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Verso il Sinodo 4/ Quale fede per sposarsi in chiesa?

Matrimonio cattolicoMatrimonio cattolico

Nicola Reali*
Perché l’attuale disciplina ecclesiastica canonica non considera la fede personale di chi si sposa in chiesa un elemento essenziale alla validità del sacramento? Quali sono le ragioni?

Enuncio subito la questione di fondo, che consiste nel convincimento che le proprietà essenziali di un matrimonio valido siano naturali […]. Naturale vuol dire “facente parte della natura umana”, ossia ciò che, essenzialmente, connota l’essere umano, in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Tanti aspetti della vita umana cambiano e possono mutare nel corso del tempo, non la natura umana, che resta sempre la stessa. L’uomo, pertanto, se vuole vivere da uomo, deve vivere conformemente alla sua natura e alla legge che, derivata dalla natura, descrive il livello di un suo “immutabile dovere” (la cosiddetta legge naturale) […] l’idea di natura e di legge naturale è fondamentale per comprendere il matrimonio. Quest’ultimo ha alcune caratteristiche: è tra un uomo e una donna, è uno, è indissolubile e aperto alla vita […] Queste prerogative sono naturali, ossia riguardano la natura umana e, pertanto, non sono specificatamente cristiane. Chi le negasse, non violerebbe la legge della Chiesa, ma la legge naturale. Per questo […] la Chiesa difende il valore universale dell’indissolubilità del matrimonio: non è qualcosa a cui solo i cristiani “devono” attenersi, ma tutti gli uomini visto che esso rientra nell’ambito del diritto naturale. Il fatto poi che la Chiesa rintracci sia nell’Antico Testamento sia nelle parole di Gesù lo stesso insegnamento non cambia le cose, anzi le rafforza, considerato che il dato rivelato non fa altro che confermare e approfondire quanto la ragione umana (da sola quindi, senza fede) può conoscere sulla fedeltà matrimoniale.

Pertanto, la verità e la validità di un matrimonio, per la Chiesa, dipendono integralmente dal rispetto delle sue caratteristiche naturali: unicamente a questa condizione un matrimonio può dirsi “vero matrimonio” e, poiché l’ordine della natura coincide col progetto del Creatore, nessuno può arrogarsi il potere di intervenire modificando o negando anche solo una di queste prerogative naturali, neppure il Papa. Non c’è bisogno di aver studiato teologia a Tubinga, per capire che, in tal modo, il matrimonio di un cristiano non differisce per nulla da quello – per esempio – di un ebreo o di un ateo: se è rispettata l’identità naturale del matrimonio, sono tutti matrimoni veri e validi, indipendentemente dalla fede personale di chi si sposa… se questi crede o non crede in Gesù Cristo, in Jhwh o in nessuno.

A seguito di questo ragionamento, probabilmente iniziano a divenire evidenti le motivazioni che rendono irrilevante la fede dei nubendi, anche se… quando si parla di sacramento, va da sé che si parli di qualcosa di specificatamente cristiano: i non cristiani e gli atei non sono tenuti alla pratica sacramentale […] Affinché il proprio matrimonio sia sacramento, bisogna essere battezzati. Con la significativa avvertenza che occorre essere battezzati in una Chiesa cristiana, non necessariamente in quella cattolica […] È ovvio che, in questo modo, viene garantita l’esigenza di qualificare il sacramento del matrimonio in riferimento a qualcosa di specificatamente cristiano […] Tuttavia, occorre far notare che a questa indiscutibile esigenza non si associa l’altrettanto indispensabile richiesta di far emergere il peso della fede personale di chi si sposa… Tanto è vero che il secondo paragrafo del canone 1055 del Cic afferma: «Pertanto (per chi sa il latino, quare) tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale che non sia per ciò stesso (eo ipso) sacramento» . Il che è come dire: affinché sorga il sacramento, è sufficiente un contratto valido (leggasi, naturale) tra battezzati, non essendo necessario che sia tra battezzati-credenti. Ciò che ho appena enunciato è il principio dell’inseparabilità tra contratto e sacramento e rappresenta il cardine della dottrina canonica cattolica sul matrimonio, decretando il valore dell’assioma “chi vuole il matrimonio naturale vuole anche il sacramento”.

