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Voltaire, storia universale della menzogna

Articolo di Armando Massarenti (Sole 17.9.17) “sul libro di Voltaire, Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni , a cura di Domenico Felice. Einaudi, I Millenni, Torino, € 150 ). Ampio stralcio delle conclusioni del «Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni» di Voltaire intitolate «Riassunto di tutta questa storia fino al tempo in cui comincia il bel secolo di Luigi XIV»” «Presso tutte le nazioni, la storia è sfigurata dalla favola: la filosofia trova gli uomini così accecati che fatica con la ragione a disingannarli»”

“”Ho percorso questo vasto teatro delle rivoluzioni a partire da Carlo Magno, e persino risalendo spesso molto piú indietro, fino al tempo di Luigi XIV. Quale sarà il frutto di questo lavoro? Quale profitto si trarrà dalla storia? Vi si sono visti i fatti e i costumi; vediamo quale vantaggio ci verrà dalla conoscenza degli uni e degli altri.
Sui fatti storici. Un lettore di buon senso si accorgerà facilmente di dover credere solo ai grandi avvenimenti che hanno qualche verosimiglianza, e considerare con disprezzo tutte le favole di cui il fanatismo, lo spirito romanzesco e la credulità hanno riempito in ogni tempo la scena del mondo. Costantino trionfa sull’imperatore Massenzio; ma certamente non gli apparve un labarum tra le nubi, in Piccardia, con un’iscrizione in greco. Macchiato di assassinî, Clodoveo si fa cristiano e commette nuovi assassinî; ma né una colomba gli reca un’ampolla per il suo battesimo né un angelo scende dal Cielo per consegnargli uno stendardo. Un monaco di Chiaravalle può predicare una crociata, ma bisogna essere stolti per scrivere che Dio fece miracoli per mano di questo monaco al fine di assicurare il successo di quella crociata, che fu tanto sfortunata quanto follemente intrapresa e mal condotta. Il re Luigi VIII può morire di tisi, ma solo un fanatico ignorante può dire che gli amplessi di una ragazza l’avrebbero guarito e che egli morí martire della sua castità.
Presso tutte le nazioni, la storia è sfigurata dalla favola, sino a che la filosofia viene alla fine a illuminare gli uomini; e quando finalmente giunge in mezzo a quelle tenebre, la filosofia trova gli spiriti talmente accecati da secoli di errori che riesce appena a disingannarli; trova cerimonie, fatti e monumenti istituiti per certificare menzogne. In che modo avrebbe potuto, per esempio, un filosofo, nel tempio di Giove Statore, persuadere la plebe che Giove non era disceso dal Cielo per fermare la fuga dei Romani? Nel tempio di Castore e Polluce, quale filosofo avrebbe potuto negare che questi due gemelli avessero combattuto alla testa delle truppe? Non gli avrebbero mostrato l’impronta dei piedi di codesti due dèi conservata sul marmo? I sacerdoti di Giove e di Polluce non avrebbero forse detto a quel filosofo: «Criminale miscredente, non siete forse costretto ad ammettere, vedendo la colonna rostrale, che abbiamo vinto una battaglia navale di cui questa colonna è il monumento? Ammettete dunque che gli dèi sono scesi sulla Terra per difenderci e non bestemmiate i nostri miracoli dinanzi ai monumenti che li attestano».
È cosí che, in ogni tempo, ragionano l’impostura e l’imbecillità. Una principessa idiota costruisce una cappella dedicata alle undicimila vergini; il vicario parrocchiale non dubita che le undicimila vergini siano esistite e fa lapidare la persona di buon senso che ne dubita. I monumenti provano i fatti solo quando questi fatti verosimili ci vengono trasmessi da contemporanei illuminati.[…]
Sui costumi asiatici paragonati ai nostri. Nel corso di tante rivoluzioni, si è potuto notare che, in Europa come in Asia, si sono formati popoli quasi selvaggi nelle contrade un tempo piú civilizzate. Una certa isola dell’Arcipelago egeo, uno straniero vede passare il bene di suo padre al fisco regio, sussiste ancora in tutti i regni cristiani, a meno che non vi si deroghi con accordi specifici. Noi pensiamo ancora che, in tutto l’Oriente, le donne siano schiave perché sono vincolate a una vita domestica. Se fossero schiave, alla morte dei loro mariti sarebbero dunque costrette a mendicare; ciò non avviene: esse hanno dappertutto una porzione dei beni stabilita dalla legge e ottengono questa porzione in caso di divorzio.
