcato nottetempo in un angolo di Itaca, assieme alla sua ricompensa in oro e oggetti preziosi (fatta passare come dono dei Feaci ad Ulisse); anche Telemaco sbarca sulla stessa spiaggia con la scusa di andare a visitare le sue proprietà, e tornare in città a piedi, mentre la nave fa il giro e arriva in porto (per questo i Proci in agguato non la vedono transitare). Filottete-Ulisse non viene riconosciuto da nessuno, tranne che dal cane (che non può testimoniare, anche perché muore subito), dalla vecchia nutrice rimbambita, e in seguito dal padre Laerte, tutti destinati a morire da lì a poco senza potere smentire la loro testimonianza.Quanto a Penelope, difficile che non ne sapesse niente fin dall’inizio, visto che è proprio lei in persona a indire la gara di tiro con l’arco da cui prenderà avvio il massacro dei pretendenti, e comunque non sarà certo lei a denunciare il figlio. Compiuta la strage, Omero viene incaricato di mettere in bella copia la storia dell’Odissea, e magari di aggiungere qualcosina (raccontata dalla viva voce di "Ulisse") all’Iliade. E se qualcuno avesse avuto di che eccepire, il poeta sarebbe sempre stato in grado di giustificarsi: "Sono cieco, come potevo riconoscere Filottete? Nulla vidi, tutto sentii!".Ma c’è un altro "messaggio in bottiglia", che vale la pena di notare: durante il viaggio di ritorno dalla reggia di Nestore ad Itaca, Telemaco porta con sé un certo Teoclimeno, in fuga per avere assassinato un uomo. Teoclimeno viene presentato a corte, dichiara di essere un indovino e profetizza che Ulisse è già in patria. Ci si aspetterebbe che Teoclimeno, se non altro per gratitudine verso Telemaco che lo ha accolto togliendolo dai guai, si offra di dare una mano nel momento cruciale della strage dei Proci. Invece niente, sul più bello sparisce dalla narrazione e non si fa più vedere! Già, ma sarà semplicemente un caso che "Teoclimeno" sembri quasi un approssimativo anagramma di "Filottete"?Ma torniamo ad Omero, il cui nome può significare anche "ostaggio": è possibile che fosse un Troiano, finito prigioniero degli Achei. Questo spiegherebbe il motivo per cui si avverte che fa il tifo per i Troiani, e che conosce troppe cose accadute entro le mura di Troia; se fosse stato un cronista acheo, gli sarebbe stato difficile ricostruire gli avvenimenti troiani dopo la caduta della città. Ciò potrebbe forse spiegare anche le differenze stilistiche tra Iliade ed Odissea; per quanto simili, Achei e Troiani dovevano avere delle piccole diversità di lingua e di religione, e dopo essere vissuto per vent’anni tra gli Achei, lo stile del poeta potrebbe essersi adattato alle usanze della nuova patria.Invece il buon Telemaco doveva essere un contaballe di prima categoria, ma che a sua giustificazione poteva esclamare "tale il padre, tale il figlio!". Per dare un’idea di che bel tipo fosse, basta leggere la scena in cui strangola con gusto le ancelle infedeli. E comunque, era tutt’altro che un ragazzino spaurito, ma una specie di piccolo Stalin che liquidava ogni oppositore, e modificava pure la storia a suo uso e consumo! Da Omero ad Orwell c’è davvero poca differenza!Che ne pensate? Mandiamo questa storia a Sherlock Holmes oppure al tenente Colombo? Per concludere, devo aggiungere che per me questo è stato un "serio divertimento". Però... però ho sottoposto la mia ipotesi ad alcuni grecisti, che dopo essere sobbalzati sulla sedia ed avere strabuzzato gli occhi, hanno balbettato qualcosa come "Mah, sì, è possibile..., però non racconti in giro che glielo ho detto io!".Nelle prossime pagine vedremo come il poema omerico, letto in questa chiave, senza perdere nulla del suo immenso valore letterario, assuma improvvisamente una unitarietà e una logica che nessuno prima d’ora aveva mai neanche sospettato."Quandoque bonus dormitat Homerus", ogni tanto dorme anche il buon Omero, proclamava Orazio... ma forse Omero era molto più sveglio di quanto si sia sempre creduto!Alberto Majrani - www.filottete.it
LE SIRENE SEDUTTRICI
Caro Ulisse, grazie d'avermi riferito della tua avventura a sud della penisola di Sorrento, in quel gruppo di isole abitato dalle cosiddette "Sirene", come voi Achei amate chiamare, dopo che te n'eri andato dalla reggia della maga Circe.E' strano che lei te le abbia presentate in maniera così inverosimile; ho l'impressione che, stando a contatto con te, si sia pentita d'aver scelto la strada del femminismo ad oltranza, abbia rinnegato la complicità col proprio genere e abbia tradito le proprie origini rurali, esagerando a bella posta un pericolo in realtà inesistente. Forse voleva spaventarti affinché tu restassi con lei.Tu dici che, proprio grazie al rapporto che hai avuto con lei, Circe s'era persuasa che non tutti gli uomini sono "maiali", ma secondo me è più probabile - poiché ti conosco bene - che non abbia ben compreso che si può essere dei "maiali" anche senza alcun riferimento alla sessualità, come infatti sei tu, cinico ed egocentrico quanto mai, disposto a sacrificare qualunque cosa, anche la vita dei propri compagni, pur di soddisfare la tua vanità, pur di mettere alla prova la tua superiorità intellettuale, pur di dimostrare la tua grande astuzia, la cui perfidia è nota in tutta l'Ellade.Sai, m'ha fatto un po' ridere quando hai descritto le Sirene come nullafacenti, adagiate su un prato fiorito, intente a