«Che esagerato! – sicuramente dirà qualcuno – È un’esposizione caricaturale di questo principio! Se fosse così, il sacramento del matrimonio sarebbe come il coniglio di un prestigiatore che immancabilmente esce fuori dal suo cappello a cilindro». L’obiezione è vera. Non si può descrivere l’identità tra contratto valido e sacramento come una sorta di automatismo del tutto sganciato dalla volontà delle parti. Non è vero che è così consequenziale, perché ciò che “genera” il matrimonio è il consenso degli sposi: l’intenzione di colui che si sposa determina il tipo di matrimonio che ne deriva, per cui ci può essere anche il caso di un consenso viziato da una volontà contraria alla dignità sacramentale del matrimonio. In effetti, è innegabile che non ci sia questo tipo di automatismo tra il matrimonio naturale e il sacramento del matrimonio. Nondimeno, occorre puntualizzare che per gli esperti del diritto canonico, l’esclusione della dignità sacramentale si configura come un capo di nullità matrimoniale solo se intacca le proprietà naturali del matrimonio. In altri termini, il consenso non è mai viziato dall’assenza di fede cristiana. Quest’ultima può compromettere la validità di un matrimonio solo se determina il rifiuto di una sua proprietà naturale.

[…] Prima di approfondire […] occorre dare risalto a un altro aspetto rilevante dell’attuale prassi normativa della Chiesa che è essenziale tenere presente per comprendere il problema che ci sta a cuore. Si tratta dell’obbligo della forma canonica della celebrazione. [… Dal Concilio di Trento in poi…] perché un matrimonio sia valido e abbia dignità sacramentale occorre rispettare le prerogative naturali del matrimonio, essere battezzati e sposarsi secondo una forma celebrativa precisa, canonicamente definita. Tuttavia l’obbligo della forma canonica della celebrazione vale solo per i cattolici. In altre parole: un protestante, se rispetta le prerogative naturali del matrimonio, celebra sempre un sacramento; un cattolico deve anche osservare la forma canonica indicata. Di conseguenza, ciò che rende differente un matrimonio naturale da uno sacramentale, per tutti i cristiani è il battesimo; per i cattolici il battesimo e la forma della celebrazione.

Perché è importante ricordare questa norma? Anzitutto per completezza di esposizione; inoltre essa è essenziale per portare avanti la riflessione sul rapporto fede/sacramento. Il paragrafo antecedente era terminato con la sottolineatura che l’insuperabile identità tra contratto valido e sacramento conduce inesorabilmente a incrinare il valore e l’importanza della fede personale dei nubendi. L’obbligo della forma canonica della celebrazione si inserisce dentro tale argomentazione, spingendo ulteriormente a considerare sacramentalmente valido ogni matrimonio naturale contratto tra due battezzati. La prescrizione celebrativa, infatti, (al pari del battesimo) circoscrive appena l’oggettività dello status giuridico di coloro che “contraggono” matrimonio, senza tuttavia determinare l’identità del sacramento, che resta totalmente ed esclusivamente descritta dagli elementi naturali.

Ciò lo si evince, sub contrario, dal fatto che, per tutti i battezzati, in fondo, non esiste la possibilità di un matrimonio puramente naturale (ma solo del matrimonio naturale elevato alla dignità sacramentale). Sembra strano, ma è così: un cristiano che si sposa rispettando le prerogative naturali del matrimonio (ripetiamole: eterosessuale, monogamico, indissolubile e fecondo) fa sempre e comunque un sacramento. Il matrimonio solamente naturale è riservato ai non-cristiani perché – sempre in virtù del principio dell’inseparabilità tra contratto e sacramento – la volontà di un cristiano che si dirigesse verso un matrimonio naturale non-sacramentale sarebbe (per il diritto canonico) contradittoria, siccome l’intenzione di contrarre le nozze nella dimensione “naturale” […] è già oggettivamente e univocamente rivolta al matrimonio sacramentale. È, dunque, chiaro che il carattere già-sacramentale del matrimonio “naturale” fonda l’impossibilità di un matrimonio solamente naturale, dal momento che ogni matrimonio che rispetta la realtà naturale della coniugalità è considerato un sacramento, anche e addirittura quando colui che si sposa non lo sa.

Sicuramente, qualcuno storcerà il naso leggendo queste parole e, molto probabilmente, svariati lettori inizieranno a non capire più nulla perché gli sembrerà che tutto quello che hanno sempre pensato, in realtà, non esista. In particolare, penso che l’obiezione più comune sarebbe quella che parte dalla constatazione che “la Chiesa non accetta il matrimonio solo civile”. Se un battezzato, celebrando un matrimonio naturale, fa sempre un sacramento, perché quello civile non va bene? Perché se uno si sposa in Comune (nell’ossequio delle prerogative naturali del matrimonio), per la Chiesa non è valido? Perché quel matrimonio non conta nulla, al punto che – se poi uno divorzia – può anche risposarsi in chiesa? […] un matrimonio civile celebrato in Comune, benché rispettoso della natura, non è un sacramento per il semplice fatto che non è stato celebrato secondo la forma canonica prescritta. Di conseguenza, esso non vale e non può neppure essere chiamato matrimonio naturale, perché il principio [dell’inseparabilità tra contratto e sacramento ndr] impedisce di pensare che ci possa essere un matrimonio naturalmente valido di un battezzato che non sia – per usare le parole del Codice – per ciò stesso (eo ipso) sacramento.

