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Vie, statue e sacrari: il Sud come l'America 'riscrive' la storia nelle piazze

Giuseppe Garibaldi rischia la sorte del generale “sudista” Robert Lee. Le sue statue nel Meridione d’Italia non sono state ancora rimosse, ma se ne può parlar male. L’imponente bronzo che lo rappresenta in piedi, davanti alla Stazione centrale di Napoli, è stato spesso avvolto da striscioni, imbrattato da scritte di movimenti meridionalisti ed è insidiato dall’iniziativa di alcuni consiglieri comunali, che hanno avanzato a primavera scorsa la proposta di rinominare piazza Garibaldi intitolandola al principe Antonio de Curtis, in arte Totò, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo della morte.

La storia del Risorgimento, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, è stata riscritta negli ultimi anni a favore degli sconfitti in molte pagine importanti, mentre altre prima bianche o taciute sono state aggiunte, come quelle sui massacri perpetrati dalle truppe piemontesi dopo l’unificazione (o l’annessione) del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna.

Napoli scaccia il generale piemontese

L’iniziativa più significativa è del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, con la revoca della cittadinanza onoraria al generale Enrico Cialdini, “eroe” del Risorgimento ma che una successiva revisione – sine ira et studio – ha identificato come responsabile di crimini contro le popolazioni meridionali la cui efferatezza nemmeno i nazisti hanno eguagliato in Italia. Famigerata la rappresaglia contro i civili di Pontelandolfo e Casalduni nel Beneventano, nel 1861, lo stesso anno in cui l’ex capitale del Regno offriva la cittadinanza al generale. Alla revoca disposta dalla giunta De Magistris potrebbe seguire – perché chiesta a gran voce dall’opinione pubblica – la rimozione del busto di Cialdini dalla Camera di Commercio.

 

Laddove non intervengono le autorità si muove uno spontaneismo trasversale, non definibile con le tradizionali etichette politiche benché assai variegato. Piazza Garibaldi a Napoli è stata rinominata un paio di anni fa da un gruppo di attivisti, che hanno preparato targhe di marmo del tutto simili a quelle vigenti e le hanno infisse nottetempo. Piazza Garibaldi è diventata Piazza della Ferrovia. Corso Garibaldi è stato ribattezzato Corso Ferdinando II Re di Napoli. Una bravata ma non troppo.

Sono molte le amministrazioni comunali che nell’ex territorio delle Due Sicilie hanno modificato la toponomastica ufficiale. A Minturno (oggi provincia di Latina) c’è via Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicilie e sono state inaugurate una via Carlo III di Borbone e una via Francesco e Maria Sofia di Borbone (gli ultimi sovrani delle Due Sicilie). Qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa. A Caserta, Corso Trieste è stato rinominato Corso Ferdinando II. A Calvizzano la strada che costeggia l’alveo Camaldoli – realizzato dai Borbone – è stata anch’essa intitolata a Carlo III (che da sempre conta una importante piazza a Napoli dove sorge il gigantesco Albergo dei Poveri).

Una statua per re Ferdinando e un Sacrario a Gaeta

Il comune di Battipaglia ha fatto di più: a Ferdinando II è stata eretta una statua in una omonima piazza. Venafro, in Molise, ha intitolato una strada a Francesco II. Non sono solo le amministrazioni comunali né i movimenti spontanei a intervenire nella riscrittura, anche su bronzi e marmi, della storia. Nel 2014 nella cattedrale di Gaeta il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, di cui è Gran Maestro il principe Carlo di Borbone, ha eretto un Sacrario che raccoglie i resti dei soldati che morirono per re Francesco nell’assedio con cui l’ultimo monarca si congedò dal Regno (mentre i cannoneggiamenti del generale Cialdini violavano anche le regole più umanitarie), resistendo fino al 13 febbraio 1861.

Nei nomi delle strade emergono i ricordi – o la nozione, perché sono in molti a non sapere – di atrocità omesse dalla narrazione scolastica: il comune di San Giorgio a Cremano, ora quello di Napoli hanno intitolato una piazza ai Martiri di Pietrarsa. Sono i quattro operai delle omonime officine, già fiore all’occhiello delle ferrovie borboniche, i quali il 6 agosto 1863 manifestarono per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Furono uccisi dalle pallottole dei bersaglieri “italiani” e i feriti furono decine. Ma mentre tutti ricordano l’eccidio di Portella della Ginestra nel 1947, su quello di Pietrarsa era calato l’oblìo. Se targhe e monumenti servono a qualcosa, questo è un caso esemplare.