cantare melodie dolci come il miele, e circondate però da un gran mucchio di ossa, di uomini putridi, con la pelle raggrinzita. Hai davvero una bella fantasia! D'altra parte alcuni, ancora più misogini di te, le avevano addirittura raffigurate come fossero per metà "uccello"!Perché odiare queste care fanciulle? Ti sei sentito tradito quand'eri giovane? Avevi forse riposto in qualche bella ragazza delle speranze andate deluse? Avresti forse voluto una donna diversa da Penelope? una donna più brillante, meno noiosa? Perché questa repulsione nei confronti della sessualità che vivono i giovani? A mente fredda, non t'è sembrato essere un po' patetico quando, mentre volevi assolutamente ricordare con nostalgia il tuo passato, ti sei fatto legare al palo della nave per non cedere alla tentazione di tornare alla freschezza d'un tempo? all'innocenza perduta? a tuoi ideali di gioventù?A rileggere la tua lettera mi prende una certa tristezza. Ho infatti l'impressione che tu abbia voluto mistificare il tuo desiderio di bene con una rappresentazione del tutto falsata di quelle ragazze. Un piacere permeato di morte: come t'è venuta in mente un'idea del genere? Pensi davvero che ci creda? E non venirmi a dire che in te era più forte il sentimento di dover tornare ad Itaca e di rivedere i tuoi cari: se davvero era così forte, perché non ti sei turato le orecchie come gli altri?M'hai scritto che un eroe non può cedere alla tentazione di... Di che cosa? Di essere se stesso? Cosa volevi dirmi, che una volta scelto il proprio destino, non si può più tornare indietro? Dove sta scritto? A me fa semplicemente orrore l'idea che una volta decisa la strada della propria autoestraneazione, cioè del rifiuto dei propri ideali, non resti che essere coerenti, senza indulgere a ripensamenti di sorta. Nessun destino ci obbliga a essere alienati.Che razza di eroe sei se ti senti costretto a farti legare a un palo perché non riesci a essere te stesso e nello stesso tempo vuoi continuare a godere in questa tua frustrazione? E' meschino farsi legare con le orecchie ben aperte pur di continuare sulla strada dell'abiezione. Uno si fa legare per vincere le proprie debolezze e cambiare vita.Con questa tua convinzione d'aver superato l'incantesimo grazie alla tua intelligenza, mi fai un po' pena. E l'incantesimo della tua vita, della tua intelligenza, quando lo supererai? Quando comincerai a renderti conto che il canto delle Sirene altro non è che il richiamo della natura? E' l'eco dei rapporti davvero umani, capaci di armonia con la madre terra...Ti dava così fastidio il vento di bonaccia? la placida calma del mare? Ti sei disabituato così tanto a guardare la realtà con fiducia, a guardare il prossimo senza sospetto, che ormai ti fa paura qualunque cosa, anche la più banale. Quando riuscirai a non soffocare gli ultimi sentimenti di umanità che ti sono rimasti? Non lo sai che le Sirene hanno una conoscenza ancestrale della realtà, quella di cui tu t'illudi di poter fare a meno? Credi davvero che l'abilità a raggirare il prossimo col commercio, la cultura, la religione, la scienza e la tecnica sia davvero il frutto di una conoscenza superiore? che renderà gli uomini più felici di quando non l'avevano?Se sei davvero così intelligente perché non vuoi ammettere che le Sirene altro non sono che la coscienza di quello che avresti voluto essere e che non sei riuscito a diventare? E' stato un peccato che i tuoi compagni non ti abbiano sciolto in tempo.A proposito, spiegami una cosa: se loro erano impediti dal sentire e ogniqualvolta ti vedevano agitato al palo venivano a stringere ancor più le corde, come hanno fatto a capire quand'era il momento di scioglierle? Che cosa li ha convinti, visto che la tua voce non potevano sentirla e i tuoi occhi, quando parlavano, facevano soltanto capire che non dovevano ascoltarti? Lo vedi cosa succede a non essere naturali? Si finisce col creare situazioni senza via d'uscita.Mio caro Ulisse, volevo dirti che io invece ho deciso di andare a vivere proprio in una di quelle isole, e da quando l'ho fatto devo dire di trovarmi benissimo: finalmente conduco un'esistenza normale, a misura d'uomo, a contatto con ambienti naturali, dove la fatica certo esiste, e anche il pericolo, ma dove per fortuna non ho da combattere me stesso e dove posso guardare in faccia gli altri senza timore che mi vogliano frodare o ingannare. Sono finalmente padrone della mia vita, che non è solo mia ma di tutti quelli che vivono insieme a me.Quando puoi, vienimi a trovare, ma mi raccomando: disarmato, dentro e fuori.A presto L'ULISSE DI DANTELa scelta della penaNell'ottava bolgia, delle dieci dell'ottavo cerchio del suo Inferno, Dante condanna senza mezzi termini i consiglieri fraudolenti della sua Firenze. Li paragona a "lingue di fuoco", perché ha voluto creare un contrappasso adeguato alla complessità della colpa di questi "ladron", che ingannarono le loro vittime (soprattutto con l'arte oratoria), nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo, per cui adesso sono costretti a restare nascosti per sempre da un fuoco che li brucia dolorosamente, rubando l’immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui.La fiamma che li avvolge assume addirittura i connotati fisici delle anime in pena, al punto d'assomigliare a una lingua che, guizzando, emette suoni articolati.
