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Viva la blasfemia! Libertà di espressione contro ogni fondamentalismo

Nel mondo ci sono paesi dove per una bestemmia si rischia addirittura la vita, ma anche nei paesi più secolarizzati la blasfemia è ancora un reato punibile, come in Italia, con un’ammenda. È giunto il momento di porre un termine a questo insopportabile privilegio religioso. Anticipiamo una parte dell’intervento che Cinzia Sciuto, in dialogo con Maryam Namazie, terrà sabato 6 maggio a Reggio Emilia nell’ambito delle Giornate della laicità.

di Cinzia Sciuto 

La posizione privilegiata delle religioni

Quella che vedete qui a fianco è Lindsay Miller e quello che ha sulla testa per noi tutti è un semplice scolapasta, ma per Lindsay Miller è il simbolo della sua religione, il pastafarianesimo. Per chi non lo conoscesse il pastafarianesimo, è una religione fondata dal fisico statunitense Bobby Henderson, il quale, nel giugno 2005, per protestare contro la decisione del ministero per l’Istruzione del Kansas di introdurre il creazionismo nei corsi di scienze come un’alternativa alla teoria dell’evoluzione, chiese formalmente che anche la teoria della Chiesa degli spaghetti volanti sull’origine dell’uomo venisse inserita nei programmi scolastici. Da allora i pastafariani si sono diffusi in tutto il mondo e continuano a portare avanti battaglie legali e campagne mediatiche per mettere a nudo il regime di privilegio di cui godono le religioni.

In Massachussets, dove vive Lindsay Miller, così come in molti altri Stati, le foto con i copricapi sui documenti sono vietate, ad eccezione che per motivi religiosi. E poiché per Lindsay Miller lo scolapasta è un simbolo religioso, ha ottenuto il permesso di avere una foto con uno scolapasta in testa sulla patente.

Si tratta di un piccolo esempio, un po’ paradossale, che mette in evidenza il regime di privilegio di cui godono le religioni anche in società secolarizzate, una sorta di «eccezione religiosa». In molte norme del nostro ordinamento, a partire dalla Costituzione, come fa notare Stefano Rodotà, la religione è sempre associata alle convinzioni filosofiche, all’appartenenza politica, alla lingua e all’essere parte di una minoranza. “L’entrata laica della religione nello spazio pubblico – scrive Rodotà – avviene in condizione di parità, non attraverso l’attribuzione di un qualsiasi privilegio” (Perché laico, Laterza, p. 21). Mentre nei fatti essa gode di una posizione privilegiata.L’esempio di Lindsay Miller lo dimostra, ma la nostra vita quotidiana è piena di casi in cui la religione viene trattata in maniera diversa da qualunque altro sistema di pensiero/opzione politica, filosofica o spirituale: alla religione concediamo quello che non consentiamo a nient’altro. A partire dal battesimo, iscrizione forzata a un’associazione di un minore di norma in un’età in cui è completamente incapace di intendere e di volere. Un «rito di iniziazione» talmente diffuso da apparirci del tutto innocuo, eppure basterebbe riflettere su come reagiremmo se si sottoponessero i neonati a riti di iniziazione in un qualsiasi altro contesto, per esempio se li iscrivessimo a un partito politico alla nascita. In alcuni paesi, peraltro, con il battesimo si compie già una scelta che avrà significative conseguenze nella vita del futuro adulto: in Germania, per esempio, tutti i battezzati al momento in cui riscuotono i loro primi redditi versano automaticamente le Kirchensteuer, le tasse alla Chiesa cui sono iscritti o, meglio, a cui i loro genitori li hanno iscritti. Si può smettere di versarle solo lasciando formalmente la Chiesa. Ma gli esempi sono tanti, dall’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche (che, lo ricordiamo, è per legge un insegnamento confessionale e non storico-critico[1]) all’assistenza religiosa negli ospedali o nelle caserme, dalle visite pastorali nelle scuole alla benedizione delle case, fino ai privilegi accordati ai ministri di culto che, per fare solo un esempio, possono liberamente circolare «per servizio» con la propria autovettura durante i giorni di blocco del traffico. Per non parlare, poi, per quanto riguarda l’Italia, dell’8 per mille, costruito con un meccanismo grazie al quale la Chiesa cattolica prende molto più di quello che i suoi fedeli le versano[2].

