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Viaggio ad Amatrice, un anno dopo

Scende dal cumulo di macerie stringendo tra le braccia un fagottino. Quasi lo culla come fosse un neonato. Lo porge a una donna. Con delicatezza. Lei lo stringe a sé e piange. Quel vigile del fuoco le ha appena restituito il ricordo di una casa che non c’è più. Sono vestiti. Un paio di jeans impolverati. Intatti. “Qui non si può stare” mi urla qualcuno. Sono lì imbambolata non so da quanto.

“Era una delle ville più belle del paese”

Ignoro chi sia quel signore che mi ha appena intimato di allontanarmi: non indossa divise, non è un pompiere né un soldato. L’esercito è poco distante e sorveglia l’ingresso del borgo distrutto – pietre polvere silenzio – chiuso ai non addetti ai lavori. Corso Umberto I finisce qui. Dentro si scava, è pericoloso. “I giornalisti possono entrare scortati dai vigili del fuoco” mi ha spiegato un alpino. Mi passa la voglia di presentarmi come giornalista: quando arrivi qui non sei più nessuno. Senti solo il dovere di disturbare il meno possibile. Prendere appunti su un taccuino invisibile. Memorizzare ogni parola, ogni gesto. Ti senti in colpa persino perché sei finita tuo malgrado a frugare nei ricordi intimi di gente che ha perso tutto. Non sai quante persone siano morte in quella casa da cui ora estraggono quel fagottino di vestiti. Non sai se quella donna che sta piangendo abbia perso i familiari. Non hai il coraggio di fare domande.

“Era una delle ville più belle di Amatrice”, mi racconta un vigile del fuoco, faccia da angelo. Gli avevo mostrato il tesserino. Aspettiamo la pattuglia che rientra da un servizio e poi ti portiamo dentro – dice. Non sa che nel frattempo potrei avere cambiato idea. Sulle immagini satellitari di Google map quella villa sembra uno chalet, era di recente ristrutturazione. Eppure è venuta giù insieme al borgo antico.

L’orologio che segna sempre le tre e trentasei 

Faccio un passo indietro, mi chiudo anche io nel silenzio. L’aria è stordente. Sole e polvere. Lo scalpiccio dei passi sulle pietre in frantumi. Il ronzio delle gru che si muovono nel cielo. Poco prima stavo scattando alcune foto alla Torre Civica di Amatrice rimasta in piedi. Tutto il resto intorno è polverizzato. L’orologio del Campanile segna le tre e trentasei. Quante volte lo hai letto sui giornali. Eppure a vederlo con i tuoi occhi, quel tempo fermo ti ferma il respiro. Un anno fa. La notte del 24 agosto. 297 morti. Le lancette segnano l’ora in cui tutto è finito – replicandola all’infinito.

“Sembra successo ieri”. A parlare è una signora accanto a me. Piange pure lei. “Tanti ricordi” sussurra. La signora è romana, veniva qui a trascorrere le vacanze. Ricordi di gioventù. “La festa del 28 agosto era bellissima. Ora non c’è più niente”. Se non ci fosse stato il terremoto, quattro giorni dopo Amatrice avrebbe festeggiato la cinquantesima sagra dell’amatriciana. Il borgo era pieno di gente – quella notte. “Ogni volta che torno mi sento male, ma la situazione migliora piano piano” mi scrive su whatsapp un amico di Amatrice. La rinascita. Spuntano rose sui rovi, nei giardini disfatti, tra i tetti crollati. 

Qualche giorno fa ha riaperto il supermercato Simply; si trovava in Piazza del Plebiscito, è rinato in località San Cipriano. Lì intorno sono sorti i primi moduli abitativi dove già vivono alcune famiglie. Gli altri sono in albergo nelle località costiere. Alcuni sono rimasti nelle tende spesso per loro volontà. Passando con la macchina poco fa ho visto una signora seduta fuori l’uscio della sua nuova casa. Fissava il vuoto. Il sindaco ha organizzato nei giorni scorsi il festival delle Ciaramelle. Lo leggo in un manifesto affisso vicino ai giardini pubblici. A pochi metri, dove si entra nell’inferno di polvere, sempre il sindaco ha fatto mettere un cartello di divieto di selfie. “Che orrore”. Ovunque macerie.

“Un anno e ancora siamo messi così” 

“Sembra successo ieri” la signora di prima aveva ragione. “I lavori vanno a rilento, io sono qui da un anno e ancora siamo messi così”. Quel vigile dagli occhi azzurri – faccia da angelo – ha visto cose bruttissime. Non ha molta voglia di raccontare, ma racconta ugualmente tra pause che sembrano infinite mentre poco distanti, le gru alzano cenere. “Quattro morti nella villa verde all’angolo che ora non c’è più”. Ora al suo posto c’è un giardino di pietre. “Il terremoto del 30 ottobre ha finito di distruggere quel poco che era rimasto in piedi. Non si capisce niente, un decreto dietro l’altro. Dopo un anno le macerie sono ancora qui. Il sisma ha avuto la potenza di un bombardamento. Ne ho tirati fuori di morti da lì sotto, quella notte”. Lui ricorda i suoi, non quelli dei colleghi. Ricorda anche quanti ne ha estratti vivi. “Oggi la responsabilità del recupero è spalmata su vari organi – aggiunge – non si capisce chi stia facendo cosa”. La mappa dell’orrore. Sui ritardi degli scavi incidono molti fattori. “Non sottovalutiamo lo smaltimento delle rovine – continua il vigile -. Poi la gente viene a fare richieste assurde: giorni fa una signora è venuta a chiederci di recuperare un materasso”. Dopo un anno. Un materasso. Ricordi.
 