[…] Di conseguenza, un matrimonio tra cattolici deve essere celebrato (e la sua celebrazione non deve essere tassativamente liturgica) ma il nocciolo essenziale della sua identità non è da cercare nella celebrazione […] Ciò lo si può documentare soffermandosi, ancora una volta sub contrario, sulla disparità di trattamento tra i cattolici e i non-cattolici. Qual è la principale differenza? Partendo dal presupposto del principio secondo cui esiste una perfetta identità tra matrimonio naturale e sacramento del matrimonio (che vale per tutti i cristiani), ci sono delle diseguaglianze di procedimento quando si tratta di valutare – dal punto di vista cattolico – la validità del matrimonio dei cattolici e dei non-cattolici? La risposta è molto semplice: stante il fatto che solo i cattolici sono tenuti all’obbligo della forma canonica, un cattolico può sposarsi persino dieci volte in Comune, divorziare altrettante dieci volte e, infine, sposarsi un’undicesima volta in chiesa. Niente lo vieta, poiché agli occhi del diritto ecclesiale, i primi dieci matrimoni non erano sacramento e, dunque, egli/ella non era mai stato “veramente” sposato/a. Un non-cattolico, invece, sposato civilmente e divorziato una sola volta, se poi decide di sposarsi una seconda volta con una parte cattolica deve necessariamente dimostrare che il primo matrimonio non era valido.

[…] Facciamo un esempio irriverente e così, oltre capire meglio, sorridiamo un po’: un giovane protestante – che avremo la bontà di chiamare Klaus – conosce una ragazza (anch’essa protestante) partecipando alla campagna “Save the Whales (Salvate le balene)” di Greenpeace in Giappone. Rimane folgorato dalla dedizione che questa giovane ha per la causa e, nell’impeto giovanile di voler salvare il mondo salvando le balene, la corteggia per poi sposarla su una barca durante l’attacco a una baleniera. Di fronte a loro mettiamo che vi fosse un pastore protestante, anch’esso devoto ai cetacei, che poi trasmette l’atto di matrimonio all’ufficiale di stato civile competente. Qualche mese più tardi, il ragazzo rimane sconvolto dalla bontà del sushi di balena in un ristorante “stellato” di Tokio, e, insieme al fascino della causa ecologista, vede venir meno anche quello per sua moglie. Il matrimonio è finito, non resta altro che il divorzio. Alcuni anni dopo, ormai professionista affermato nelle alte sfere della finanza di Francoforte, Klaus pensa al suo primo matrimonio solo come una bizzarra avventura di gioventù: l’età più matura gli ha consigliato di domandare la mano, dopo svariati anni di fidanzamento, della ragazza italiana cattolica, conosciuta sul lavoro. L’attaccamento alla fede cattolica della sua futura sposa (e, soprattutto, della futura suocera) è però talmente forte che la sola possibilità è quella di acconsentire al matrimonio nella Chiesa cattolica. «Va bene, in fin dei conti c’è di peggio nella vita» – pensa Klaus – finché non scopre, dopo il primo incontro col delegato della pastorale famigliare della diocesi di Francoforte, che l’ormai lontana avventura giapponese gli impedisce di convolare a giuste nozze, a meno che egli non voglia intraprendere le pratiche per verificare se il “matrimonio in barca” possa essere annullato. Chissà che faccia deve aver fatto Klaus in quel momento! Ma, non molto diversa, dovrebbe essere anche la nostra reazione, in particolare se pensiamo che l’impedimento di Klaus nasca dal presupposto che, durante l’attacco alla baleniera giapponese sia stato celebrato un sacramento. Non so voi, ma io, sinceramente, faccio fatica a pensare che un tale matrimonio possa essere considerato il simbolo dell’amore tra Cristo e la Chiesa e, nello stesso tempo, mi convinco sempre di più che in questo modo è come se si dicesse che ogni matrimonio naturale è già un sacramento, rendendo la norma sull’obbligatorietà della forma canonica della celebrazione un aspetto del tutto formale (se Klaus fosse stato cattolico non avrebbe avuto nessun problema a sposarsi in chiesa).

*Professore di Teologia pastorale dei Sacramenti al Pontificio Istituto Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense

Fonte

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