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Vediamo, numeri alla mano, se davvero gli italiani hanno un problema coi migranti africani 

Per Enrico Mentana gli italiani non hanno tanto un problema con i migranti quanto con il colore della loro pelle e col passaporto africano.

Questo a grandi linee il senso del post pubblicato su Facebook dal direttore del Tg La7:

“Che poi non lo si dice apertamente, ma nessuno si è mai preoccupato dei milioni di latinoamericani, filippini, albanesi, rumeni o slavi di vari paesi venuti a ondate nel nostro paese e negli altri della Ue nei decenni scorsi da clandestini per poi essere gradualmente sanati. Qui – diciamoci la verità impronunciabile – il fattore di diversità è quello degli africani, la diffusa diffidenza, la paura, il disprezzo nei confronti del nero. L’Europa ha risdoganato la pretesa di superiorità antropologica dell’età colonialista. Ottant’anni fa, tra l’estate e l’autunno, l’Italia produsse il Manifesto sulla Razza e promulgò le leggi razziali. Forse sarebbe il caso di riflettere su tutti questi aspetti al di là del dualismo porte aperte/porti chiusi”.

Ha ragione? Cominciamo dai dati.

In calo i migranti africani

I migranti arrivati nel 2018 sulle coste italiane sono quasi l’80 per cento in meno di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. Secondo i dati pubblicati dal ministero dell’Interno, nei primi sei mesi del 2018 sono arrivate in Italia via mare 14.441 persone, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente ne erano arrivate 64.033. Di questi il 19% è di nazionalità tunisina (2.196), seguono:

  • Eritrea (2.107)
  • Sudan (1373)
  • Nigeria (1.127)
  • Costa d’avorio (1.001)
  • Mali (873)
  • Guinea (727)
  • Iraq (573)
  • Pakistan (527)
  • Algeria (496)
  • altre 3.460

Romeni prima comunità in Italia

Secondo quanto si legge su Wikipedia che riprende i dati Istat, analizzando i Paesi di provenienza dei cittadini stranieri regolarmente residenti, si nota come negli ultimi anni ci sia stato un deciso incremento dei flussi provenienti dall’Europa orientale, che hanno superato quelli relativi ai paesi del Nordafrica, molto forti fino agli anni novanta.

Un dato che confermerebbe la tesi di Mentana sulle passate ondate migratorie. Ciò è dovuto in particolare al rapido incremento della comunità rumena in Italia, che, in particolare nel 2007, è all’incirca raddoppiata, passando da 342.000 a 625.000 persone e rappresentando quindi la principale comunità straniera in Italia. Questo è dipeso, verosimilmente, dall’ingresso della Romania nell’Unione europea, che ha facilitato i flussi, e dall’affinità linguistica.

Secondo i dati Istat, risiedono in Italia quasi 1,2 milioni di cittadini rumeni, che costituiscono il 23% della popolazione straniera in Italia e circa l’1,97% sul totale della popolazione residente in Italia; ciò fa sì che nel nostro Paese risieda quasi il 45% dei circa 2,5 milioni di cittadini della Romania espatriati, residenti nella Ue.

Accanto ai rumeni le principali comunità straniere presenti in Italia sono quelle non comunitarie con le prime dieci cittadinanze che coprono il 61,6% delle presenze. I paesi più rappresentati sono:

  • Marocco (454.817)
  • Albania (441.838)
  • Cina (318.975)
  • Ucraina (234.066)
  • Filippine (162.469)

Dov’è la differenza?

Per Salvatore Fachile, segretario dell’Associazione e per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) la volontà di voler mettere un freno agli sbarchi non è dovuto né dal colore della pelle, né dai grandi numeri che sono in realtà “più bassi di quelli relativi al periodo precedente la crisi migratoria”, ha spiegato all’Agi. La differenza sta nel cambio di approccio della Commissione europea messo in atto tre anni fa e che ha coinvolto soprattutto l’Italia e la Grecia. Il punto di partenza è giuridico dunque:

“E’ sotto gli occhi di tutti, lo si può leggere negli atti e negli emendamenti. Nel maggio del 2015 Bruxelles ha rivisto la sua agenda europea partendo da una premessa: in Europa arrivano troppe persone. La soluzione è bloccarle tramite accordi con i Paesi di origine. Così è stato per la Turchia, la Siria e la Libia, per esempio”.

E l’Italia “ha messo in pratica le direttive alla lettera. Prima con Minniti e ora con Salvini”. Secondo Fachile, infatti, tra i due governi c’è “assoluta continuità, al di là dei toni folcloristici” usati dal neo ministro dell’Interno. A chi sostiene che l’Italia sia stata lasciata sola a gestire l’emergenza, l’avvocato risponde che non è esattamente così. Il problema piuttosto è che “avrebbe potuto ottenere una maggiore collaborazione ma non avendo forza contrattuale non è riuscita a coinvolgere maggiormente  Paesi forti come Germania e Francia nella distribuzione dei migranti”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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