L'incontro con Ulisse
Ma quando viene a sapere che tra i dannati vi è pure Ulisse (in compagnia dell'amico Diomede), l'atteggiamento di Dante cambia completamente.Al pari degli altri dannati, Ulisse viene presentato come un uomo chiuso in se stesso, anche se in quel momento è desideroso di parlare coi due inaspettati ospiti (Dante e Virgilio). Di fronte alla grandezza d'un personaggio del genere, osannato da tutta la letteratura greca e latina, Dante si sente piccolo e avverte di dover fare molta attenzione a misurarsi con lui. Anzi, temendo troppo il confronto con un personaggio del genere, il poeta non s'arrischia neppure d'interrogarlo e lascia che al suo posto lo faccia Virgilio.Siccome ha deciso di metterlo all'Inferno, deve poter dimostrare questa sua scelta in maniera "oggettiva" o, se vogliamo, "etica", senza indulgere troppo nell'artificio letterario e senza lasciarsi dominare dalla passione politica. I motivi della condannaUlisse viene condannato per motivi sia politici che morali:perché, insieme a Diomede, con l'inganno convinse Achille a guerreggiare contro i troiani, inducendolo ad abbandonare la sposa Deidamia, che morì di crepacuore; perché escogitò l'inganno del cavallo per conquistare Troia (Dante accetta la leggenda di Virgilio secondo cui i romani sono discendenti di Enea profugo di Troia); perché Ulisse e Diomede rubarono alla città sconfitta il Palladio (statua di Atena), mostrando così il loro disprezzo per le cose sacre; perché rinunciò all'affetto paterno per il figlio, alla pietà filiale per il padre, all'amore doveroso per la moglie, semplicemente per inseguire sogni di avventura, al fine di "divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore"(XXVI, 97-99); perché convinse i suoi compagni marinai a tentare una folle impresa, che mai nessuno aveva rischiato: quella di costeggiare l'Africa sino alla punta estrema. In tal senso la condanna sfiora l'accusa di empietà, cioè di ateismo, in quanto il limite delle colonne d'Ercole (presso lo stretto di Gibilterra) era stato posto dagli stessi dèi (sulle colonne, secondo i latini, era scritto: “Non plus ultra”). Ma perché, se i motivi sono così espliciti e ben delineati, Dante non ha neppure il coraggio di parlare con Ulisse? Per quale motivo si è sentito indotto a inventare l'escamotage secondo cui Ulisse, essendo un grande eroe greco, non si sarebbe abbassato a parlare con un poeta che scriveva in volgare fiorentino?Ulisse viene messo all'Inferno per delle colpe che costituirono tra gli intellettuali, i politici, i militari... dell'antichità un motivo di vanto o comunque una necessità del tutto scusabile, specie se in condizioni di guerra o di pericolo; per delle colpe che forse avrebbero dovuto essere controbilanciate dai suoi meriti personali (Ulisse in fondo era simbolo del coraggio, della ragione, dell'astuzia, della ricerca, della curiosità, della esplorazione...); per delle colpe che per un eroe "pagano" erano tali sino a un certo punto e forse per le quali avrebbe meritato il Purgatorio.Non a caso nel Paradiso Dante formula un'angosciosa domanda a proposito dell’uomo nato al di fuori dei confini del cristianesimo ("Un uom nasce a la riva / de l’Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo né chi legga né chi scriva; / e tutti suoi volere e atti buoni / sono, quanto ragione umana vede" - XIX 70-4), una domanda che dimostra un’apertura tutt’altro che convenzionale verso i non cristiani, un’apertura fondata sulla ragione, non sul dogma: "ov’è questa giustizia che ‘l condanna? / ov’è la colpa sua, se ei non crede?" (XIX 77-8). (1)Il fascino del condannatoProprio in questa cantica vi è una delle terzine più famose di tutto l'Inferno e forse di tutta la Commedia. Sono parole ("orazion picciola") che Dante fa dire a Ulisse quando questi voleva convincere i suoi compagni ad avventurarsi verso l'oceano: "Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza"(XXVI, 118-120). E' grande qui Dante quando porta il lettore a chiedersi come definire un uomo che proprio mentre afferma tali grandi parole, nega la vera virtù e la conoscenza utile a vivere un'esistenza davvero umana?Dante sa bene d'aver subito in gioventù il fascino della personalità dell'eroe omerico, esattamente come tutti gli intellettuali che l'avevano preceduto, da Orazio a Seneca, a Cicerone, che avevano sottolineato di Ulisse il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato nel suo avventuroso viaggio e ne avevano fatto il simbolo della virtù (humanitas) intesa come profondo ed insaziabile desiderio dell'uomo della conoscenza, anche se per questo egli deve ritardare il nostos, cioè il ritorno in patria.Orazio definisce Ulisse “modello di virtù e di sapienza” (“conobbe i costumi degli uomini... e soffrì molte asperità nel vasto mare”, Epistole). Seneca accosta Ulisse ed Ercole celebrandoli come uomini “vincitori di ogni genere di paure”(Costanza del sapiente). Soprattutto Cicerone, commentando l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene dice dell'eroe: “le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza” (Sul sommo bene e sul sommo mal).Il motivo di fondo per cui Dante mette Ulisse all'Inferno non è semplicemente per il suo ateismo o per il fatto che avesse una concezione del tutto formale della religiosità, ma per il fatto che nel proprio ateismo egli non tenesse in alcuna considerazione gli umani sentimenti.Non dobbiamo dimenticare che Dante, pur non essendo un cattolico integralista, non era neppure un laico come Marsilio da Padova (1275 - 1343), suo conterraneo. Egli è consapevole di non poter condannare all'Inferno un uomo che tentò di attraversare lo stretto di Gibilterra, ma il dovere "religioso" gli impone di doverlo fare, in quanto l'Ulisse ateo mandò a