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Web bad boys

Articolo di Federico Rampini sul suo prossimo libro “Rete Padrona — Amazon, Apple, Google & Co. Il volto oscuro della rivoluzione digitale” (Repubblica 17.8.14)

“”Un gigantesco ratto accoglie ogni mattina i giovani talentuosi che vanno a lavorare nella sede newyorchese di Google, al Chelsea Market. Qui il ratto di plastica gonfiabile è un’icona classica delle proteste sindacali, viene usato per denunciare vistosamente aziende che non rispettano i diritti dei lavoratori. Quel roditore in formato King Kong non è rivolto a Google bensì a una ditta edile che fa dei lavori nel palazzo. I dipendenti di Google, liberal e progressisti, simpatizzano con la protesta. Non li sfiora l’idea che quel ratto potrebbero gonfiarlo loro e portarselo in ufficio, per protestare contro il proprio datore di lavoro. In casa Google il sindacato non esiste. Non è mai esistito. Non è previsto. E per quei giovani con Master o Ph. D. nelle migliori università d’America, è normale così. Non si concepiscono come una categoria, ancor meno una “classe”, che potrebbe avere legittime rivendicazioni collettive. Ciascuno per sé, è il motto del carrierismo individuale che regna nelle aziende hi-tech. Salvo scoprire che il padrone è sempre un padrone. Proprio Google è stata colta in fallo, in collusione con Apple, in un maxi-processo ricco di colpi di scena. L’antefatto risale all’epoca in cui Steve Jobs era ancora vivo e al timone di Apple. Con il chief executive di Google, Eric Schmidt, fece un “patto di non aggressione”: tu non mi rubi i miei ingegneri, io non assumerò mai nessuno dei tuoi dipendenti. Un modo per congelare la mobilità, cancellare ogni concorrenza tra datori di lavoro, quindi evitare aumenti di stipendi. Condannati per cartello oligopolistico, i big della Rete hanno tentato di patteggiare, ma il giudice vuole infliggere una multa record, di miliardi. Nel frattempo le cronache estive si concentrano sulle malefatte di Amazon. Il suo fondatore Jeff Bezos è protagonista di una guerra senza quartiere contro editori e autori di libri.
I metodi di Amazon fanno paura, il colosso del commercio online è arrivato a cancellare dai propri listini i libri dei suoi nemici, per far calare le vendite e metterli in ginocchio. Decine di scrittori hanno denunciato i metodi ricattatori. Lo scontro ha avuto un risvolto “orwelliano”, quando Amazon ha chiamato in causa proprio il defunto George Orwell, l’autore anti-totalitario di 1-984 e La fattoria degli animali , cercando di usarlo a proprio sostegno. Salvo scoprire che Amazon aveva capovolto il pensiero di Orwell. Curioso destino, quello di Bezos. Ricordo bene quando nacque Amazon, perché di lì a poco io mi trasferii a vivere in California, nella prima New Economy. Divenni subito un cliente affezionato di Amazon. Il suo catalogo sterminato, la facilità d’uso del sito, la velocità e affidabilità delle consegne, il servizio dopo-vendita: Amazon ci trasportava in un mondo dove il lettore era sovrano, un sistema di vendita più efficiente rispetto alle catene di librerie-supermarket. Ma una volta messi in ginocchio i librai, Amazon ha gettato la maschera. Ormai vende di tutto. Sa tutto di noi consumatori. E vuole fare terra bruciata della concorrenza.
È una storia familiare. Ci sono passati tutti, senza eccezioni. Prima Bill Gates. Poi Steve Jobs. I fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin. Fino a Mark Zuckerberg di Facebook. Tre generazioni, con storie diverse. Ma unite dalla stessa parabola. I Ragazzi del Web cominciano sempre come degli idealisti. Nella generazione di Steve Jobs, la cultura era la stessa dei figli dei fiori, il movimento hippy esploso con la Summer of Love di San Francisco. Libertari, anti-autoritari, trasgressivi, ambientalisti, amici delle minoranze oppresse. Quei valori restano nel Dna della Rete: molti di questi capitalisti donano generosamente alle cause liberal, i matrimoni
gay o la lotta contro il cambiamento climatico. Ma come imprenditori, hanno finito per gettare la maschera: i ragazzi ribelli di ieri sono i monopolisti prepotenti di oggi. Google è alle prese con l’antitrust europeo. Facebook è accusato di usarci tutti come delle cavie di laboratorio: uno degli ultimi esperimenti è la manipolazione segreta di ciò che alcuni utenti mettono su Facebook, per studiare come i loro sentimenti possono essere influenzabili. La nostra privacy è terreno di scorribande sempre più spregiudicate. I nostri redditi pure: Google, Facebook, Twitter, sono i nuovi “aggregatori di contenuti” online, che dietro l’apparenza della gratuità stanno consolidando un nuovo contratto leonino. Saccheggiano i contenuti prodotti da altri (musica, spettacolo, immagini, informazione), non pagano il lavoro così utilizzato, e prelevano pedaggi pubblicitari e di marketing sul traffico in Rete.
Com’è stata possibile questa involuzione? Perché i giovani trasgressivi di ieri si sono trasformati nei Cattivi Ragazzi della Rete? In parte è un copione classico nella storia dell’economia moderna. I capitalisti, checché dicano nei convegni, non amano la concorrenza. Il loro sogno è il monopolio, garantisce i massimi profitti col minimo rischio. Il mercato va protetto dalle loro mire, e in America dagli Ottanta in poi questo è accaduto sempre meno: da Ronald Reagan fino a George Bush è stato un arretramento continuo dell’antitrust. L’amministrazione Obama avrebbe voluto invertire la tendenza, ma i Padroni della Rete sono progressisti e generosi finanziatori del partito democratico. Un’altra spiegazione del destino monopolista è in un vizio culturale originario. La cultura della Silicon Valley è ultra-progressista ma anche di un individualismo sfrenato: di qui l’avversione al sindacato; la venerazione dell’imprenditore-genio. Le degenerazioni di questa visione portano fino ai progetti stravaganti di creare sedi offshore su piattaforme marine extra-territoriali, Stati sovrani dove trapiantare la Silicon Valley lontano dai vincoli della politica e del consenso. Senza arrivare a questi estremi, Amazon Apple e Google sono già dei campioni di elusione fiscale, maestri nello spostare i loro immensi profitti in sedi estere dove la pressione fiscale è minima.””

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