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Zimbabwe: parla complice dentista-killer leone Cecil, "tutta una montatura"

(AGI) – Johannesburg, 31 lug. – Mentre Walter James Palmer resta alla macchia si e’ difeso a spada tratta Theo Bronkhorst, suo principale complice nell’uccisione di Cecil, l’anziano leone simbolo della natura selvaggia dello Zimbabwe fino al 6 luglio scorso, quando fu abbattuto di frodo nel parco nazionale ‘Hwange’. Raggiunto telefonicamente da Johannesburg a Bulawayo, la seconda citta’ del Paese africano dove nel frattempo si e’ rifugiato, Bronkhorst ha respinto ogni addebito: “Io non credo di essere venuto meno ad alcun mio dovere”, ha sostenuto. “Ero stato ingaggiato da un cliente per allestirgli una battuta di caccia, e abbiamo sparato a un vecchio esemplare di leone maschio che ritenevo avesse ormai superato l’eta’ per riprodursi. Non penso proprio”, ha insistito, “che abbiamo fatto niente di male”.

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Ha pero’ dovuto ammettere l’aggravante del collare Gps che la preda indossava per poter essere sempre localizzato, e che gli era stato applicato per agevolare il lavoro dei ricercatori dell’Universita’ di Oxford che ne studiavano il comportamento: avrebbe dovuto tenere Cecil al sicuro, e comunque andava restituito alle autorita’ competenti, ma non e’ andata cosi’ ne’ prima ne’ dopo. “Tanto io quanto il mio cliente, il signor Palmer, siamo rimasti assolutamente distrutti quando ci siamo resi conto che quella cosa (testuale per riferirsi al malcapitato leone; ndr) portava un collare, perche’ prima di colpirlo nemmeno per un attimo glielo avevamo visto addosso”, ha assicurato. In un’altra occasione aveva tentato di asserire che non lo aveva notato semplicemente perche’ era notte e faceva troppo buio. “Eravamo proprio distrutti”, ha ripetuto Bronkhorst.

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“Ho lasciato il collare la’, sul posto dove avevamo collocato l’esca, e disgraziatamente quella si'”, ha concesso, “da parte mia e’ stata una mossa stupida e sciatta. Avevamo ottenuto”, ha quindi rivendicato, “il permesso per andare a caccia con l’arco e le frecce”, la forma venatoria prediletta dal ricco dentista americano collezionista di trofei. “Avevamo ottenuto la licenza per abbattere il leone, avevamo fatto tutto alla luce del sole”, ha insistito. O magari invece no: perche’ oggi stesso il ministro per l’Ambiente del Paese africano, signora Oppah Muchinguri, ha precisato che quel tipo di caccia non e’ consentito dalle leggi locali; e perche’ Cecil non e’ stato soppresso nel punto in cui era stato attirato fuori dall’area protetta con una carcassa di elefante come esca, bensi’ non si sa dove, ma comunque altrove, dopo almeno quaranta ore di fuga agonizzante, visto che la freccia di Palmer era riuscita unicamente a ferirlo, e per farla finita c’e’ voluto un fucile che l’odontoiatra del Minnesota si vanta di non portare mai con se’ perche’ poco ‘sportivo’. Sia come sia Bronkhorst, volto duro e segnato da colono bianco nostalgico della vecchia Rhodesia segregazionista, per il momento e’ l’unico a essere gia’ comparso davanti ai giudici, che lo hanno incriminato per favoreggiamento del bracconaggio e mercoledi’ prossimo lo attendono di nuovo in aula per processarlo. Cacciatore professionista, guida e organizzatore di safari, il ‘facilitatore’ del killer di Cecil sembra avesse sempre goduto tra gli addetti ai lavori fama di esperto non solo competente ma persino corretto. Fama ormai perduta, il che anche sotto il profilo economico potrebbe costare parecchio, a lui e alla sua societa’ ‘Bushman Safaris’, fondata nel 1992 presso le cascate Vittoria ma con sede di comodo all’estero, il cui vanto e’ di essere rimasta l’unica a offrire ‘battute di caccia al leopardo con mute di cani’. Un bel business a gestione familiare, tiene a precisare Bronkhorst sul sito web aziendale, attualmente off-line. Nel frattempo non si puo’ comunque lamentare, avendo incassato dal dentista-arciere circa 50.000 dollari, versandone poi appena un migliaio per ottenere la liberta’ su cauzione. Una “pena detentiva” in ogni caso no, “non me l’aspetto proprio”, ha tenuto a sottolineare: perche’ in fin dei conti “penso sia stato tutto montato oltre ogni misura dai social network, e che in realta’ sia un complotto deliberato per mettere al bando la caccia nel complesso, e quella al leone in particolare”. .

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