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Vedovi d’altri tempi

L’ecomuseo di Balme, Piemonte27 Febbraio 2018 –

L’ecomuseo di Balme, Piemonte-
Storie di Balme, Piemonte: curiosità e aneddoti della vita sociale nelle alte Valli piemontesi del passato.

Oggi il nostro mondo è pieno di gente che vive da sola. Li chiamano single e sono quelli che non hanno un partner stabile. Ci sono anche gli aloners, coloro che un partner ce l’hanno (si dice un compagno) ma preferiscono vivere ognuno a casa propria. Ce n’erano già anche in passato (da noi si diceva un socio o una socia), come sentivo raccontare dalle amiche di mia nonna a proposito di quella coppia di abitanti dei Cornetti che si fecero buona compagnia tutta la vita ma non si sposarono mai né andarono mai a convivere (e forse proprio per questo erano sempre di buon umore). Ma erano un’eccezione, perché di solito le cose stavano diversamente.

In una società che viveva di agricoltura e soprattutto di allevamento, era quasi impossibile vivere da soli. La convivenza con il bestiame era un fatto di sopravvivenza nel lungo e rigido inverno dell’alta montagna e accudire al bestiame da soli è molto difficile. È questo il motivo per cui i nostri vecchi, sia uomini che donne, quando restavano vedovi (e capitava di frequente in tempi in cui la morte era dietro l’angolo a tutte le età) di solito si risposavano molto in fretta.

Gli uomini di solito prendevano moglie piuttosto tardi, quando ereditavano un pezzo di casa oppure, dopo un periodo di emigrazione più o meno lungo, ritornavano al paese con un gruzzolo faticosamente risparmiato, che veniva quasi sempre investito in un pezzo di terra. A seconda della loro situazione economica, potevano scegliere una ragazza giovane e bella, oppure ripiegare su una rimasta zitella (magari addirittura trentenne!) oppure si prendevano una ragazza madre.

Le maternità prima del matrimonio non erano rare – e neppure viste con troppa severità – in una società che non conosceva la contraccezione e dove la promiscuità sessuale, per quanto si creda spesso il contrario, non era inferiore a quella di oggi, anche per le maggiori opportunità di praticarla nel continuo spostarsi di molte famiglie tra l’inverno passato nelle cascine di pianura e la salita estiva agli alpeggi. Del resto, aver già avuto un bel figlio sano era una garanzia di fertilità non disprezzabile, in una società dove i bambini erano una risorsa indispensabile e alla donna si chiedeva soprattutto di fare molti figli e di lavorare duramente.

Pian della Mussa, Balme
Pian della Mussa, Balme

I casi di vedovanza in età ancor giovane erano più frequenti per le donne, che di solito sposavano un marito molto più vecchio, ma era da mettere in conto anche per gli uomini, dal momento che le gravidanze erano frequenti e altrettanto le morti per parto, in paesi dove l’assistenza del medico era del tutto impraticabile.

I vedovi, uomini e donne, soprattutto se in giovane età e carichi di famiglia come accadeva quasi sempre, dovevano risposarsi senza indugio. Non era un problema di sesso o di compagnia, ma di sopravvivenza, in un mondo dove il welfare risiedeva nella famiglia che, a sua volta, coincideva con la gestione di una piccola azienda agricola e pastorale.

A Balme si racconta ancora la vicenda di quel giovane che stava abbattendo alberi alla Molera insieme con alcuni compaesani. Sentirono suonare la passà, cioè il suono della campana a morto che, in modo diverso per un uomo e per una donna, veniva suonata non appena avveniva un decesso. Il giovane chiese chi era morto e gli dissero che doveva trattarsi di un tale che già la sera precedente era in agonia. Senza indugio, buttò il cappello per aria esclamando “quella lì la prendo io!”. E così fece. Pochi giorni dopo il funerale si presentò a casa della vedova, con il cappello in mano, cappello che poi appese a un chiodo del muro. Questo gesto non era casuale, ma un preciso atto rituale. Significava una dichiarazione di disponibilità, che la vedova poteva rifiutare, dicendo: “tenete pure il cappello in testa” oppure accettare. In quel caso la donna tacque e le nozze seguirono poco dopo.

Per le ragazze la rapidità delle nozze dipendeva soprattutto dalla esistenza e dalla consistenza della dote, dove le figlie uniche, le arditéress, erano comprensibilmente ricercate. Verso la metà del XIX secolo un facoltoso abitante di Avérole (si dice che fosse tra gli ultimi che ancora conoscevano il nascondiglio dei favolosi tesori lasciati dai Saraceni) aveva una figlia zoppa e andava dicendo che avrebbe riempito di monete d’oro la scarpa della ragazza, fino a pareggiare la lunghezza della gamba più corta. Sembra che la ragazza abbia trovato marito senza troppi problemi.