Recupero la macchina parcheggiata davanti all’hotel Il Castagneto. Finestre aperte. Nel giardino dove cresce solo erba, sedie a terra rovesciate su un fianco. A pochi metri ancora case sventrate. Cucine che non hanno pareti. Balconi piegati. Montagne di pietre. Luoghi rimasti senza vita.

Retrosi, il borgo fantasma 

Risalgo verso Campotosto. Arrivo a Borgo Retrosi, sezione di Amatrice. Città fantasma. Qui non è morto nessuno. Grazie – si dice – al commerciante perugino Angelo Zaroli il quale aveva realizzato un albergo diffuso, Villa Retrosi, che inglobava l’intero borgo, prendendosi carico della restaurazione di circa 90 dei 114 edifici. Che quella notte hanno resistito al sisma. Tutti salvi i ventotto ospiti. Nessuna vittima tra i trentuno abitanti. I quali oggi sperano nel progetto Retrosi Rinasce per lo sviluppo di un piano di recupero. Le forti scosse dei mesi successivi (ottobre e gennaio) hanno finito di danneggiare ciò che restava. La strada che sale è un tappeto di ruderi. Ai suoi lati edifici di pietra in frantumi. Della piccola chiesa resta solo la facciata. Il rosone incornicia l’azzurro del cielo. Oltre non c’è più niente. Non sono piovute bombe. Eppure sembra la scena di un bombardamento. Polvere e silenzio.

Sopra la diga di Campotosto, il bellissimo lago artificiale nel cuore dei Monti della Laga. L’omonimo borgo non esiste più. Dal 2009. Il terremoto dell’Aquila lo ha distrutto. Ha retto solo il campanile. Anche qui.
 
Eppure negli ultimi anni Campotosto stava rinascendo. Lentamente. Poi il terremoto del 18 gennaio scorso è un duro colpo per una cittadina già provata. La neve che impedisce alla gente di uscire di casa. Il parroco che si lancia dal secondo piano per mettersi in salvo e cade sul morbido manto bianco; quell’omone tanto alto se la cava con qualche ferita, sopravvive a un infarto. Nessuna vittima. I campotostani ricominciano da capo. Erano cinquecento, sono rimasti in quaranta. In questi ultimi mesi hanno resistito al freddo. Il rischio di un “effetto Vajont” causato da una faglia che si era attivata sotto la diga dopo il sisma – hanno superato pure quello. Allarme rientrato.

“Lo stato ci ha abbandonato”

Nella piazza del comune, all’ombra della Torre, oggi sorgono alcuni prefabbricati: le poste, la farmacia. Un negozio di alimentari. La proprietaria si chiama Francesca, ha poco più di cinquant’anni. Mi prepara un panino al prosciutto e formaggio. Non mi sembra di averne mangiato uno più buono in vita mia. “Ho riaperto da qualche giorno”. Un’unica finestra che affaccia sul borgo in frantumi. “I turisti ci sono, vengono a visitare il lago. Certo, lasciano soprattutto i rifiuti che poi tocca a noi smaltire, ma un po’ si lavora”. Dietro al bancone, Francesca racconta. Capelli raccolti, occhi stanchi. “Mio padre era di Campotosto. Mio marito si innamorò del borgo, e così anni fa decidemmo di lasciare Roma e di trasferirci qui. Nel 2009 abbiamo perso tutto, casa e negozio. Poi mio marito è morto, e con mia figlia abbiamo ricominciato. Avevamo finalmente riaperto il negozio ma dopo la scossa di gennaio per la forte nevicata abbiamo dovuto ricomprare tutto. Ero a casa quella mattina”.

Francesca vive in uno dei moduli abitativi realizzati da Berlusconi dopo il terremoto dell’Aquila. “Le neve altissima, non riuscivo ad aprire la porta di casa, eravamo murate dentro. Per fortuna da noi l’elettricità non è saltata così abbiamo potuto riscaldarci, altrimenti saremmo morte di freddo”. Francesca ha riaperto il suo negozio all’interno di una struttura provvisoria, in attesa di un locale vero e proprio. Lavorerà solo pochi giorni. Poi, finito agosto, chissà. “Lo Stato ci ha abbandonato. Spalmano i decreti all’infinito, il governo non eletto non fa niente. Niente. Ma almeno siamo vivi. Da qui non me ne vado, troppi ricordi”. Un sorriso amaro si apre tra le pieghe del viso. Ha imparato a contenere la commozione  – Francesca.
 
Fuori, al sole, Oreste è seduto sull’unica panchina della piazza. “Che ci vuoi fare, è la natura. Campotosto era il borgo più bello d’Italia”. Questo signore anziano vive all’Aquila. Continua a venire qui in vacanza, si arrangia nel garage. “Almeno adesso fa caldo”. Campotosto si prepara già al prossimo inverno.  

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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