Da un capo all’altro del mondo, trovate leggi istituite per il mantenimento delle famiglie. Esiste dappertutto un freno imposto al potere arbitrario dalla legge, dalle usanze o dai costumi. Il sultano turco non può né apportare cambiamenti alla moneta né destituire i giannizzeri né immischiarsi in quanto avviene all’interno dei serragli dei propri sudditi. L’imperatore cinese non promulga alcun editto senza la sanzione di un tribunale. In ogni Stato, si subiscono dure violenze. I gran visir e gli itimadulet commettono omicidî e rapine, ma non sono autorizzati a farlo dalle leggi piú di quanto non lo siano gli Arabi e i Tartari nomadi a depredare le carovane.
La religione insegna la stessa morale a tutti i popoli senza alcuna eccezione: le cerimonie asiatiche sono bizzarre e le credenze assurde, ma i precetti sono giusti. Il derviscio, il fachiro, il bonzo e il talapoin dicono dappertutto: «Siate equi e caritatevoli». Al popolo minuto della Cina si rimproverano molti atti sleali nel commercio: forse è incoraggiato a questo vizio dal fatto di poter acquistare, per poco denaro, dai suoi bonzi l’espiazione di cui crede di aver bisogno. La morale che gli viene suggerita è buona; perniciosa è l’indulgenza che gli viene venduta.
Invano alcuni viaggiatori e alcuni missionari ci hanno rappresentato i sacerdoti d’Oriente come predicatori dell’iniquità; questo significa calunniare la natura umana: non è possibile che mai esista una società religiosa istituita per indurre al delitto. […] Non meno sbagliato è credere che la religione dei musulmani si sia affermata solo grazie alle armi. I maomettani hanno avuto i loro missionari in India e in Cina, e la setta di Omar combatte la setta di Alí a parole fin sulle coste del Coromandel e del Malabar.
Da questo quadro risulta che ciò che è intimamente collegato alla natura umana si assomiglia da un capo all’altro del mondo; che tutto ciò che può dipendere dalla consuetudine è diverso, e che è un caso se è simile. L’impero della consuetudine è molto piú vasto di quello della natura: si estende ai costumi e a tutte le usanze; diffonde la varietà sulla scena del mondo; la natura vi diffonde l’unità e stabilisce dappertutto un piccolo numero di principî invariabili: perciò, il terreno è dappertutto lo stesso, ma la coltivazione produce frutti diversi.
Poiché la natura ha posto nel cuore degli uomini l’interesse, l’orgoglio e tutte le passioni, non sorprende che si sia vista, in un periodo di circa dieci secoli, una sequenza quasi ininterrotta di delitti e di disastri. Se risaliamo alle epoche precedenti, esse non sono migliori. La consuetudine ha fatto sí che il male sia stato compiuto da ogni parte in maniera differente.
In base al quadro che abbiamo tracciato dell’Europa dal tempo di Carlo Magno ai nostri giorni, è facile giudicare come questa parte del mondo sia incomparabilmente piú popolata, piú civilizzata, piú ricca e piú illuminata di quanto non lo fosse allora, e che essa sia anche molto superiore a ciò che era l’Impero romano, se si esclude l’Italia. […]
Una delle ragioni che, in generale, hanno contribuito a popolare l’Europa è il fatto che, nelle innumerevoli guerre che tutte le province hanno patito, le nazioni vinte non sono state deportate. Carlo Magno spopolò, a dire il vero, le rive del Weser; ma si tratta di un piccolo cantone che con il tempo si è ristabilito. I Turchi hanno deportato molte famiglie ungheresi e dalmate, cosicché quei paesi non sono abbastanza popolati; e la Polonia manca di abitanti solo perché là il popolo è ancora schiavo. In quale stato florido sarebbe dunque l’Europa senza le guerre continue che la sconvolsero per interessi futilissimi e spesso per piccoli capricci! A quale grado di perfezione sarebbe giunta la coltivazione delle terre, e quanto maggiore aiuto e agiatezza avrebbero dispensato nella vita civile le arti che lavorano questi prodotti, se non si fosse sepolto dentro i chiostri quello stupefacente numero di uomini e di donne inutili! Uno spirito umanitario nuovo, che è stato introdotto nel flagello della guerra e che ne mitiga gli orrori, ha contribuito inoltre a salvare i popoli dalla distruzione che pare minacciarli in ogni istante.
Quando conosce le arti e quando non è sottomessa e deportata dagli stranieri, una nazione risorge facilmente dalle sue rovine e si ristabilisce sempre.