Altre volte la dote era molto più modesta e contava di più l’urgenza di trovare una sposa da parte di un uomo ormai attempato. È il caso di Michel Termignon, savoiardo di Avérole detto Mitcheloun.

Balme in una foto d’epoca
Balme in una foto d’epoca

È la primavera del 1824, come ogni anno Mitcheloun ha passato l’inverno a Torino, ed è in cammino verso la sua casa di Avérole, dall’altra parte della montagna. Prima di iniziare la salita del colle dell’Autaret, a 3200 metri di altezza, ha passato la notte nel piccolo villaggio della Perinera, alle falde della Lera, nei pressi di Usseglio. Mitcheloun è stato ospitato a casa della famiglia Bertino, dove ci sono tre figlie da maritare, come nelle vecchie canzoni. Ma le speranze di accasarsi sono ormai poche, perché le tre ragazze non sono più giovanissime. Anzi per i canoni dell’epoca sono ormai decisamente attempate, in un’epoca in cui le giovani convolano a nozze spesso prima dei venti anni… Le prospettive sono molto tristi per quelle che non riescono a trovare marito, magari perché non particolarmente avvenenti, ma di solito perché prive di una dote appetibile e talvolta anche per un errore di gioventù che le ha lasciate con un bambino in grembo. La vita delle zitelle è molto dura, mal tollerate nella famiglia paterna come pesi inutili e destinate spesso a fare le serve delle cognate nelle famiglie dei fratelli. Unica possibilità che resta è quella di sposare un vedovo, magari carico di figli e con una casa da mandare avanti, disposto a passare sopra alla mancanza della dote e a un eventuale “passato” della ragazza. Le morti per gravidanza sono frequenti e così i vedovi di mezz’età, benestanti e inclini a scegliersi una compagna con trent’anni di meno non sono rari. È appunto il caso di Mitcheloun, che ha ormai sessantuno anni e due anni prima è rimasto vedovo, con quattro figlie. Ha bisogno di una moglie che gli mandi avanti il ménage e sa che deve cercarla proprio nei villaggi di alta montagna, dove le donne sono abituate ad affrontare fatiche e disagi almeno quanto gli uomini.

È un’epoca in cui gli affari di casa hanno la meglio su quelli del cuore ed anche i matrimoni vengono decisi senza troppi indugi. Mitcheloun, non sappiamo dopo quali trattative o sulla base di quali valutazioni, sceglie senz’altro la più giovane delle sorelle. Maria Antonietta, la prescelta, non ha altra colpa che quella di essere senza dote e di avere ormai 29 anni.

L’indomani la giovane deve senz’altro seguire lo sposo promesso attraverso il valico, verso il suo nuovo destino di moglie, in un villaggio a duemila metri di altezza, dove non conosce nessuno, dove il sole non appare per lunghi mesi, dove non crescono neppure più gli alberi a causa della quota e dove il fuoco, per mancanza di legna, viene alimentato con lo sterco secco di pecora. Maria Antonietta è talmente povera che si mette in cammino portando con sé la propria miserevole dote: una capra, un arcolaio ed un mestolo di legno. La giovane piange per tutte le dieci ore di cammino, fino al suo arrivo ad Avérole, ma poi si adatta alla sua sorte e il matrimonio si rivela felice, tanto che dall’unione nascono altre tre figlie, finché Mitcheloun muore sette anni dopo.

Maria Antonietta sopravvive per quaranta anni al suo sposo ed i suoi discendenti, che vivono tuttora a Bessans, conservano ancora memoria della sua storia.

La Ciamarella e il suo ghiacciaio in una cartolina d'epoca (archivio Gianni Castagneri)
La Ciamarella e il suo ghiacciaio in una cartolina d’epoca (archivio Gianni Castagneri)

Solitamente, il ménage coniugale iniziava in condizioni di grandi ristrettezze (altro che le esose liste di nozze che imperversano oggi!), dove i pochi oggetti necessari per la vita quotidiana erano spesso racimolati presso parenti, in attesa di poterne acquistare di propri. Maria Bricco Minàs, detta Maria d’Maléna, classe 1891, raccontava che, quando si era sposata nel 1916, ebbe in prestito due materassi, ma solo per pochi mesi, con l’impegno di restituirli prima dell’estate, quando sarebbero arrivati i villeggianti (li snioùri).

