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Vi racconto quel mio sabato sera a Londra, tra la vita e la morte

Silvia Favasuli, giornalista (collabora con la rivista inglese Interfax Energy e con linkiesta.it, ha scritto questo post sul suo profilo Facebook. Ci è piaciuto e lo abbiamo pubblicato (con la sua approvazione, naturalmente). Silvia vive a Londra.

Londra al suo meglio: cielo plumbeo e stracolmo di acqua, il vento che porta la pioggia anche sulla nostra terrazza al coperto. Dodicesimo piano dell’albergo Hilton. Atmosfera leggera, abiti corti delle ragazze, uomini che flirtano. Scattiamo una foto. Gli elicotteri neri della polizia iniziano a girarci attorno poco dopo le dieci. Non ci fa caso nessuno, anche se da uno diventano due e poi tre. Due accademici greci nel gruppo di amici parlano di cosa credono occorra fare per eliminare la corruzione nel loro paese.

Scendo dalla terrazza verso le 10:30. Sono stanca, vado a casa. Giacchette gialle fosforescenti si accumulano attorno alla stazione della metro di Tower Hill, chiusa. Lavori in corso, probabilmente. Proseguo verso la prossima fermata. Una coppia lungo Lower Thames Street si fa incontro con gli occhi sbarrati. Sono una signora che non parla inglese e una ragazza che la tiene a braccetto: Un van, un uomo ha accoltellato gente sul London Bridge. Un attentato, dicono, indicando la zona alle loro spalle.

Un brivido lungo le gambe. Continuo veloce. Poco più avanti la strada è interrotta da una striscia bianca e rossa. Scendo giù verso il fiume, prendo la stradina pedonale che costeggia il Tamigi. Deserta. Cammino a passi lunghi verso il ponte dell’attacco. Lo vedo in lontananza, alto sopra la stradina. Scendono silenzio e le luci intermittenti delle auto di emergenza. Barche della polizia scorrono felpate su e giu’ per il Tamigi. L’aria è piena solo del rombo di elicotteri neri che sorvolano la zona. Salgo le scale verso il ponte. Tre scalini ancora. Ed è silenzio e caos. Davanti a me ci sono otto corpi stesi a terra, avvolti da coperte termiche color argento. Li circondano infermieri e medici, guanti bianchi e bende. Sangue, defibrillatori, altro sangue. Attorno, auto e bus bloccati in mezzo al ponte. Mezzi della polizia e ambulanze.

Due ragazzi mi notano. Mi urlano di salire e poi scorrere verso destra, andarmene.

Una poliziotta mi chiede se ho parenti tra le vittime. Sono una reporter. Si allontani. Twitto, scatto una foto. Torna la poliziotta. Deve allontanarsi. Ha le lacrime agli occhi. Quel che fa è inappropriato, grida, alcuni di loro stanno morendo.

Un americano strilla al telefono la sua versione della storia. La sua compagna è tra i corpi stesi lì a pochi metri di distanza. Si inginocchia a terra e piange come un bambino.

L’autista di un bus racconta la brutalità di quel che ha visto: un van, tre uomini con coltelli usciti dal quel van, coltellate scaraventate sui passanti. Cercavano di colpirne il più possibile, dice, mimando il gesto che gli ha visto fare. Arriva un nuovo gruppo di poliziotti, lanciano un urlo per farsi coraggio. Cercano se ci sono esplosivi in zona, mi dice un agente. Si allontani signorina. Quanti attentati sono, è finito o c’è altro in corso? Sono almeno tre ma tutti laggiù, dice indicando verso la zona a sud del ponte. Si allontani.

Mi allontano. Uno dei bus rimasti intrappolati all’imbocco del ponte carica i feriti meno gravi da portare in ospedale. La polizia raggruppa i testimoni. Un altro bus li raccoglie per portarli in un hotel vicino. La zona si riempie di automezzi, squadre di agenti speciali, cani, elicotteri in ogni angolo del cielo. Londra dispiega i più sofisticati dei suoi mezzi, inutilmente. E’ tutto finito o c’è altro che sta succedendo, agente? La risposta è uno sguardo impotente. Non lo sappiamo.

Oltre la striscia bianca e rossa tirata dalla polizia si accumula il branco di fotografi e reporter. I fari si accendono, antenne si alzano dalle camionette. Inizia lo show che continuerà per giorni interi. Il senso di impotenza si espande alla nazione e al mondo.

Due poliziotti corrono incontro ai reporter nel tentativo di spingerli il più indietro possibile. Spingono via anche me. Scorro giù lungo Upper Thames Street. Una ragazza ha due cellulari puntati contro mentre racconta a due giornalisti dei feriti che ha visto scappare dal ponte. Dice di avere dei video. Mostra la sua merce. Lo vedi, questo ragazzo insanguinato li infondo? Guarda, qui ce n’è un altro. Contratta. Fatemi carina mentre mi riprendete. Il borbottare della sigaretta elettrica che sta fumando stride in sottofondo. L’offerta migliore finora me l’ha fatta Sky. Cosa vuoi da noi? Non so, ti lascio il numero poi ci sentiamo. I poliziotti estendono l’area protetta, allontanatevi, si allontani, signorina, da questa parte. Restano i clochard ubriachi negli angoli dei portoni.

Ora l’aria è piena solo delle sirene di polizia e ambulanze. C’è altro che sta succedendo, è sicuro muoversi in questa direzione? Non lo sappiamo, risponde un altro poliziotto. 
Un brivido, è paura. 
La strategia funziona.

Scendo di nuovo giù verso il Tamigi, lungo il sentiero pedonale, rimasto aperto. Dalla sponda del fiume una cinquantina di turisti evacuati da un albergo guardano su verso il ponte dell’attacco. Sanno poco nulla. Hanno occhi assonnati, pigiami a scacchi e bambini addormentati tra le braccia.

Su Twitter inizia la conta dei cadaveri. Almeno due morti. Twitta Trump, Poi Corbyn poi Theresa May. Twitta Sadiq Khan, il sindaco musulmano di Londra. Si chiarisce la dinamica: i tre uomini sono scesi da un van bianco su London Bridge, per dirigersi poi verso Borough Market, accoltellando persone. E tanto semplice e rozza che pare difficile credere sia tutto qui.

E’ passata la mezzanotte. Mi infilo sul bus che porta fino a Kings Cross. Sale anche un gruppo di diciottenni. Cosa vuoi fare dopo, dice un lui a una lei, tanto ubriaca da avere una tetta completamente fuori dal vestito. Voglio andare a casa, a casa. Lui le offre sesso. Lei dice voglio andare casa, poi vediamo. Arriviamo a Kings Cross. I diciottenni rotolano giù dal bus urlando. Mi infilo su una metro, su verso il nord di Londra. Arrivo in una East Finchley che dorme ignara di quel che è accaduto. Mi metto a letto. Otto corpi agonizzanti mi stanno davanti. Il borbottare di quella sigaretta elettrica. La tetta fuori dal vestito. Vita che scivola in morte nella brutalità di un sabato sera qualunque.

Il post di Silvia Favasuli su Facebook

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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