morte i suoi compagni. E così per le altre colpe.Peraltro, il fatto che qui Dante rispetti tutte le consegne di Virgilio è la dimostrazione ch'egli aveva nei confronti della tradizione un atteggiamento più ossequioso di quello di Ulisse.La fine del condannatoDante, che pur non ha chiesto nulla all'eroe greco, gli fa raccontare un viaggio che neppure i redattori dell'Odissea ebbero mai il coraggio di narrare, e che influenzerà buona parte della letteratura a lui successiva. Egli infatti fa premettere a Ulisse due cose che tutto fanno pensare meno che all'idea di dover condannare all'Inferno un navigatore così coraggioso ancorché ateo: l'"orazion picciola", di cui s'è detto, e la constatazione del limite fisico dei marinai, i quali, a conti fatti, non riuscirono nell'impresa, secondo l'opinione di Ulisse, soltanto perché "già vecchi e tardi (nei movimenti)"(v. 106). Anche se qui Dante si serve di questa dichiarazione per sostenere che il folle viaggio fu intrapreso in piena consapevolezza.Che Dante concluda in maniera romanzata (alla Moby Dick, per intenderci), senza proferire parola alcuna di commento, e soprattutto senza fare alcun cenno ai delitti e alle nefandezze ben più gravi di cui si macchiò Ulisse, è indicativo del fatto che tra lui e Omero s'era insinuata una sorta di "attrazione fatale", ereditata dagli intellettuali greci e latini e che verrà tramandata a tutti gli intellettuali successivi, sino alla stroncatura senza soluzione di continuità del Pascoli.Ulisse è l'unico personaggio importante della Commedia che non appartenga alla storia contemporanea di Dante, facendo parte del mito: la sua funzione è dunque soprattutto simbolica, e corrisponde narrativamente, con coerenza stilistica e retorica, alla metafora del mare, con le sue acque invitanti e infide, che non solo in Dante ma in tutta la tradizione culturale del Medioevo, rappresenta la conoscenza, il sapere e la ricchezza: attraversarlo o comunque tentare di solcarlo è quindi un tentativo coraggioso di superare i limiti delle conoscenze precedenti e delle precedenti civiltà agricolo-pastorali.E' un'impresa che, nell'immaginario medievale, può essere facilitata dall’approvazione divina, come nel caso appunto di Dante, che apprende i segreti delle cose attraverso il viaggio nell’aldilà; oppure, come nel caso di Ulisse, condannata in partenza al fallimento, proprio perché si pone come sfida alla virtù divina.Ulisse è una specie di specchio negativo di Dante. Dal punto di vista della conoscenza, entrambi sono degli eroi, degli scopritori. Tuttavia Dante è, per così dire, un esploratore approvato da dio, mentre Ulisse è un ribelle, un temerario che osa imporre la propria volontà agli dèi. La presunzione umana rappresenta un inconcepibile sovvertimento dell'ordine dell'universo, e come tale è una forma di "follia". Infatti, l'aggettivo folle, come segnale preciso di questa volontà assurda per chi è sostenuto dalla fede e dalla grazia, compare al v. 125, a definire la natura insana dell'impresa di Ulisse. L'autore, dunque, sente vicina alla propria l'esperienza di Ulisse (che può rappresentare quella dei filosofi laici che - come lo stesso Dante giovane - si lasciarono tentare da una conoscenza che fosse dei tutto indipendente dal valore della fede religiosa). Ma Dante credette di salvarsi in tempo dal fallimento, tornando alla fede. In questo senso, il personaggio di Ulisse lo rispecchia, ma solo per gli aspetti negativi che lo segnarono in passato e che al tempo in cui scrive la Commedia egli ha ormai superato. Da un lato quindi Dante deve condannare, formalmente, l'eroe greco per empietà e irresponsabilità, dall'altro però, nascostamente, non può fare a meno di elogiarlo, per aver saputo di molto anticipare i tempi, al punto che dedica al racconto del tragico naufragio ben 37 versi su 142.ConclusioneIl finale della cantica non sembra affatto un epilogo conseguente alla condanna politica e morale riportata in precedenza; anzi sembra un chiaro invito a riprendere la rotta indicata da Ulisse. Sono talmente tante le indicazioni astronomiche e marittime, che Dante non fa che plaudire, indirettamente, al coraggio del piccolo Portogallo, il quale arriverà presto a scoprire che la direzione del vento dominante cambiava con la latitudine e con la stagione, e a inventare gli strumenti utili alla navigazione una volta attraversato l'equatore, che rendeva appunto vana la stella Polare. (2)Proprio ai tempi di Dante, infatti, i marinai portoghesi avevano cominciato a fare la stessa cosa di Ulisse, al punto che col principe Enrico il Navigatore (1394-1460) si ufficializzò definitivamente, dietro il solito pretesto di una crociata anti-islamica, il diritto alla conquista dei territori cosiddetti "ignoti" e l'esigenza di trovare tutti i mezzi e modi possibili per aggirare l'impero islamico e raggiungere l'Oriente.Mercanti genovesi e fiorentini, dopo l'espulsione delle forze islamiche dal Portogallo meridionale, seppero qui creare nuovi mercati così fiorenti che tutti i porti lusitani divennero importanti stazioni commerciali sulle rotte dell'Atlantico settentrionale, specie nel rapporti con Fiandre e Inghilterra.Al tempo di Dante Lisbona era uno dei maggiori porti europei. Ai mercanti italiani ovviamente seguirono ben presto i banchieri, finché nella zona sud si costituirono vere e proprie colonie italiane, che per la loro abilità finanziaria fruivano d'immunità fiscali e giurisdizionali da parte dei sovrani lusitani.Tali comunità non fecero che avvalersi delle cognizioni nautiche degli islamici e trasferire nell'Atlantico meridionale quelle esperienze, tecniche, abilità di cui avevano dato prova sul versante settentrionale.Nel XIII secolo l'Africa era già oggetto di conquista e non solo di commerci.
