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Zagrebelsky, l'antisocial: “Meno selfie, più pensieri”

“Si ricordi della zona d’ombra. Non dia solo notizie, le rimugini e le mastichi a fondo. E lasci stare i selfie. C’è bisogno che la sua generazione si racconti”. Gustavo Zagrebelsky, 73 anni, presidente di Biennale Democrazia, mi stringe la mano mentre getta uno sguardo al tabellone dei treni in partenza. MI ha appena concesso un’intervista in un tempo e uno spazio precisi. 17 minuti. La distanza che c’è tra la sua abitazione e la stazione di Porta Nuova, a Torino. È una passeggiata breve, sotto un sole primaverile. Il 4 dicembre, il referendum, persino l’inverno, sembrano già un ricordo sbiadito. Biennale Democrazia è il suo ritorno in campo dopo il successo della campagna per il no. “È sicuro di fare l’intervista così?” mi chiede uscendo dal portone. “Sono equipaggiato, non si preoccupi”. In dotazione due strumenti: uno fisico, il registratore, uno astratto, la speranza di non essere sovrastati dai rumori di una città in pieno fermento. Sono le 11 del mattino di un martedì lavorativo. Torino è sveglia da diverse ore.

Il passo di Zagrebelsky è deciso, la sua voce si ferma ogni qualvolta veniamo sorpassati da un autobus. Anche lui si accorge dei rumori che potrebbero cancellare le sue parole. “Pensavo di chiederle di Biennale Democrazia attraverso delle parole chiave”. Nessuna obiezione. Da quando mi ha dato conferma per quell’incontro ho pensato solo a due cose: che domande fargli, in così poco tempo, e se avrà voglia di farsi un selfie, alla fine di quella chiacchierata. Ad ogni semaforo rosso, riprende fiato. Arrivati in stazione, al momento di salutarci, tiro fuori l’argomento. La mia non è più una richiesta ma quasi un’ammissione di colpa: “Oggi ho imparato una lezione. Non le chiederò di farsi un selfie con me”.  Poi quella stretta di mano e le parole che sono già più di un semplice consiglio. 


  • Partiamo dalla prima parola chiave: democrazia. Se dovessimo oggi definire il suo stato di salute cosa diremmo?

Oggi la democrazia sta abbastanza male. C’è chi ormai l’ha data per persa, chi per superata. Chi dice che viviamo in un’epoca di post-democrazia e chi la identifica come una portatrice di inganni. Noi possiamo dire, però, che la democrazia è essenzialmente un ideale non una realtà. E possiamo sottolineare come sia sempre stata abbastanza male. Questo perché è un qualcosa a cui si deve mirare partendo dal presupposto che non è mai realizzata pienamente. 

  • Facciamo un passo indietro. Che cos’è allora la democrazia?

È una vicenda sempre aperta che serve a combattere i poteri non democratici. Poteri oligarchici, poteri burocratici, poteri tecnocratici. La democrazia cerca di riportare, per quanto possibile, l’esercizio del potere vicino ai cittadini

  • Il tema di questa quinta edizione della Biennale è “Uscite di emergenza”

Sì, è un tema dei nostri tempi, quasi ovvio. Chiunque di noi, oggi, si pone la stessa domanda: è possibile che non succeda qualcosa di nuovo per uscire dall’impasse in cui ci troviamo? Se guardiamo alle politiche che vengono condotte in questi anni, anche in Europa, ci accorgiamo che sono quasi tutte emergenziali: c’è l’emergenza lavoro, c’è l’emergenza migranti, c’è l’emergenza ambientale. Sono tutte situazioni che hanno a che vedere con determinati “guasti” che arrivano dal passato: la disoccupazione, l’inquinamento, il movimento di persone determinato da guerre o crisi ambientali. Tutto ciò ci costringe ad attuare delle politiche tappabuchi, prendere delle misure per evitare che tutto crolli.

  • E la risposta?

C’è una seconda nozione di emergenza. E guarda al futuro. Ci permette di pensare alla costruzione di nuovi stili di vita, di nuovi rapporti tra le persone, sociali e professionali, di nuove forme di produzione. Pensate all’agricoltura alternativa che si sta sviluppando qui in Piemonte. In un’altra parola: inventare qualcosa; che non significa “escogitare”. 

  • Ma?