La pretesa di “rispetto”

Uno dei maggiori privilegi di cui godono le religioni è la loro pretesa di «rispetto», un rispetto maggiore – ça va sans dire – di quello riservato a qualunque altro sistema di pensiero. La blasfemia è considerata un oltraggio intollerabile, ben più grave di una equivalente offesa a qualunque altra «cosa» che non si autoproclami religiosa. In Italia la bestemmia è oggetto dell’articolo 724 del Codice penale che recita: «Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da cinquantuno euro a trecentonove euro». Al netto della propria personale fede, si converrà che definire «la Divinità» è operazione alquanto ardua, nella quale i giudici si sono però dovuti avventurare per stabilire i limiti di applicazione della norma. Per esempio, è stato stabilito da varie sentenze che bestemmiare la Madonna non è reato, non trattandosi tecnicamente di «Divinità». Evidentemente la madre di Dio può essere bestemmiata impunemente. Ironia a parte, è palese l’arcaicità di queste norme, che perpetuano una condizione privilegiata delle religioni ormai del tutto fuori tempo.

L’argomento principale a sostegno di queste leggi è che chi offende una divinità offende i sentimenti religiosi di coloro che in quella divinità credono. È quello che ha di recente sostenuto il grande Imam della Università di al-Azhar al Cairo Muhammad al-Tayyib, una delle figure più importanti dell’islam sunnita (che è anche l’islam più diffuso al mondo) in una intervista a Die ZeitAlla domanda: “È lecito scherzare su Dio e sul Profeta?” ha risposto: “Questo non è consentito né nell’islam né in altre religioni. Scherzare su Dio apre la porta a molti mali e per questo deve essere punibile. Non è lecito ridere su Dio e sui credenti, perché suscita avversione nei confronti di altre persone. Dovremmo invece rispettarci l’un l’altro e avere attenzione anche per quello in cui non crediamo. Se c’è una linea rossa che vale per tutti allora il Profeta sta dietro quella linea rossa”.

Il punto però è che i limiti del diritto di espressione e di critica in uno Stato liberale devono essere i più ampi possibile, definiti esclusivamente dalla diffamazione o dall’istigazione a commettere reati, devono valere erga omnes, e non dovrebbe essere necessaria un tutela speciale per le religioni, che ovviamente si configura come una forma di privilegio e, in quanto tale, di discriminazione. Soprattutto, questi limiti non possono essere stabiliti da chi da quella critica si sente offeso, è evidente. Per i Pastafariani, essendo il loro Dio il Mostro degli Spaghetti volanti, la bestemmia più grave è “Dio Scotto” e non si vede perché il Profeta Maometto debba stare dietro la “linea rossa” e il Dio degli Spaghetti volanti no. Proprio facendo leva su questa differenza di trattamento, la Chiesa pastafariana italiana hanno messo in piedi di recente una campagna per l’abolizione delle leggi contro la blasfemia in tutto il mondo. Se in Italia infatti rischiamo “solo” di pagare una multa, in alcuni paesi del mondo si rischia molto di più: in alcuni persino la pena di morte.

Blasphemy laws worldwide

Fonte: Conquistador, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38334582 

L’accusa strumentale di islamofobia

Su una cosa ha ragione l’imam del Cairo: questa pretesa di rispettoso ossequio è avanzata da tutte le religioni. È anche vero però che, mentre la critica alla Chiesa cattolica e al cristianesimo in generale – forte di secoli di battaglie laiche – è ormai considerata legittima, quella nei confronti dell’islam – trattandosi della religione di una minoranza che subisce spesso discriminazioni razziali – è sovente messa a tacere con la tanto generica quanto strumentale accusa di «islamofobia».

