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Verso il Sinodo 3/ Quale comunione “sacramentale” per divorziati, conviventi, omosessuali credenti?

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Celebrazione di una messa(©LaPresse) Celebrazione di una messa.

Manlio Sodi* –

Mai un Sinodo è stato così al centro dell’attenzione della gente e caratterizzato dalla dialettica di variegate posizioni soprattutto intra-ecclesiali come il prossimo che si celebra in questo mese di ottobre. Segno eloquente che la problematica non è di quelle da sagrestia. Al contrario, si pone in vivace richiamo per rispondere a un insieme di situazioni che richiedono più che una nuova normativa forse un sostegno più forte che agisca nell’intimo della persona.

 

Il tema del Sinodo 2014 non è finalizzato a trovare immediate soluzioni; sarà quello ordinario del 2015 a prendere in mano le prospettive che verranno delineate ora. Adesso si tratta di “leggere” “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’Evangelizzazione” (così il titolo dell’instrumentum laboris).

 

Nella miriade di posizioni che si sono scatenate in questi mesi ci si è posti più sul versante canonico e teologico-dogmatico che non su un aspetto che tocca certo la teologia, ma che si declina nella celebrazione e quindi nella pastorale e nella catechesi.

 

Tra le sfide pastorali evidenziate dall’instrumentum laboris quelle di ambito specificamente liturgico sono relegate a temi relativi alla preparazione al matrimonio, al rapporto tra pietà popolare e spiritualità e al come sostenere la spiritualità familiare.

 

Comunione sì – comunione no

Per la maggior parte della gente sembra essere questa l’alternativa nei cui confronti si agitano un insieme di situazioni che non possono essere omologate e poste tutte allo stesso livello.

 

Se da una parte rimane il fatto che la comunione sacramentale consiste nella partecipazione alla mensa del Corpo e Sangue di Cristo, dall’altra sorge immediatamente la domanda: ma esiste solo quella comunione “sacramentale” ai santi segni nella liturgia? è possibile individuare e valorizzare una comunione anch’essa “sacramentale” qual è quella che si attua all’interno della Liturgia della Parola?

La sorpresa per le conseguenze relative alla partecipazione può essere notevole; già il precedente Sinodo ha avuto risvolti interessantissimi e salutari con la Verbum Domini dove finalmente si parla della sacramentalità della Liturgia della Parola.

 

Cosa significa tutto questo in sé, in ordine a una “partecipazione” liturgica e quindi in ordine a una vita cristiana che viene alimentata dalla prima sorgente spirituale costituita appunto dalla Parola rivelata, annunciata e celebrata perché sia vissuta?

 

Un cammino sinodale sempre in atto

Se c’è un dono che lo Spirito di Dio ha fatto alla sua Chiesa nel nostro tempo, questo è da constatare nella ri-apertura del libro della Parola non solo a degli iniziati, ma a tutti coloro che vi si accostano, senza distinzione.

 

È questo un dato di fatto che in teoria va letto come il superamento di una prassi millenaria nella Chiesa di Occidente; prassi che ha reso la celebrazione priva di un supporto vitale qual è costituito dalla Liturgia della Parola. Non che questa fosse assente; in qualche modo un certo annuncio era presente nel culto; ma a parte il diaframma della lingua che non permetteva un ascolto diretto, rimaneva la estrema “sobrietà” di tale annuncio: si trattava di pochi brani di Parola di Dio, ripetuti più volte nell’arco dell’anno liturgico. L’accoglienza, poi, da parte del fedele rimaneva più a livello di disponibilità interiore che non come elemento essenziale per una partecipazione piena alla celebrazione del mistero.

 

Il bisogno di un recupero di questa presenza della Parola nel culto non risiedeva però solo nel desiderio di soddisfare quella «soave e viva conoscenza della sacra Scrittura, che è attestata dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali» – come auspica SC 24 – con il ricorso ad una lettura «più abbondante, più varia e più adatta» (SC 35), ma anche – e potremmo aggiungere “soprattutto” – per cogliere il rapporto che intercorre tra liturgia della Parola e liturgia del sacramento.

 

L’accostamento delle due “mense” dell’azione liturgica aveva radici così vitali da affondare direttamente nel tessuto cultuale dell’Antico Testamento (a cominciare da Es 19-20 e 24) per giungere poi alle prime testimonianze neotestamentarie e a quelle del tempo apostolico e sub-apostolico. Su quella linea le comunità cristiane hanno mantenuto lo “schema” di fondo, ma mentre nel contesto biblico e nei primi tempi della vita cristiana il rapporto tra le due realtà risultava eloquente, in seguito questa percezione si è andata affievolendo fino a scomparire per motivi diversificati.

 

La logica conseguenza di tutto questo si è condensata nel fatto che la Liturgia della Parola è sì rimasta nel culto, ma è apparsa sempre più solamente “accostata” alla parte successiva della celebrazione che ha assunto il ruolo più importante, tanto da ridurre la prima a una missione secondaria e quasi di supporto alla seconda.

 

“Sacramentalità”: termine emblematico

Trattare della sacramentalità della Liturgia della Parola implica prendere atto dell’importanza di questa parte della celebrazione; del ruolo che essa svolge in ordine alla proclamazione delle letture bibliche e all’azione dello Spirito Santo; dei risvolti che questa “epiclesi” comporta nella ministerialità dei lettori, dell’omileta e nell’ascolto dei fedeli; della responsabilità che l’omileta si assume nel presiedere l’azione liturgica; dei riflessi che si stabiliscono a livello di educazione della coscienza; di una spiritualità che si struttura e si plasma attorno alla Parola di Dio proclamata ufficialmente e accolta in contesto celebrativo.

 

A partire da questi elementi, approfondire la dimensione sacramentale della Liturgia della Parola (dal silenzio iniziale alla preghiera dei fedeli) è percorrere una via nuova. Si tratta infatti di un tema che riemerge dopo secoli a motivo del ruolo che la Liturgia della Parola ha riacquistato nell’odierna liturgia, e che ora attende un adeguato approfondimento. Non è nuova, invece, questa via qualora si recuperi il significato che la proclamazione delle Letture e l’omelia hanno avuto negli esempi che troviamo nel Nuovo Testamento (si ricordi l’episodio della sinagoga di Nazaret [Lc 4,16-23] e quello di Emmaus [Lc 24,13-35]).

Fonte

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