Inventare nel senso di “invenire”: “andare a vedere cosa sta avvenendo”. Per cercare di ripartire. Ecco, diamo un senso alle parole. 

  • Proviamoci. “Ripartire” cosa significa?

Viviamo in un tempo in cui sembra si debba sempre partire: “partiamo”, “velocità”. Qui, invece, si tratta di ripartire. Ovvero ricreare le condizioni di partenza. E ripartire, oggi, nella migliore delle ipotesi, significa rimandare sempre più la crisi per trovare delle soluzioni. Ma verrà questa crisi. Visti i nostri stili di vita non si può evitare.

  • Uno dei focus di questa Biennale è l’Europa, anche con la Lectio Magistralis inaugurale di Tito Boeri. Le celebrazioni dei trattati di Roma e la nuova firma possono essere considerati una ripartenza?

No, non mi pare sia una grande ripartenza. Si sono ripetute parole, slogan, buoni propositi. Io sono dell’idea che la sovranità degli Stati non sia sparita. Nei momenti di crisi rispunta sempre fuori. Il vero problema è che questa Europa non scalda i cuori di nessuno. Bisognerebbe anche qui trovare qualcosa di nuovo, un’idea, anche culturale, su cosa possa significare una vita comune in Europa. Facile andare d’accordo quando va le cose vanno bene. È molto più difficile di fronte alle emergenze. 

  • C’è un’uscita di emergenza in questo caso?

Guai ad uscire dall’Europa. Bisogna essere responsabili. Il discorso secondo il quale negli ultimi 60 anni non ci sono state guerre è un discorso che ai giovani non può dir nulla perché loro non hanno mai vissuto un periodo simile. Ma questo periodo di pace è un’eccezione. E dobbiamo ammettere che quello della guerra è uno spettro che esiste ancora. Basta vedere quello che sta succedendo in Ucraina. I conflitti possono nascere dalle cose più piccole, ingrandirsi e sfuggire rapidamente di mano. 

  • L’emergenza principale di oggi qual è?

L’Europa era stata creata soprattutto per superare il dualismo storico Germania-Francia ma oggi questo conflitto riguarda due diverse realtà: l’Europa del nord contro l’Europa del sud. Non ci sono, rivendicazioni territoriali, è vero, a parte il conflitto ucraino, ma i conflitti di interesse restano forti. 

  • Quest’edizione si caratterizza anche per le call che avete lanciato alla cittadinanza e alle associazioni culturali. Un terzo del programma è stato “costruito” dal basso.

Abbiamo deciso di aprire le nostre porte e c’è stata davvero una grande risposta. La selezione è stata difficile per arrivare a individuare i progetti migliori. Qualcuno, inevitabilmente, è rimasto scontento ma credo che, ingenerale, questo sia un ottimo segnale. Ci sono tante idee che vivono e si muovono sotto traccia.  

  • Per la prima volta, Biennale Democrazia esce dal centro della città raggiungendo anche le periferie, coinvolgendo luoghi come la Fondazione Merz e la Scuola Holden. La rivalutazione delle periferie è uno dei punti chiave del programma dell’amministrazione di Chiara Appendino. Sui tagli alla cultura cosa pensa? Sono davvero inevitabili?

Capisco benissimo che non in una posizione facile. Se si mettono sui piatti della bilancia gli asili nido e le mostre anch’io opterei per i primi. Ma non dobbiamo dimenticare che la cultura a Torino ha avuto un ruolo fondamentale per risollevare l’immagine della città. 

  • Biennale democrazia è stata colpita da questi tagli?

Per fortuna no. Si è salvata perché non grava sui bilanci del Comune. Sono gli sponsor privati a permetterci di lavorare senza, peraltro, intervenire sulla costruzione dei contenuti e del programma. Bisogna anche dire che non costa molto realizzare un evento di questo tipo. 

  • Cioè?

I costi principali sono quelli derivanti da quella che voi chiamate “comunicazione”. L’altra voce di spesa è quella relativa all’ospitalità e ai viaggi degli speaker. Dico un’altra cosa: è previsto anche un gettone per i vari relatori ma devo dire che sono sempre più quelli che decidono di rinunciarvi. La gratificazione di partecipare alla Biennale, di venire a Torino, per molti è già motivo di privilegio. 