La revisione è incentivata anche nelle università: “L’Ordine Costantiniano assieme all’Ancci (Associazione Nazionale Cavalieri Costantiniani Italiani) ha istituito delle borse di studio per tesi di laurea sul Regno delle Due Sicilie. Ne abbiamo di recente premiate dodici”, racconta all’AGI l’avvocato Franco Ciufo, segretario nazionale dell’Ancci e delegato per l’Ordine degli Abruzzi e Molise. “Con l’Associazione Neoborbonica, organizziamo anche visite nelle scuole per riproporre a docenti e studenti una rivisitazione più accurata del nostro comune passato”.

A un meticoloso lavoro storico si è dedicato con molti volumi il giornalista Gigi Di Fiore, il quale si dice tuttavia contrario alla rimozione dei monumenti e ai cambiamenti toponomastici: “Bisogna distinguere la memoria dalla storia. Non sempre sono sovrapponibili, anche se mi sembra paradossale che ogni città italiana debba avere una via Roma e una via Garibaldi. Ma questo è il frutto di un tentativo strenuo di dare all’Italia una identità condivisa dopo il 1860, quando proprio non ce l’aveva. E per accettare l’unificazione sotto le insegne del Piemonte era necessario denigrare gli Stati preunitari”.

Di Fiore traccia una differenza con quanto accade in America: “Gli Stati Uniti sembravano esenti dai conflitti cui assistiamo adesso, grazie alla grande riconciliazione voluta dal presidente Lincoln, che riuscì a rendere compatibili una memoria del Nord e una memoria del Sud: c’è per esempio a New Orleans un bellissimo Museo della Confederazione. Ma attenti – avverte Di Fiore – a non indulgere a una visione superficiale della storia. Non si può ridurre tutto a schemi tipo antischiavisti contro schiavisti, bisogna piuttosto ricordare i fortissimi interessi divergenti che andavano al di là di schemi ideologici. La complessità dei processi storici, se semplificata troppo, genera solo insanabili contrapposizioni come quelle attuali”.

Cauto anche lo storico pugliese Valentino Romano: “La storia va rivista e non semplicemente rimossa, altrimenti ripeteremmo ciò che hanno fatto i Savoia. L’esempio ideale mi sembra quello del piccolo comune di Biccari in provincia di Foggia: ha ribattezzato una strada dedicandola ai Martiri di Pontelandolfo, ma ha conservato l’indicazione ‘già via Nino Bixio’”. La statua di Garibaldi dalla piazza di Napoli, però, Romano la sposterebbe. Così pensa anche Lucilla Parlato, direttore della testata “Identità Insorgenti”, che coagula le voci di gruppi, movimenti e collettivi sul territorio: “La presenza di quella statua proprio davanti alla stazione di Napoli è poco tollerabile. La revisione storica è importante anche nella toponomastica, purché la memoria sia sempre riportata al presente, altrimenti è solo sterile sguardo all’indietro. Perché è il passato che vive ancora nell’oggi e lo condiziona. La Terra dei Fuochi dimostra che moriamo sempre di Italia per i patti tra aziende del Nord e camorra”.

Il ritorno dei “briganti”

C’è intanto chi caldeggia il ‘Giorno della memoria’ per le vittime del Risorgimento, come il Movimento 5 Stelle con mozioni nei Consigli regionali di Campania, Puglia, Molise, Basilicata e Abruzzo. L’iniziativa è stata condivisa da altre forze politiche, ma suscitando critiche: lo storico Francesco Barbagallo parla di “politica ridotta ad avanspettacolo”, di “neo-sudismo dei cinque stelle”, di un “leghismo sudista” coi rischi del ribellismo brigantesco.

A un “brigante”, meglio dire a un insorgente, il Consiglio comunale di Cerreto Sannita ha dedicato una piazza: Cosimo Giordano. Era nativo di là. Come lui migliaia furono protagonisti, anche nolenti, di una disperata opposizione ai “piemontesi”. Scrisse Carlo Alianello, precursore di tanta revisione storica nel saggio “La conquista del Sud” del 1972: “I cafoni erano ai campi o sulla montagna, magari con la zappa al braccio e il fucile a tracolla e, quando erano presi, colpevoli o innocenti, la loro sorte era segnata: quattro palle nella schiena e addio”.       

 

      

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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