Si volevano insediare scali commerciali sulle coste di Tunisia, Algeria e Marocco, dove era possibile trovare anche oro, spezie e schiavi.Si sa con certezza che pescatori portoghesi erano approdati alle Azzorre verso la metà del 1300.L'approdo alla montagna del Purgatorio, che per l'Ulisse ateo ed egocentrico fu tragico epilogo e per il Dante credente e tradizionalista ulteriore tappa verso l'empireo, fu in realtà la premessa per una storia molto più prosaica e crudele, in quanto le imprese marinaresche dei portoghesi e poi degli spagnoli, pur condotte sotto la "protezione divina", finirono con lo sconvolgere l'intero pianeta, aprendo la strada alla nascita del colonialismo e del capitalismo.Non a caso l'inglese Alfred Tennyson (1809-1892) ebbe tutt'altra interpretazione dell'ultimo viaggio di Ulisse. Il suo Ulisse torna sì a Itaca, ma per ripartirne subito dopo. Infatti né il ritrovato focolare domestico, né la riconquistata funzione di sovrano offrono vere soddisfazioni; anzi, la stessa Itaca, oggetto della nostalgia dell'Ulisse omerico, è divenuta per l'eroe di Tennyson isola inospitale ("sterili rocce"). Non può appagarsi di una vita tranquilla, scandita da ritmi sempre uguali, chi ha vissuto l'avventura della scoperta.Ulisse, benché anziano, vuole riprendere a navigare e, ritrovati alcuni compagni di viaggio, prospetta loro nuove avventure, nonché la possibilità della morte per mare ("forse è destino che i gorghi del mare ci affondino"); ma l'infrazione del limite, che in Dante portava necessariamente alla punizione, non è vista da Tennyson come eccesso di ardimento.Anzi, egli insiste sulla tempra eroica di Ulisse, elogiando la sua volontà di "lottare e cercare e trovare né cedere mai". Laddove Dante non poteva concepire l'esito dell'ultima avventura di Ulisse se non in termini di distruzione e di annientamento, Tennyson - che vive nella moderna epoca borghese, in una nazione le cui flotte solcano i mari, impegnata in un progetto di espansione che esige le doti di determinazione e tenacia - fa del suo eroe l'emblema dello spirito pionieristico, della scoperta arrischiata, non solo giustificabile, ma più che lecita, anzi esemplare.W B. Stanford, commentando l'immagine di Ulisse fornita dai versi di Tennyson, scrisse: "Un moderno Ulisse è nato, un santo patrono pagano per una nuova età di ottimismo scientifico e di espansione coloniale".(1) Jorge Luis Borges, in Nove saggi danteschi, Adelphi, afferma che certamente Ulisse ha intrapreso un viaggio folle, impossibile, ma l’angoscia, la partecipazione palese di Dante sono quasi troppo profonde e intime. Dante non è l’anti-Ulisse, poiché fa un viaggio non meno “folle” di quello dell'eroe greco, che però egli vuol far risultare autorizzato da dio. Per Borges, Dante è un Ulisse cristianizzato: il folle volo del poeta toscano è la scrittura del libro stesso. Dante era un teologo che in nome di dio si arrogava il diritto di decidere il bene e il male per l'eternità. In tal senso Ulisse, essendo precristiano, non può essere condannato per il proprio ateismo, ma solo per delle colpe morali universali.Già Lotman (Ulisse e l'originale doppio di Dante), alla domanda sul perché Ulisse il navigatore blasfemo fosse stato messo nel girone dei consiglieri fraudolenti e non invece in quello di coloro che si sono ribellati a dio, rispondeva che la colpa più grave di Ulisse era stata, secondo Dante, quella di aver barato con i "segni" (p.es. il cavallo di Troia), ed era stato punito per la sua audacia di navigatore da una natura che, pur essendo responsabile della sua morte, non poteva agire come vendicatrice di dio, almeno non più dopo Dante. (Il viaggio di Ulisse nella Divina Commedia di Dante, Testo e contesto. Semiotica dell'arte e della cultura, Bari, Laterza, 1980). (torna su)(2) Perché stupirsi di questo rapporto tra Dante e i marinai portoghesi visto che nella XVII cantica egli ha addirittura anticipato Galilei?Ella sen va notando lenta lenta; / rota e discende, ma non me n'accorgo / se non che al viso e di sotto mi venta. (Inferno, canto XVII).In questa terzina c'è l'esatta descrizione del principio elaborato da Galileo Galilei (1632) della cosiddetta invarianza galileiana, lo stesso che poi è alla base della teoria della relatività. Si tratta della sensazione che prova un viaggiatore seduto su un treno che non riesce a capire se il treno è effettivamente in movimento. (torna su)canto XXVI - La bolgia dei consiglieri di frodePASCOLI E ULISSEDemitizzare gli eroi e i loro cantori L'interpretazione che Giovanni Pascoli dà delle vicende di Ulisse, e in particolare quella dell'incontro col pastore nell'isola di Polifemo, rappresenta un unicum in tutta la storia della letteratura italiana.Un unicum che, forse a motivo della sua originale controtendenza, è