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Vaticano-Cina, ecco come potrebbe cadere la Muraglia 

di Salvatore Izzo Davide Sarsini Novak

CdV – Riuscirà Papa Francesco a normalizzare dopo oltre 70 anni i rapporti con Pechino, dai quali dipende in effetti la possibilità di proporre il Vangelo (e quindi il magistero sui diritti umani) al Paese piu’ popoloso dell’Asia e del mondo?

La domanda è resa attuale dagli sviluppi negoziali delle ultime settimane: dopo quasi 10 anni, è ripreso il dialogo tra la Cina e la Santa Sede con incontri ogni tre mesi ad alto livello per studiare anzitutto un accordo sulle nomine dei vescovi. “Il mio auspicio è che questo cammino iniziato possa possa andare avanti e concludersi con un accordo a benefico della Chiesa in Cina, di tutto il popolo cinese ma anche della pace mondiale“, ha spiegato a fine ottobre il segretario di Stato, Pietro Parolin, ben consapevole degli ostacoli (vere e proprie trappole) disseminati sul percorso imboccato da Bergoglio.

CHI SI OPPONE – La linea del negoziato con Pechino ha oppositori interni nella Chiesa Cattolica come in Cina. Il più influente ecclesiastico cinese, il salesiano Zen Ze kiun, vescovo emerito di Hong Kong, ha criticato le trattative in corso mettendo in guardia il Papa e Parolin dal rischio di essere ingannati dalle autorità di Pechino. A frenare le autorità cinesi è soprattutto l’Associazione Patriottica cattolica che dal 1957 esercita un grandissimo potere svolgendo (abusivamente) non solo le funzioni di una Conferenza Episcopale ma addirittura provvedendo alle nomine episcopali che per il Diritto Canonico sono appannaggio esclusivo del Papa. L’Associazione è sottoposta al ferreo controllo della Agenzia statale per gli affari religiosi e quindi del regime cinese che si è sempre opposto alla nomina vaticana dei vescovi temendo ingerenze esterne melle sue poliche. Oltre al​la incessante repressione di vescovi, sacerdoti e credenti “fedeli” al Papa, l’Associazione Patriottica ha fatto varare norme ancor più restrittive alla Conferenza statale sulle religioni tenutasi, dopo 15 anni, nell’aprile 2015 a Pechino. Ora l’associazione frena sulle aperture nel timore di perdere, come sarà inevitabile, ruolo, potere e privilegi.

Cina-Vaticano, una ‘questione’ che iniziò nel ‘600

I TENTATIVI DI GIOVANNI PAOLO II E RATZINGER – Lo “strumento medicinale” della scomunica che fu comminata a ordinati e ordinandi fino agli anni ’80 non portò nessun giovamento ai cattolici cinesi divisi tra la Chiesa ufficiale (legata all’Associazione Patriottica) e quella sotterranea (fedele a Roma) i cui membri (circa 10 milioni, il doppio di quelli dell’ufficiale) hanno subito persecuzioni fortissime. Così San Giovanni Paolo II e il suo segretario di Stato, Agostino Casaroli, cercarono un dialogo per superare questa impasse sostenendo, disse il cardinale piacentino, “che cio’ che è invalido può essere sanato”. E nel suo Pontificato, dal 2005 al 2013, anche Joseph Ratzinger ha seguito questa linea, provvedendo a approvare alcune delle nomine proposte da Pechino, tanto che oggi gradualmente si può constatare il superamento della divisione tra la Chiesa ufficiale e quella sotterranea. Ora il tempo sarebbe maturo per un ulteriore passo avanti, il ristabilimento delle relazione diplomatiche. 

LA POSIZIONE DELLA SANTA SEDE – Per il Vaticano l’accordo dovrà portare al riconoscimento dei vescovi nominati in Cina “seguendo le condizioni richieste per un vescovo legittimo”. Il riconoscimento avviene quindi solo “seguendo le condizioni richieste” e non come frutto di un accordo politico. “Il procedimento non può essere concluso con un colpo di spugna, ma vanno rispettati i tempi e i percorsi di ognuno dei vescovi implicati”, spiega il sinologo Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, l’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere, “alcuni di questi pastori già da anni hanno presentato la loro domanda di perdono, ma il Vaticano si è riservato di studiare piu’ a fondo la loro situazione”.

Va ricordato, inoltre, che la Santa Sede ha sempre dichiarato di non voler stabilire relazioni diplomatiche con Paesi che non consentono la libertà di espressione religiosa e questo, insieme alle modalità di consacrazione dei Vescovi (la Cina proibisce per legge le nomine di “funzionari” cinesi emanate da autorità straniere), è il nodo cruciale da sciogliere. Va ricordato che già Papa Benedetto XVI aveva definito la struttura ecclesiastica parallela organizzata dal governo cinese come “inconciliabile con la dottrina cattolica”.

Il sinologo, intesa rischia di dividere i cattolici
 

LA POSIZIONE DELLA CINA –  La nomenclatura cinese guarda con diffidenza alla libertà religiosa che ha sempre considerato come una minaccia per la stabilità politica del regime. All’insediamento di Papa Francesco, Pechino ha chiesto che la Santa Sede riconosca “il governo cinese come tale e Taiwan parte inalienabile del territorio cinese”, ricordando che il Vaticano è l’unico Paese europeo a riconoscere l’isola come Stato a sé”. 

IL MODELLO VIETNAM –  Una soluzione pragmatica al tema più spinoso potrebbe essere quella di colloqui che portano a una scelta di vescovi condivisa da entrambe le parti come avviene da anni in Vietnam, pur nella assenza di rapporti diplomatici con la Santa Sede. Con la Cina, però, la situazione è complicata dai numerosi vescovi e religiosi fedeli alla Chiesa di Roma agli arresti in carcere o ai domiciliari e dalla lunga sequela di Vescovi ‘ordinati’ dall’Associazione patriottica senza il mandato della Sede Apostolica.

 

 
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