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Venti di guerra

Articolo di Federico Rampini (Repubblica 22.8.17) “L’imprevedibile Trump prende la svolta interventista e concede maggiori poteri ai suoi generali”

“”C’era una volta il Donald Trump isolazionista. In campagna elettorale diceva: «Basta missioni all’estero, è l’America la nazione che dobbiamo ricostruire». La guerra in Afghanistan? «Denaro sprecato, ritiriamoci subito» (un tweet del 2016). E c’è adesso il presidente Trump che rinuncia a un’altra delle sue promesse. Con il risultato paradossale che l’Afghanistan diventa da oggi una “sua” guerra. Qualsiasi rovescio sul terreno entrerà nel bilancio della sua presidenza. Il frastuono delle armi copre per un attimo gli ultimi due scandali: il Russiagate; e l’inaudita indulgenza verso i neo-nazisti di Charlottesville. Mentre il terrorismo islamico insanguina l’Europa, ecco un presidente americano che torna a parlare di talebani, di guerra al fondamentalismo, di nuove truppe da mandare al fronte. Nello stesso giorno in cui partono le grandi manovre militari congiunte con la Corea del Sud, in un altro teatro geostrategico ad alta tensione. (E sullo sfondo, c’è pure il mistero degli incidenti a ripetizione che colpiscono la Settima Flotta, proprio quella di stanza nell’Asia- Pacifico). La decisione di inviare nuovi soldati americani in Afghanistan, in contro-tendenza rispetto ai piani di disimpegno totale annunciati da Barack Obama, è un prezzo che Trump paga per il suo strisciante “commissariamento” da parte dei militari. Avviene in una fase di difficoltà acuta della sua presidenza, coi sondaggi che scivolano ai minimi storici perfino negli Stati operai come il Michigan che lo avevano miracolato l’8 novembre. I mesi passano e il bilancio di governo è magrissimo, la contro-riforma sanitaria non c’è stata, la riduzione delle tasse dipende da quei gruppi parlamentari repubblicani che ormai diffidano apertamente del loro presidente. Nel caos di una Casa Bianca dove si susseguono i licenziamenti in tronco, restano gli uomini in divisa a garantire un sembiante di solidità, sangue freddo, disciplina. Lo spostamento del baricentro di potere verso i militari è confermato dal licenziamento di Stephen Bannon venerdì scorso. Bannon è un estremista di destra ma anche un tenace isolazionista. E’ contrario ad aumentare le truppe americane in Afghanistan e su questo aveva avuto vari scontri con la terna di generali che circondano Trump: McMaster capo del National Security Council, Mattis alla Difesa, Kelly capogabinetto. La cacciata di Bannon è una vittoria dei generali, che ora incassano un invio di nuove truppe americane all’estero.
L’Afghanistan è un conflitto interminabile, ormai più lungo del Vietnam. Iniziò con George W. Bush poco dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, si trascina da quasi 16 anni con risultati alterni ma per lo più deludenti. Ogni volta che gli americani stanno per ritirarsi o comunque riducono sostanzialmente la loro presenza, i talebani rialzano la testa. L’idea di “nazionalizzare” la guerra delegando tutte le responsabilità al governo di Kabul e alle sue forze armate, si è rivelata fin qui un’illusione. Obama fu a suo tempo protagonista di un memorabile braccio di ferro con il Pentagono che voleva a tutti i costi un “surge”, un forte incremento del dispositivo militare, al termine del primo mandato. Obama cedette alle richieste dei generali a condizione che il “surge” fosse temporaneo e accompagnato da una data certa per il ritiro. Sembrò sul punto di mantenere la promessa fatta agli americani, alla fine del suo secondo mandato la presenza di soldati Usa era diventata quasi simbolica. Ma non c’era stato un ritiro totale. Ad oggi restano circa 9.000 militari Usa in Afghanistan, su una presenza Nato di 13.000. Già a giugno il segretario alla Difesa Mattis aveva convinto Trump ad autorizzare l’invio di altri 4.000 soldati. A questo si aggiunge un ripensamento di strategia complessiva che abbraccia tutto il teatro “AfPak”, cioè Afghanistan più Pakistan. Da anni infatti il Pakistan è un santuario di protezione di forze integraliste, inclusi i talebani. Fin dai tempi dell’uccisione di Osama Bin Laden che si nascondeva sul territorio pakistano, l’opinione pubblica americana scoprì quanto poco affidabile fosse un paese teoricamente alleato degli Stati Uniti, al quale Washington continua a fornire aiuti militari.
Bannon ha precipitato i tempi del suo licenziamento con un’intervista in cui ridicolizzava l’opzione militare in Corea del Nord… minacciata dallo stesso presidente. Gaffe, peccato di presunzione? Forse no. L’ex consigliere dell’estrema destra sentiva arrivare il conto per la “militarizzazione” di questa Casa Bianca allo sbando. Trump sembra rispettare ormai solo due gruppi di persone: i familiari stretti e gli alti comandi delle forze armate. Questi ultimi lo risucchiano verso una logica imperiale, una continuità nella politica strategica. Tutto il contrario dell’America First che l’operaio di Detroit attende con impazienza da sette mesi.””

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