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Von Trotta e Hanna Arendt, la “banalita’ ” della buona tv

Articolo di Elisabetta Ambrosi (Fatto 31.1.15)

“”È andato in onda in prima assoluta giovedì sera – al termine di una settimana dedicata da Rai tre alla memoria – il film su Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta. E subito è finito tra gli hashtag twitter #latvchevorrei, nonostante le ironie dei webnauti su possibili reazioni della ministra Lorenzin, visto che la brava protagonista Barbara Sukowa fuma ininterrottamente per tutto il film. Il film avrebbe senza dubbio meritato un battage pubblicitario più insistente oltre che, impensabile utopia da noi, una proiezione in prima serata su Rai uno, magari seguita da un dibattito degno di questo nome. Perché la pellicola è una ricostruzione magnifica e fedele della figura della filosofa politica Hannah Arendt e in particolare degli anni della pubblicazione di uno dei suoi più celebri saggi, La banalità del male (pubblicato da Feltrinelli): una ricostruzione capace di semplificare il complesso pensiero della scrittrice tedesca, senza perdere in profondità né in rigore. Il film si svolge quasi tutto nella casa newyorkese della Arendt , dove si ritrovano, per discussioni filosofiche politiche che catturano chi guarda più di un thriller, gli amici tedeschi fuggiti dalle persecuzioni e quelli che la scrittrice conobbe sul posto, come la sua grande amica e scrittrice Mary McCarthy, interpretata da un’eccezionale Janet McTeer. “So che non mi perdonerei mai se non cogliessi questa opportunità”, dice la protagonista quando viene a sapere che Israele ha catturato il gerarca nazista Adolf Eichmann.
MA IL RACCONTO del processo di Gerusalemme spiazza completamente sia il giornale che le aveva commissionato gli articoli, The New Yorker, sia grande parte dei suoi amici. Criticando l’impostazione del pubblico ministero Gideon Hausner volta a fare un processo alla storia – mentre “solo una persona può essere giudicata” – Arendt sostenne che Eichmann non poteva essere considerato un “mefistofele” e paradossalmente neanche un antisemita. “Quest’uomo”, dice la filosofa ebrea nel film, mentre la sua casa si riempie di lettere di insulti e minacce di morte, “non ha niente di personale contro il popolo ebraico. Ha semplicemente rispettato la legge, facendo tutto ciò che un sistema omicida ha voluto da lui: per questo, sebbene consapevole, non si sentiva responsabile”. È quella che Arendt definì, appunto, la “spiazzante mediocrità del male” che nasce dalla cieca obbedienza a un sistema. Un richiamo alla natura storica e sociale della colpa, contro l’idea metafisico-medioevale di un male che nasce solo nell’oscurità delle coscienze. Certo che ci fu uno “spaventoso cedimento morale” ma fu un cedimento che – sottolinea Arendt con un’argomentazione che le costò l’avversione della comunità ebraica (e persino il tentativo dei servizi segreti israeliani di impedire la pubblicazione) – coinvolse anche parte delle vittime, e in particolare alcuni capi ebraici che, collaborando, contribuirono ad aumentare il numero delle vittime. Una serata, quella di giovedì su Rai tre, capace di distogliere gli animi dalle tristi trame quirinalizie, ma anche di ricordarci che è proprio stravolgendo un sistema, le sue leggi e i suoi contrappesi istituzionali che si creano le premesse per la catastrofe collettiva.””

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