stato, si potrebbe quasi dire, pervicacemente taciuto dalla critica letteraria nazionale, tenuto nascosto nei cassetti delle cose che non si possono dire o raccontare, pena il rischio di trovarsi in scomode posizioni, difficilmente giustificabili al cospetto della cosiddetta "cultura dominante".La suddetta interpretazione (che in Pascoli è esclusivamente poetica) fu in origine prodotta in vari poemi, pubblicati su riviste prestigiose, poi raccolti in un'unica edizione, dal titolo Poemi conviviali, che i critici, se si escludono il grande Gianfranco Contini e Maurizio Perugi, uno dei suoi discepoli, han sempre considerato, a torto, come produzione minore del poeta.In realtà i Poemi conviviali sono uno dei libri più intensi del Pascoli, chiudendo essi definitivamente il filone romantico che aveva attraversato tutto l'Ottocento, e ponendo le basi, modernissime, di una poesia realistica, scevra da qualsivoglia mitologia, lontanissima da illusioni e retoriche d'ogni forma.E' stato detto, in tal senso, che i suddetti Poemi pensano la stessa "classicità" come una "mostruosa, cultuale allucinazione" (cfr la prefazione di A. Colasanti, in Pascoli, Tutte le poesie, Newton, Roma 2003, p. 517, edizione cui qui si fa riferimento).Ciò che ora si vuole commentare sono soltanto i canti XVIII (L'isola delle capre), XIX (Il Ciclope), XX (La gloria) e i primi passi del XXI (Le Sirene) del poema in XXIV canti, L'ultimo viaggio, in cui il poeta s'immagina, combinando - come lui stesso dice - Omero, Dante e Tennyson, che Ulisse sarebbe partito, già vecchio, per l'ultimo viaggio, ripercorrendo i luoghi visitati di un tempo.Un viaggio, questo, che l'indovino Tiresia chiese all'eroe greco di fare per placare definitivamente la collera di Poseidone, il cui figlio Polifemo era stato da lui accecato.Tiresia era stato abbastanza eloquente nell'Ade, dove incontrò Ulisse profetizzandogli che, dopo aver sterminato i Proci, sarebbe dovuto nuovamente partire per mare, verso una terra così lontana che gli abitanti non conoscevano neppure la funzione del remo, tanto che lo scambiavano per un attrezzo agricolo."Quando un altro viandante - dice Tiresia - , incontrandoti, dirà che tu hai un ventilabro [che è lo strumento con cui i contadini ventilavano sull'aia il grano, per separarlo dalla pula, trasportata via dal vento], allora, confitto a terra il maneggevole remo e offerti bei sacrifici a Posidone signore... torna a casa... Per te la morte verrà fuori dal mare..."(Odissea, XI).Il che in sostanza voleva dire che il mercante-militare Ulisse avrebbe dovuto riconciliarsi con la civiltà pacifica del mondo contadino, e poi morire in pace con la propria coscienza.Ma qui viene il punto. Se tutta la vicenda dell'Odissea è nata dall'accecamento di Polifemo, mostruoso rappresentante del mondo agreste-pastorale, perché mai Ulisse avrebbe dovuto sentirsi in colpa? Perché mai avrebbe dovuto temere la collera di Posidone, visto che nel racconto di Omero è detto esplicitamente che, a ragione, l'astuzia trionfò sulla forza, la legge sull'istinto e la religione sull'ateismo?In realtà l'Odissea non avrebbe potuto raccontare quest'ultimo viaggio senza rischiare di scuotere dall'interno la propria struttura architettonica, basata appunto sulla superiorità oggettiva della civiltà schiavile rispetto a quella rurale del mondo primitivo.La riconciliazione di Ulisse è prospettata da Tiresia come un'esigenza personale dell'eroe, cui egli dovrebbe attenersi per vivere in serenità almeno la propria vecchiaia, quando non avrà più la forza per esercitare il dominio e la ragione non avrà più motivo di agire con frode e inganno.In tal senso, seppur solo soggettivamente, l'Odissea rappresenta un superamento dell'Iliade, proprio perché comincia a intravedersi la consapevolezza, in almeno uno dei grandi eroi militari, dei guasti provocati da una civiltà antagonistica.Ed è qui che entra in scena il Pascoli, poeta proveniente proprio dal mondo contadino.Pascoli non ha pietà dell'Ulisse omerico e ne ridimensiona alquanto le velleità leggendarie: da eroe mitico lo trasforma in un disadattato sociale, in un poveruomo senza identità.Quando Odisseo rivede la terra dei Ciclopi "gli sovvenne il vanto / ch'ei riportò con la sua forza e il senno, / del mangiatore d'uomini gigante"(XVIII, 10-12). E si rivolge, con la mente, all'aedo Femio (cantore della reggia di Itaca, qui già morto), per dirgli che, nel passato, aveva vissuto in quest'isola un momento di "gloria" (più avanti si cruccerà di non riavere Femio nella stessa grotta di Polifemo, a cantare per l'ennesima volta la sua gloriosa impresa).Al vedere quell'isola pare gli sia tornata la voglia di fare spacconate, bravate da pirata intellettuale, avido di rapine e di sberleffi ai danni degli ingenui.
