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Vaticano, più trasparenza sui beni degli ordini religiosi

San PietroSan Pietro

redazione
roma 

I tempi delle «finanze allegre» nelle opere della Chiesa, e in particolare degli ordini religiosi, sono definitivamente chiusi. L’impronta «francescana» del papato di Bergoglio impone rigide regole nella gestione economica, per evitare i passi falsi del passato, gli scandali, e anche i casi di gestione «capitalistica», a fini di accumulazione di beni e non «a servizio delle tante forme di povertà». 

Le «Linee orientative» per l’amministrazione dei beni degli ordini religiosi, annunciate nei giorni scorsi dal prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrato, card. Joao Braz de Aviz, pubblicate oggi dalla Lev, sono un decalogo per una conduzione finanziaria secondo precisi criteri di maggior «trasparenza» e correttezza gestionale, che richiamano gli enti a una catena di adempimenti programmatori, budget, rendicontazioni e controlli. Tra le istruzioni più significative quella di non «coprire» mai le perdite senza risolvere i problemi che vi sono alla base: questo vuol dire «dissipare risorse che potrebbero essere utilizzate in altre opere». 

E in passato di simili casi ce ne sono stati parecchi.

«Il campo dell’economia è strumento dell’azione missionaria della Chiesa», esordisce il testo datato 2 agosto, a firma di Braz De Aviz e del segretario del dicastero, l’arcivescovo José Rodriguez Carballo, ex ministro generale francescano. E le prime indicazioni che vengono date sono che ogni ordine religioso pianifichi adeguatamente l’uso delle risorse, tramite budget e bilanci preventivi, verificando gli scostamenti, controllando la gestione, elaborando «piani pluriennali e proiezioni», ponendo attenzione alla «sostenibilità (spirituale, relazionale ed economica) delle opere», eventualmente rivedendone la realizzazione. Si invita a «compiere scelte oculate anche in fase di dismissione o alienazione di immobili», mentre l’uso del bilancio preventivo deve diventare uno strumento non solo per le opere ma anche all’interno delle comunità (conventi), «per la crescita di una consapevolezza comune» e la «verifica del reale grado di povertà personale e comunitaria».

 

 

Inoltre, vanno avviati «appropriati sistemi di monitoraggio per le opere in perdita», mettendo in atto «piani di rientro del deficit» e  superando «la mentalità assistenzialistica»: «coprire le perdite di un’opera senza risolvere i problemi gestionali – viene spiegato – significa dissipare risorse che potrebbero essere utilizzate in altre opere». In ogni caso, se è necessario costruire nuove strutture, esse siano «agili e facili da gestire, meno onerose nel tempo» e «facilmente cedibili».

 

 

Un punto cruciale è quello della trasparenza. «La testimonianza evangelica esige che le opere siano gestite in piena trasparenza, nel rispetto delle leggi canoniche e civili, e poste al servizio delle tante forme di povertà – si sottolinea -. La trasparenza è fondamentale per l’efficienza e l’efficacia della missione». Da qui partono le raccomandazioni per l’avvio di «sistemi di controllo interni», la stesura di «piani di investimenti e budget all’inizio dell’anno», per «un’adeguata documentazione e registrazione delle diverse operazioni». Nulla, insomma, deve sfuggire ai controlli: gli economi devono presentare una «rendicontazione periodica» ai superiori, documentare le transazioni e i contratti secondo le norme legali, archiviare tutto a livello informatico.

 

 

Non vengono tollerati «sprechi», secondo gli input di papa Francesco, e gli istituti devono redigere i loro bilanci secondo gli standard internazionali, sottoporli a certificazione (audit), chiedere il supporto di «esperti qualificati». In assenza di bilanci certificati, si avverte, il dicastero vaticano «potrebbe non concedere le autorizzazioni a procedure di finanziamento». Per quanto riguarda la collaborazione con tecnici laici, da essa «è quasi impossibile prescindere», ma i consulenti «non possono sostituirsi ai responsabili dell’Istituto» ed è necessario avvalersene laddove manchino internamente «professionalità specifiche» e «competenze tecniche». Per questo, si punta molto anche alla formazione degli addetti interni. Con un avviso: «i superiori maggiori siano consapevoli che non tutte le tecniche di gestione corrispondono a principi evangelici e sono in accordo con l’insegnamento sociale della Chiesa».

Fonte

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