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Vero o falso Islam: è questo il problema?

di Elettra Santori

Come fuoriescono a frotte le miti chiocciole alla luce del sole dopo i violenti temporali estivi, così, all’indomani di ogni attentato terroristico, imam ed esegeti coranici, ma soprattutto semplici conduttori/giornalisti radiotelevisivi senza specifico curriculum ermeneutico, si affollano ai microfoni per sedare gli animi dichiarando che i kamikaze distorcono il verbo coranico e che il vero Islam non è un’ideologia violenta ma piuttosto una religione di pace e fratellanza. I terroristi «non sono musulmani, ma sciacalli dell’Islam», affermava giorni fa l’imam Pallavicini, intervistato dal fattoquotidiano.it. Che a dirlo sia il Presidente della Comunità religiosa islamica italiana è apprezzabile, rientra nel suo pieno diritto e dovere di autorità religiosa, e può anche ottenere un momentaneo effetto ansiolitico sugli animi spaventati e inclini a facili due più due. Ma se a dirlo è un comune giornalista o speaker radiofonico che magari, nella migliore delle ipotesi, lo afferma per sentito dire dall’imam Pallavicini, oppure, nella peggiore, perché nella sua limitata esperienza personale non rientrano conoscenti musulmani di fede radicale o jihadista, ecco che il tranquillante perde tutta la sua virtù dormitiva, e anzi può persino scatenare nel pubblico un effetto contrario di esasperazione da politically correct.

Sul fronte opposto, ci sono invece i piromani che, all’indomani di un incendio procurato da terzi, smaniano di appiccarne uno nuovo di proprio pugno, e dalle pagine di giornale editorialeggiano che l’Islam puro, autentico, è solo quello violento. Lo scorso 8 giugno, dopo l’attacco al London Bridge, Mario Giordano scriveva su La verità che i kamikaze dell’Isis sono terroristi islamici, islamici tout court, e non “musulmani che sbagliano”, suggerendo che l’idea di un islam “sbagliato” in quanto aggressivo, contrapposto ad un presunto islam “giusto” e “moderato”, sia soltanto una finzione: perché una fede moderata, tiepida, semplicemente non è una vera fede. E tuttavia, sostiene Giordano, quando sono i cristiani a credere in modo radicale diventano San Francesco o Madre Teresa di Calcutta. Quando lo fanno i musulmani, invece, affittano un furgone, travolgono i pedoni sul London Bridge e sgozzano passanti all’impazzata nel Borough Market.

Ci sono poi gli ecumenici che, al panico da Corano destra-style, rispondono col bilancino dell’equilibrismo, affermando che il mondo islamico non è mica un monolite, dopotutto la stragrande maggioranza dei musulmani osservanti non va certo in giro ad accoltellare gli avventori dei pub o a massacrare i fan di Ariana Grande, e poi anche il cristianesimo ha i suoi deliri, non esistono solo Madre Teresa e San Francesco, ma anche le Crociate, l’Inquisizione, il terrorismo antiabortista e via uccidendo. Accidiosa postura equanime che getta nell’impasse sia il pensiero che l’azione.

Ora, siamo proprio certi che comprendere cos’è l’islam in se stesso sia prioritario (oltre che possibile)? È davvero così urgente, per una coabitazione pacifica dei musulmani nella cultura occidentale, distinguere il vero dal falso islam e capire se il Corano, abbracciato in tutta la sua purezza, conduca alla fratellanza tra i popoli o piuttosto all’horrorismo dell’Isis? Quel che invece è davvero indispensabile è comprendere la morfologia e le finalità di certe attuali configurazioni storiche dell’islam – l’integralismo, il wahabismo, l’Isis, Boko Haram, Al-Qaeda, ecc. –, per prendere le giuste precauzioni e contromisure politiche e legislative. Ma quanta effettiva corrispondenza ci sia tra il Corano da un lato, e la Wahhābiyya saudita, il lifestyle nel Califfato e la prassi terroristica dall’altro, lasciamolo alle interminate discussioni tra gli ulema. Lasciamo che siano gli imam, o al massimo gli esperti islamologi, a fare il test di paternità coranica al velo islamico o al kamikaze su ruote. Non ne verranno a capo. Si divideranno, come da sempre si dividono, nei più diversi rivoli interpretativi. Perché le grandi religioni sono sistemi caotici fortemente legati all’Origine, ma dall’evoluzione non lineare. Nel loro cammino si impastano di storia, di antropologia, si biforcano continuamente tra tendenze opposte che non muoiono mai, ma si ripresentano continuamente, sia pure con un’accentazione maggiore o minore a seconda delle sollecitazioni storiche.

Chiedersi cosa sia l’islam in sé nasconde il solito, costante difetto di laicità della nostra cultura, che invece di fissare soglie di compatibilità del culto islamico con la democrazia, preferisce gingillarsi con la compatibilità di certo islam col Corano, scippando il lavoro esegetico agli islamologi e ai variamente titolati.

Ogni volta che la nostra società entra in collisione con la comunità musulmana o con le sue punte estremiste, i media politicamente corretti si precipitano a consulto dagli imam per ricevere illuminazioni su quello che afferma veramente il Corano e scagionarlo da ogni accusa. Volenterosi lettori si improvvisano ulema e si mettono a compulsare direttamente i Testi sacri, con cui i bookstore almeno sin dall’attacco alle Torri gemelle hanno premurosamente riempito appositi scaffali sotto la voce “Islam”; altri si limitano a leggerne parti scelte disponibili in internet, e scoprono presto che a pagine web come “Il Corano è violento: ecco le prove” se ne contrappongono altre sul genere “Il Corano: libro di pace”. In ogni caso, il Corano, con le sue ambiguità, i suoi ibis redibis tipici di ogni testo sacro, viene eretto a parametro di giudizio della nostra islamofobia o della nostra gelatinosa accoglienza.

Riprendiamoci il nostro baricentro. Cosa dicano davvero il Corano e la Sunna giace nascosto nelle latebre del testo, oltre che in secoli di stratificate, contrappuntistiche interpretazioni, e non è possibile accedervi col turismo ermeneutico mordi e fuggi. Quella che invece ci spetta – come intellettuali, giornalisti, politici, ma anche semplici cittadini ed elettori – è la fatica di mettere a fuoco i nostri fondamentali, più che quelli altrui, cercando di capire quali aspetti delle attuali configurazioni storiche dell’islam siano conciliabili con la nostra struttura sociale, e quali siano piuttosto da respingere o da contenere. Smettiamola di utilizzare un’attrezzatura concettuale che non ci compete: vero e falso sono categorie troppo impegnative, dunque inservibili allo scopo; e cominciamo a isolare quei segmenti di islam inconciliabili col nostro assetto, demo-incompatibili, unfit.

(19 giugno 2017)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/vero-o-falso-islam-e-questo-il-problema/

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