Proprio come allora dice ai suoi compagni: "le voglio prendere al pastore, / pecore e capre; ch'è, così, ben meglio"(XVIII, 25 s.).E si vanta di due cose: d'aver accecato il ciclope e di non aver subito alcuna conseguenza dalla maledizione che Polifemo gli lanciò, di perdere in mare i suoi compagni e di non ritornare ad Itaca. "Or sappia che ho compagni e che ritorno / sopra nave ben mia dal mio ritorno"(XVIII, 32 s.).Ulisse vorrebbe comportarsi come allora: attraccare per rapinare il pastore. Raccomanda i compagni di nascondere la nave, temendo che quello possa colpirla con un masso, come cercò di fare l'ultima volta. E di restarvi di guardia, mentre lui solo, con "Iro il pitocco", sarebbe andato a far visita al "mostro" (si noti l'astuzia di portare con sé questa volta, temendo il peggio, un personaggio del tutto spregevole e insignificante. Iro fu un mendicante di Itaca ucciso dallo stesso Ulisse, perché portava a Penelope i messaggi dei Proci; qui il Pascoli ne fa il ritratto di un ladro affamato e senza scrupoli).La descrizione della grotta è troppo realisticamente bella per non essere riportata per esteso: "E i due meravigliando / vedean graticci pieni di formaggi, / e gremiti d'agnelli e di capretti / gli stabbi, e separati erano, ognuni / né loro, i primaticci, i mezzanelli / e i serotini"(XIX, 18-23).Improvvisamente appare una figura del tutto assente nel poema omerico: una donna, la moglie del pastore, in atto di allattare il figlio più piccolo.Lei si mostra subito molto ospitale, ma Ulisse, schiavo dei pregiudizi, compie la prima gaffe e le chiede: "dunque l'uomo [riferendosi a Polifemo] a venerare apprese / gli dei beati, ed ora sa la legge, / benché tuttora abiti le spelonche, / come i suoi pari, per lo scabro monte?"(XIX, 33-36).E quella, gentile ma non ingenua: legge, religione, di che parli? "Ognuno alla sua casa è legge, / e della moglie e de' suoi nati è re. / Ma noi non deprediamo altri: ben altri, / ch'errano in vano su le nere navi, / come ladroni, a noi pecore o capre / hanno predate. Altrui portando il male / rischiano essi la vita. Ma voi siete vecchi, e cercate un dono qui, non prede"(XIX, 38-45).Si noti come l'accenno alla "legge" e alla "religione" abbia fatto scattare nella mente della donna (qui la stessa del Pascoli) l'equazione "civiltà=ingiustizia". Ingiustizia che si maschera col diritto formale e con il culto ossequioso degli dèi: la civiltà di pochi truffatori che vorrebbero campare a spese di molti onesti lavoratori.Ma Pascoli è anche fine psicologo, poiché scrive che Ulisse, al sentire quelle parole, "verso Iro... ammiccò: poi disse: - Ospite donna, ben di lui conosco / quale sia l'ospitale ultimo dono -"(XIX, 46-48).Ulisse saccente, che presume di sapere... Ulisse ironico, che "ammicca", che sa come raggirare i gonzi e quindi anche quella povera contadina e pastorella.Ad un certo punto, e siamo alla fine del canto XIX, il pastore torna finalmente dalla campagna, e mentre "Iro in fondo s'appiattò tremando (XIX, 57), la moglie invece "gli venne incontro, e lo seguiano i figli / molti, e le molte pecore e le capre..."(XX, 2 s.).In mezzo a tutti quei belati, alte grida, fischi, gemiti (XX, 6 s.), "l'uomo vide il vecchio eroe che in cuore / meravigliava ch'egli fosse un uomo"(XX, 9 s.).Il "vecchio eroe", il "superuomo", che non sapeva riconoscere l'uomo comune, normale, naturale, che ora, generoso, lo invita a mangiare...Ma Ulisse insiste; era venuto per rubare e se ora non è proprio il caso, che almeno gli sia dato modo di vantarsi della sua prodezza sul ciclope. "Io sapea d'un enorme uomo gigante / che vivea tra infinite greggie bianche, / selvaggiamente, qui su i monti, solo / come un gran picco; con un occhio tondo..."(XX, 17-20).Il pastore lo ascolta come se parlasse di cose insensate ed è costretto a ridimensionarlo: "Venni di dentro terra, io, da molti anni; / e nulla seppi d'uomini giganti"(XX, 22 s.).Ulisse insiste nella descrizione dell'occhio e, in particolare, sul fatto che Polifemo era un uomo così grande da poter scagliare delle pietre in mare, dall'alto di una montagna.Ma il pastore non ha voglia d'ascoltare favole e, rivolgendosi alla moglie, le chiede di fargli mente locale: "Non forse è questo che dicea tuo padre? / Che un savio c'era, uomo assai buono e grande / per qui, Telemo Eurymide [un profeta che viveva tra i ciclopi], che vecchio / dicea che in mare piovea pietre, un tempo, / sì, da quel monte, che tra gli altri monti / era più grande; e che s'udian rimbombi / nell'alta notte, e che appariva un occhio / nella sua cima, un tondo occhio di fuoco..."