Nella maggior parte dei casi, la sposa doveva “andare in casa”, cioè andare a coabitare con la famiglia dello sposo, dove era previsto che la suocera comandasse in tutto e per tutto. Accadeva anche che sotto lo stesso tetto (ed anzi nella stessa stalla) convivessero diversi nuclei famigliari, sia pure strettamente parenti. Era il caso della grande casa dei Castagneri Touni, ancor oggi esistente e nota come Li Bou Grant, dove la famosa guida dovette portare la propria sposa a convivere, insieme con i vari rami del suo numeroso clan. Soltanto dopo qualche anno, con i guadagni della sua professione di guida, poté acquistare la casa del Gouiàt, lungo il viottolo che conduce alla cascata della Gorgia.

Questa situazione di promiscuità (nelle stalle si mangiava ma spesso anche si dormiva) veniva gestita con saggezza e tolleranza reciproca. Alla Perinéra di Usseglio ancora si mostra la casetta che la piccola comunità metteva a disposizione delle coppie appena sposate, affinché potessero trovarvi un poco di intimità. Altro che viaggio di nozze!

In questa situazione non deve stupire che i nostri antenati – quei pochi che riuscivano ad invecchiare, si sposassero più di una volta. Seconde e terze nozze non erano rare, ma ci fu un caso che destò sorpresa e di cui si parla ancora oggi: è la storia di Giovanni Castagneri fu Pancrazio, il frate che ebbe tre mogli.

Giovanni nacque a Balme l’8 marzo 1767, nell’antico clan dei Castagneri Comba. Una data fatidica, perché anche se non si celebrava ancora la festa delle donne, la compagnia femminile fu importante nella sua vita. Non sappiamo quando ebbe la vocazione per il monastero, ma doveva essere ancora molto giovane quando si fece frate cappuccino di stretta osservanza, dal momento che appena trentenne, nel 1797, convolava a giuste nozze con Maria Domenica Bricco. I maligni dicono che aveva scelto il saio per evitare la divisa militare, ma poi, non trovando probabilmente di suo gusto la vita monacale, si era fatto cacciare dal convento fingendosi pazzo.

Escursione al Pian della Mussa in una cartolina d’epoca
Escursione al Pian della Mussa in una cartolina d’epoca

Raccontano che commettesse stranezze, come piantare i cavoli al contrario, con le radici per aria. Ritornato a Balme come laico, dunque, prese subito in moglie Domenica Castagneri ed ebbe ben presto un figlio e una figlia. Marito e moglie si davano del voi e, come era uso a Balme e non soltanto a Balme, Giovanni mangiava seduto a tavola e Domenica lo serviva e poi andava a mangiare d’estate seduta sugli scalini di casa e d’inverno in piedi sulla mensola del camino. Purtroppo, come spesso avveniva a quel tempo, la sposa già moriva quattro giorni dopo il secondo parto, il 4 gennaio 1801.

A quel tempo un uomo con bambini piccoli non poteva certamente stare da solo. Giovanni cinque mesi dopo già si risposava, questa volta con Marianna Castagneri, che in quattordici anni gli diede ben tre maschi e quattro femmine. I tempi erano ormai cambiati e i due mangiavano seduti insieme a tavola. Ma nel 1816 anche Marianna moriva e Giovanni si trovò di nuovo solo, ormai cinquantenne. Invecchiare è brutto (anche se a Balme dicono che morir giovane è peggio) specialmente per un vedovo solo. L’anno dopo Giovanni si risposava, ancora una volta con una Castagneri (a Balme non c’era molta possibilità di variare…). Questa volta doveva accontentarsi di una ragazza non più giovanissima, Caterina, che di anni ne aveva quarantadue e che gli diede un solo figlio, purtroppo morto ancora in fasce. Vissero felici e contenti per più di trent’anni (si racconta che non solo mangiavano a tavola insieme, ma addirittura nella stessa scodella…) e quando anche Caterina morì, nel 1849, Giovanni, ormai ottantaduenne decise di non sposarsi più. Doveva morire quasi centenario nel 1865.

Lasciava una numerosa discendenza, detta appunto dei Castagneri Fra, che dura tuttora e che vanta un primato invidiabile: sono considerati tra i più longevi tra i Balmesi.

Da Barmes News n. 49 – Notiziario del Comune di Balme (TO)

www.comune.balme.to.it


Giorgio Inaudi è storico e scrittore. Ha pubblicato numerosi volumi sulle tradizioni della Valli di Lanzo

http://www.shan-newspaper.com/web/societa/1742-vedovi-daltri-tempi.html

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