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Che il gigante delle telecomunicazioni cinese Zte, colpito a fine aprile dall’amministrazione Trump con una tagliola di sanzioni, fosse la vittima eccellente della guerra commerciale in corso tra Washington e Pechino, era apparso fin da subito molto chiaro. Quello che appare oggi evidente è che sarà la prima. 

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Il colosso cinese ha annunciato di aver cessato “importanti attività operative” a causa del divieto settennale di vendita di tecnologia statunitense al gruppo.

Cosa è successo

Gli Stati Uniti hanno bloccato per sette anni la vendita dei fornitori americani a Zte, accusato di aver violato l’accordo raggiunto dopo essere stato pizzicato a esportare illegalmente tecnologia statunitense verso l’Iran. Un colpo durissimo per il gruppo di Shenzhen, che dalle compagnie americane compra un quarto della sua fornitura. Gli effetti sul gigante con 84 mila dipendenti, 14 miliardi di fatturato, e una forte presenza anche in Italia, si sono fatti sentire presto.

Stop della produzione?

Non proprio. In una nota alla Borsa di Shenzhen del 9 maggio il gruppo assicura di avere ancora riserve liquide sufficienti che le consentiranno di “attenersi strettamente ai suoi obblighi commerciali”. Zte, inoltre, preannuncia “sviluppi concreti” in risposta al bando emesso dal dipartimento del Commercio Usa, che ha fatto precipitare il gruppo “in stato di shock”, come aveva detto il presidente di Zte, Yin Yimin.

La tagliente reazione cinese

Nelle ultime settimane la Cina non è di certo rimasta con le mani in mano: l’ultima mossa è giunta al termine della prima, inconcludente, tornata di colloqui di Pechino tra le delegazioni dei due Paesi, quando il ministero del Commercio di Pechino ha sporto protesta formale nei confronti degli Usa per il bando, di cui la stessa Zte aveva chiesto la sospensione.

Una vecchia storia

Washington ha slegato le durissime sanzioni dalle dispute commerciali con Pechino facendo appello a una causa vecchia che però, come sottolinea il Foglio, è stata tirata in ballo nel momento di massima tensione commerciale tra i due Paesi.

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Ma dopo l’annuncio dello stop alla produzione, è chiaro che al centro della querelle che vede le due principali economie del mondo confrontarsi a colpi di dazi e controdazi su merci di importazione – dall’acciaio alla soia –  per un valore complessivo di 150 miliardi (da ambo le parti), è finita stritolata per prima l’azienda di Shenzhen, e non – come si pensava – i produttori americani di soia (dai quali comunque pare che la Cina abbia smesso di comprare).

Tiro al bersaglio

Ciò potrebbe significare una sola cosa: mentre il primo ministro Liu He si prepara a volare a Washington la settimana prossima per proseguire i colloqui e scongiurare uno scontro commerciale, Trump ha individuato nel livello di dipendenza ancora significativo dell’industria hit-tech cinese, un punto debole. Colpire lì significherebbe fare molto male a Pechino, sottolineano simultaneamente il New York Times e il quotidiano diretto da Claudio Cerasa. 

Non a caso il bersaglio di Trump – esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi – è il piano “Made in China 2025”, che promuove l’innovazione manifatturiera puntando sull’intelligenza artificiale; terreno di scontro nella contesa per l’egemonia tecnologica tra i due Paesi.

Zte in Italia

Nata a Shenzhen come il concorrente Huawei, è tra le prime quattro società di telecomunicazioni al mondo. In Italia  – dove è presente a Milano, Torino e Roma – sta realizzando reti 5G e smart city con partner locali attraverso la creazione di centri di ricerca.

Hu Kun, Ceo Zte Italia e presidente Zte Europa, precisa in una nota ufficiale che nonostante le sanzioni le attività in Italia non si fermeranno:

“Le nostre operazioni non solo stanno proseguendo, anzi, vanno avanti con ancora maggiore determinazione, sia per dimostrare la serietà e correttezza del nostro Gruppo e sia per soddisfare le aspettative dei nostri clienti e dei nostri partner, che sono centinaia in Italia e che con fiducia lavorano insieme a noi”.

Con una storia che nasce da lontano, nel 1985, a Shenzhen, nel sud della Cina, polo dell’innovazione a livello nazionale, Zte in 30 anni è diventata una multinazionale con numeri da capogiro: 86mila dipendenti in 160 uffici nel mondo, di cui 30 mila nei centri di ricerca e sviluppo, un giro d’affari di 100 miliardi e un aumento del titolo in Borsa del 150% nell’ultimo anno.

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Il 2017 si è chiuso con investimenti di 100 milioni di euro di investimenti, ai quali si aggiungono i 600 nei prossimi cinque anni destinati all’Italia: scelta da Zte come hub europeo.

Come verranno spesi questi soldi?

Una parte sulle reti della nuova tecnologia, un’altra sullo sviluppo di IoT (internet delle cose) e delle smart cities: città del futuro dotate di parcheggi e illuminazioni intelligenti (Zte le sta già realizzando a Brescia).

Di più: molti investimenti saranno destinati alla formazione di giovani talenti e alla creazione di centri di ricerca e sviluppo. Tutto ciò non stupisce se pensiamo che il colosso cinese si è aggiudicato la gara per la creazione delle reti infrastrutturali 5G in alcune città del centro Italia. Non le svilupperà da sola ma con Wind Tre (per lo sviluppo della rete unica “Golden Network”) e Open Fiber. In via sperimentale – per ora.  La multinazionale ha un ottimo posizionamento nello sviluppo delle reti 5G in Cina, dove la fibra a banda larga è fondamentale per potenziare i settori di punta.

Italia hub europeo

Il Bel Paese interessa moltissimo al colosso cinese che ha trasformato il nome da ZTE Italy a ZTE Italia (infrastrutture ICT, le soluzioni IOT e le periferiche), forte delle sue partnership anche con Vodafone, Telecom e IsiameD.  

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Nei suoi piani di sviluppo l’Italia ha un ruolo strategico: in meno di un anno il numero dei professionisti assunti è passato da 60 a 600 professionisti. Tutti rigorosamente junior. Siamo una “società giovane”, ha detto Xiao Ming, vicepresidente del gruppo: “I nostri dipendenti hanno un’età media di 30 anni”.

Formazione dei talenti

Anche in Italia, l’idea è di investire sulla formazione dei talenti. Come? Dalla collaborazione con l’Università di Tor Vergata e con quella dell’Aquila sono nati un Joint Training Center a Villa Mondragone, a Frascati, e un centro di ricerca sul 5G a Prato. L’obiettivo? Formare i futuri ingegneri delle telecomunicazioni. Nel dicembre del 2016 Zte aveva investito 900 milioni per sviluppare la rete mobile di Wind-Tre Italia, aprendo un centro per la ricerca e lo sviluppo nel Mezzogiorno, con la promessa di assumere 2.500 persone. 

E sbaglia chi pensa che questo impero crollerà sotto il fuoco delle sanzioni americane, sussurra il colosso. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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