(XX, 34-41).Dunque un semplice vulcano in eruzione. Di che parla Ulisse? Vaneggia come un mitomane? O forse si son rivoltate le parti ed è il pastore che lo prende in giro?Ulisse però non demorde e di nuovo domanda: "E l'occhio a lui chi trivellò notturno?"(XX, 43). "Ed il pastore ad Odisseo rispose: / Al monte? l'occhio? trivellò? Nessuno. / Ma nulla io vidi, e niente udii. Per nave / ci vien talvolta, e non altronde, il male"(XX, 45-47).Quindi se accecamento ci fu, nessuno più lo ricorda. In tutta semplicità il pastore ha smontato non solo la mitologia classica, ma anche le fantasticherie intellettuali e politiche di quanti con l'inganno vorrebbero dominare il mondo.Ci piace immaginare che il pastore sia stato talmente furbo da usare la parola "nessuno" nello stesso identico modo in cui la usò Ulisse per ingannare Polifemo. Se "Nessuno" ha fatto qualcosa, perché "Qualcuno" dovrebbe ricordarlo?Ma non vogliamo forzare i testi: qui piuttosto sembra che il pastore svolga la parte di uno psicanalista che lascia parlare il proprio paziente affinché si liberi delle proprie ossessioni.Sarebbe comunque interessante immaginare, in chiave surreale, che il pastore sia lo stesso Polifemo, che Ulisse, da vecchio, rivede com'egli era sempre stato: un semplice pastore di pecore, e che solo un interesse di parte aveva voluto trasformare in un mostro orrendo. Il racconto del Pascoli è così moderno che potrebbe essere proseguito in mille modi diversi.Senza considerare ch'esso si conclude addirittura in maniera comica, allorché, concluso il dialogo tra i due, "dal fondo Iro avanzò, che disse: / - Tu non hai che fanciulli per aiuto. / Prendi me, ben sì vecchio, ma nessuno / veloce ha il piede più di me, se debbo / cercar l'agnello o rintracciare il becco. / Per chi non ebbe un tetto mai, pastore, / quest'antro è buono. Io ti sarò garzone"(XX, 48-54).Non ci è dato sapere dal Pascoli che fine fece questa curiosa richiesta, ma se questi sono i valori della civiltà mercantile, se questa è la dignità di chi segue le leggi e i culti religiosi, è facile immaginarselo.Nei primi versi del canto XXI la mesta partenza di Ulisse dall'isola dei Ciclopi. Le presunte verità dell'eroe sono state duramente mortificate, ed egli ora è solo, chiuso nella sua tristezza. "E il cuore intanto ad Odisseo vegliardo / squittiva dentro, come cane in sogno: / Il mio sogno non era altro che sogno; / e vento e fumo. Ma sol buono è il vero"(XXI, 13-16).Omero aveva mentito, ma il cantore Femio gli aveva fatto da eco tante di quelle volte che persino l'attore principale di questa epopea s'era convinto che la finzione fosse realtà, come un attore hollywoodiano che s'immedesima talmente nella parte da non sapere più chi è.
Il testo di Pascoli Gianfranco Contini, La letteratura italiana Otto-Novecento, Rizzoli Gianfranco Contini, Letteratura dell'Italia unita 1861-1968, Sansoni Gianfranco Contini, Esercizi di lettura sopra autori contemporanei, Einaudi Gianfranco Contini, Varianti e altra linguistica, Einaudi Gianfranco Contini, Letteratura italiana del Risorgimento (1789-1861), Sansoni Gianfranco Contini, Ultimi esercizi ed elzeviri (1968-1987), Einaudi Pascoli Giovanni, Opere, a cura di Maurizio Perugi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1980, 2 voll. In "L'accademia pascoliana" le più recenti rivalutazioni dei Poemi conviviali:Marco Antonio Bazzocchi, Pascoli, il mito e i Poemi conviviali, n. 8 – 1996Gianfranco Raffaelli, Il Fanciullino e i Conviviali «omerici», n. 8 – 1996Giuseppe Nava, Il mito vuoto: L’ultimo viaggio, n. 9 – 1997Rossella Terreni, Il tempo della storia nei “Poemi conviviali”, n. 11 – 1999Rossella Terreni, I “Poemi Conviviali”: aspetti cronologici e macrotestuali, n. 13 – 2001Massimo Seriacopi, Una nota sull’interpretazione pascoliana dell’Ulisse di Dante, n. 5 – 1993
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