  • L’altro grande tema è quello della scuola. Negli ultimi mesi avete incontrato tanti ragazzi proponendo loro dei percorsi formativi sui temi della manifestazione. E i materiali sono stati messi online a disposizione delle scuole dei professori di tutta Italia.

Il nostro è un servizio a tutte le scuole. Invito tutti a frequentare il nostro sito perché abbiamo curato particolarmente le chiavi di ricerca. È strutturato in maniera estremamente flessibile e pratica. E comprende anche tutte le edizioni passate della Biennale Democrazia. Se qualcuno vuole sapere, ad esempio, cosa ha detto Luciano Canfora, due edizioni fa, su Alcibiade può farlo. E non deve riascoltarsi tutta la conferenza perché la piattaforma può isolare il segmento preciso.

  • Rimaniamo sul web. Secondo lei è davvero uno strumento democratico?

Il web è una cosa meravigliosa ma a una condizione: che lo si sappia usare. 

  • Ovvero?

Ciascuno di noi, soprattutto i ragazzi, dovrebbe avere nella sua esistenza dei momenti di pausa. Momenti in cui poter riflettere davvero sulle cose. Conoscere, cosa che il web oggi permette, non è sufficiente. Conoscere i dati, le notizie, tutto quello che serve per la crescita individuale, non basta. Bisogna andare più a fondo. Le notizie bisogna ruminarle per poter aggiungere qualcosa e farsi venire delle idee proprie, individuali. Il web è micidiale in certi casi. 

  • Cioè?

Pensate a Facebook. Comunicare, in tempo reale, cosa facciamo, cosa mangiamo, dove siamo. È indispensabile? Io non credo. Dirò di più: chi se ne frega. 

  • C’è una frase nel suo ultimo libro, “Diritti per forza”, in cui lei dice che “non possiamo più permetterci di essere ciechi”. Anche pensando al web, su cosa dobbiamo sempre restare vigili?

Vivere sotto i riflettori vuol dire rischiare di essere accecati. La stessa cosa avviene quando passiamo troppo tempo davanti ad uno schermo. Non si colgono i segni e i segnali che il mondo ci invia. Allora bisogna stare per conto proprio. Cercare un po’ di silenzio e solitudine. Per farlo è necessario partire dall’ombra.


La V Edizione di Biennale Democrazia


Uscite di emergenza. Questo è il tema scelto per la quinta edizione di Biennale Democrazia che ha come obiettivo quello di analizzare le situazioni di crisi i profondi mutamenti, le opportunità che oggi siamo costretti ad affrontare. Durante i cinque giorni della manifestazione (29 marzo-2 aprile) la città di Torino, in centro come in periferia, sarà invasa da dialoghi e discussioni, mostre e concerti. Un totale di 106 incontri e di 246 ospiti, provenienti da tutto il mondo, che proveranno a riflettere sulle emergenze che colpiscono la nostra società provando a proporre delle vie di fuga


Gli eventi e i relatori

Aprirà la manifestazione il presidente dell’Inps, Tito Boeri, con una Lectio sul tema “Populismo e stato sociale nelle democrazie industrializzate”. La chiusura sarà invece affidata a Roberto Saviano, con il suo “Racconto del potere”. Nella lista dei relatori che occuperanno i teatri, le sale conferenze, le scuole e i musei di Torino ci saranno Emma Bonino, Dario Argento, Massimo Cacciari, la Sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, l’esperta di innovazione digitale Francesca Bria, la scienziata Elena Cattaneo, Regina Catrambone, Enrico Letta, Mario Calabresi, Maurizio Molinari, Lucia Annunziata, Enrico Mentana, Gad Lerner, Riccardo Iacona, Antonio Padellaro. Molti anche gli ospiti internazionali:  la scrittrice e giornalista Elizabeth Kolbert; una delle protagoniste della politica francese degli ultimi anni, Christiane Taubira; Josep Borrell, che è stato Presidente del Parlamento europeo; il blogger e studioso degli effetti sociali delle nuove tecnologie Evgeny Morozov; i politologi Bernard Manin e Claus Offe; l’esperto di emergenze e commissario unico per la rigenerazione di New Orleans dopo l’uragano Katrina Edward Blakely; l’antropologa ed esperta di hacking Gabriella Coleman; l’imam donna Sherin Khankan. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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