Il Council of Ex-Muslims of Britain (CEMB) è un’associazione fondata da Maryam Namazie che raccoglie persone provenienti da paesi a maggioranza musulmana che hanno abbandonato l’islam (o che non sono mai stati musulmani) e che portano avanti una battaglia per la libertà di espressione e l’abolizione dei reati di apostasia e di blasfemia in tutto il mondo. L’8 e 9 luglio 2017 ha partecipato al Gay Pride di Londra esponendo cartelli con slogan come «Allah è gay», «Viva l’apostasia», «Basta con l’odio e la violenza islamica contro i gay». Alcuni dei cartelli erano rivolti contro la moschea di Londra, esplicitamente accusata di «incitare a uccidere i gay».

La moschea ha successivamente diffuso un comunicato in cui ha a sua volta accusato il CEMB di promuovere l’«islamofobia». Il CEMB ha confermato le sue accuse, ricordando come in passato la moschea avesse ospitato predicatori che hanno espressamente inneggiato alla persecuzione di apostati e gay. Ma, soprattutto, il CEMB ha rimandato al mittente l’accusa di «islamofobia», una parola, si legge nel comunicato diffuso dall’associazione, «fuorviante e ipocrita, che mischia la critica a un insieme di credenze (islam) o alla destra religiosa (islamismo) con l’intolleranza nei confronti di un gruppo di persone (i musulmani)». Un’accusa «ironica», dichiarano al CEMB, visto che in quanto ex musulmani in gran parte provenienti da paesi a maggioranza musulmana, si trovano essi stessi spesso vittime di razzismo.

La cosa grave e sorprendente non è tanto la prevedibile reazione della moschea quanto quella degli organizzatori del Gay Pride: in seguito alle proteste della moschea, hanno infatti inviato una lettera al CEMB, annunciando che avrebbero avviato delle verifiche per capire se alcuni dei cartelli esposti violassero il codice di condotta del Pride, con la possibile esclusione del CEMB dal Pride del 2018. Per fortuna questa censura non si è concretizzata e il CEMB parteciperà al Gay Pride anche quest’anno, ma il solo fatto che se ne sia discusso è estremamente indicativo del clima che si crea quando a essere criticato è l’islam. Accusare chi denuncia gli omofobi tra le fila musulmane di fomentare l’odio contro i musulmani in quanto tali è un evidente nonsense.

Questa vicenda è solo uno dei tanti esempi che si possono fare sull’uso strumentale dell’accusa di islamofobia. Criticare anche in maniera molto provocatoria e radicale non solo l’uso politico di una religione, ma una determinata religione in sé o le religioni in generale è un diritto umano fondamentale e non può essere equiparato tout court a un invito alla intolleranza nei confronti dei credenti.

Per concludere, e tornando alla questione della blasfemia, il nostro incontro si intitola un po’ provocatoriamente “Viva la blasfemia!” non perché vogliamo incitare alla bestemmia, ma perché finché al mondo ci sarà anche solo una persona che rischia la vita per quella che qualcun altro considera un’offesa alla propria sensibilità religiosa, varrà la pena lottare per la libertà di espressione e di critica. Che la bestemmia – come recita il Catechismo della Chiesa cattolica – sia per i credenti un peccato grave è legittimo e comprensibile. Quello che è incomprensibile, nel 2018, è che un peccato sia ancora considerato reato.

NOTE

[1] Come stabilisce il protocollo addizionale all’accordo di modifica del Concordato del 1984 fra la Santa Sede e la Repubblica italiana: «L’insegnamento della religione cattolica […] è impartito – in conformità alla dottrina della Chiesa e nel rispetto della libertà di coscienza degli alunni – da insegnanti che siano riconosciuti idonei dall’autorità ecclesiastica, nominati, d’intesa con essa, dall’autorità scolastica».

[2] Le cosiddette quote non espresse (ossia quelle di coloro che non effettuano nessuna scelta esplicita di destinazione dell’8 per mille) non rimangono infatti ai cittadini ma vengono ripartite in proporzione alle quote espresse. E poiché queste ultime sono in larga misura a favore della Chiesa cattolica, a questa spetta anche una larga fetta delle quote non espresse.

(2 maggio 2018)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/viva-la-blasfemia-liberta-di-espressione-contro-ogni-fondamentalismo/

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