Voltaire
Sebbene Voltaire non abbia mai davvero pronunciato il più famoso dei suoi aforismi – «disapprovo la tua idea, ma combatterò fino alla morte perché tu possa esprimerla liberamente» – è proprio la difesa della libertà di espressione, unita alla parola d’ordine écrasez l’Infame, schiaccia l’infame (cioè le chiese e il fanatismo religioso), il tratto che contraddistingue più di ogni altro la sua intera opera, ed è l’esito naturale di ogni riflessione e ricostruzione contenuta nel Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, concepito nel 1740 e pubblicato per la prima volta nel 1753, di cui esce in questi giorni la pregevole edizione nei Millenni Einaudi: due volumi per quasi duemila pagine in cui l’autore presenta, in 197 capitoli, un affresco delle civiltà umane e della loro storia. A partire dalla Cina, considerata, sulla scorta delle scoperte dei gesuiti, la civiltà che ha anticipato buona parte delle nostre invenzioni, ben più antica e stabile nel rispetto delle leggi – in epoca moderna a Voltaire solo il sistema inglese, dopo l’istituzione della Camera dei Comuni, pare promettente, – la sola che sia stata capace, grazie al confucianesimo, di instillare in maniera costante i principi morali e del buon governo in una popolazione dove le élite venivano selezionate in base al merito. Altri 53 brevi capitoli costituiscono il compendio intitolato La filosofia della storia, un’espressione che avrebbe avuto grande fortuna a partire da Hegel che ricalcò sul Saggio volterriano la sua monumentale storia dello spirito umano, introducendo però un elemento finalistico molto ideologico: per cui ritornare a Voltaire può essere oggi, sia detto per inciso, un utile toccasana per tentazioni alla Fukuyama di dichiarare improbabili fini della storia. Voltaire intendeva, più modestamente, mettere al servizio della storia umana, oltre alle proprie straordinarie doti letterarie, una filosofia capace di smascherare, attraverso la ragione e lo spirito critico, le infinite assurdità che erano contenute nelle ricostruzioni correnti, le quali non si preoccupavano di distinguere i fatti (più o meno probabili) dai pregiudizi, la superstizione, le dicerie, le favole irrazionali, i veri e propri imbrogli del potere religioso e politico. La ragione è anche riconosciuta come un sia pur fragile fattore di progresso, che si manifesta a sprazzi in una umanità in cui prevale l’opinione fallace e incontrollata. La religione, d’altro canto, di cui Voltaire riconosce nelle culture più diverse una base morale universale, si manifesta però in varie forme di fanatismo, di violenza e di oscurantismo. Eppure, da deista, così riassume le motivazioni di un buon temperamento umano: «È la grazia che spinge il cristiano ad agire mentre la ragione muove il filosofo». E con eguale grazia la ragione, la filosofia, è pronta a riconoscere certe abilità intrinseche alla natura umana, non solo in ambito morale, che vengono prima della stessa riflessione razionale. «Anche in quei secoli rozzi [il Medioevo] si ebbero invenzioni utili, frutto di quella propensione alla meccanica che la natura dà a certi uomini, alquanto indipendentemente dalla filosofia». «Chiunque vuole leggere la storia come cittadino e come filosofo»… «Vorrà sapere come le arti, le manifatture si sono formate; seguirà il loro passaggio e il loro ritorno da un paese all’altro. I mutamenti nei costumi e nelle leggi saranno infine il suo grande oggetto d’interesse. Si conoscerà così la storia degli uomini invece di sapere una esigua parte della storia dei re e delle corti». In affermazioni come queste – osserva Roberto Finzi nell’ introduzione – Voltaire anticipa, a dispetto di chi considera l’Illuminismo un’epoca priva di senso storico, lo spirito della «nuova storia» novecentesca delle «Annales» e inaugura, dopo Montesquieu, quella che verrà chiamata «l’histoire de la civilisation», la storia dell’incivilimento. Una storia in cui, alla lunga, la società migliora e si perfeziona, ma sempre con scarse garanzie di successo per la ragione e per il pensiero critico. Nel Dizionario filosofico si racconta di un uomo che affronta con coraggio l’azione dei potenti (da John Law al papa al doge di Venezia al “mufti” di Costantinopoli) argomentando e mettendo in rilievo le contraddizioni di quei grandi della Terra, finendo via via in prigione e infine impalato. «Eppure – commenta Voltaire – aveva avuto sempre ragione».””

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